Giovanni Agnoloni, Viale dei silenzi (rec. di Martino De Vita)

Giovanni Agnoloni, Viale dei silenzi, Arkadia Editore 2019

 

Uno scrittore che si crede smarrito alla ricerca del padre. In realtà è lui, è suo padre, che è smarrito, che non si fa mai trovare attraverso le mille peripezie che un figlio affronta attraverso i luoghi del suo andare, attraverso la memoria immaginifica dell’infinito cammino, sempre sulle tracce indimenticate di un’antica patria mai consumata dal tempo. Il padre sembra chiamarlo, sembra volergli insegnare il suo misterioso itinerario. Il figlio va, sconcertato ma speranzoso, va attraverso un’Europa solitaria, che non è più quella dei suoi stessi ricordi, catturati da una visione mitica. Una Varsavia evanescente come le altre città che incontra: Berlino e infine Dublino, forse il luogo ove altri personaggi avvertono la sua presenza, usciti da ombre imperfette. Il protagonista vaga da un luogo all’altro senza un’apparente meta. La figura paterna è trascinata via da un atavico bisogno di fuggire. Fuggire dalla sua compagna, fuggire da se stesso, sull’onda di un’azione fraudolenta e inseguito dal destino. È questo l’itinerario invisibile di una vita vissuta forse all’insaputa della vita stessa. Si fugge, ma perché si fugge? Cosa si chiede Roberto, il protagonista smarrito? Va in cerca di un padre scomparso per necessità di fuga o per necessità ancestrale di fuggire? Alla comparsa improvvisa, inaspettata, di un personaggio femminile, il mondo traslato dai sogni, dalle speranze, dall’intreccio di immagini che evocano silenzi, va oltre l’immaginazione. Si avventurano tra le braccia di una leggenda, dalle orme tracciate dai lunghi cammini esplorati, rivisitati e accompagnati da un linguaggio che sembra appartenere al passato. Quel linguaggio è lo scaturire di altre figure scatenate da Erin, la mitica ragazza che lo accompagna e che svanisce. Se ne vorrebbe innamorare ma non può. Lei è ancor più fuga autentica dal tempo, dalla visione passata di un paesaggio vuoto, ma nello stesso tempo appagante. Niente di reale è nella mente del ragazzo. Dal padre che gli fa segno di seguirlo, a Erin che sembra incoraggiarlo in una ricerca che sa di avventura perversa. E lui, il protagonista del nulla, insiste percorrendo la strada infinita di fantasmi che si confondono ogni volta che si avvicina alla verità, ogni volta che si avvicina al volto umano di suo padre.
Il viaggio è il suo stesso bisogno di interrompere il silenzio in mezzo al verde viale che sta percorrendo. Ma tutto è così inafferrabile! I dialoghi scarni di Erin, la ragazza che gli parla, che gli dice di aver conosciuto suo padre, finiscono per trascinarlo in un vuoto di città vuote, attraverso un’Italia d’altri tempi, rivisitata nelle sensazioni di panorami forse mai assimilati, forse sempre eterei e trasparenti soprattutto nel momento in cui finalmente la concretezza dell’ultimo incontro, in terra d’Irlanda, avrà bisogno di maggiore intensità con il verde fascino, affascinato, dell’isola.

© Martino De Vita

 

 

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