Giovanna Amato, Viviana del lago

Giovanna Amato, Viviana del lago, Robin 2019, euro 12, copertina di Giulia Amato

Giovanna Amato, Viviana del lago, Robin Edizioni 2019

L’ansia d’infinito, costante nutrice di opere d’arte, fomenta ricerca, genera dedizione. Viviana del lago di Giovanna Amato è un romanzo sulla dedizione.
Dedizione, già: un concetto, un termine, un punto di raccordo, un nucleo che addensa forze insospettate, ma concetto, termine, punto di raccordo e nucleo che ci scaraventa nel tempo andato, che attira e rievoca categorie apparentemente superate e comunque appartenenti, così pare al primo sguardo, a contesti lontani, sia dal punto di vista storico-letterario, sia da quello antropologico, sia, ancora, da quello relativo alla scala dei valori sociali.
L’intenzionale inattualità del centro da cui si dipartono linee, fughe, intrecci, snodi e colpi di scena delle vicende narrate in Viviana del lago ne costituisce, tuttavia, il motore di una riflessione, rigorosa e sorprendentemente attuale, su fenomenologia e possibilità della dedizione nel piccolo mondo contemporaneo, a petto di un “piccolo mondo antico”, menzionato esplicitamente tra le fantasie e le associazioni del protagonista, Alessandro, al quale capita di collegare il pensiero della piccola Sofia, figlia di Chiara e nipote di Viviana, a Ombretta, la bambina dalla tragica fine nel romanzo di Antonio Fogazzaro.
Ma ancor prima del tardo Ottocento italiano, occorre risalire, a proposito di “dedizione”, all’epos cavalleresco. Giovanna Amato sa, e tutta la sua opera narrativa mostra di saperlo, che dedizione, devozione, omaggio, tributo, sacrificio di sé sono forme, declinazioni e coniugazioni dell’amore per le quali occorre chiamare in gioco quel periodo della condensazione in opere letterarie di intuizioni e rappresentazioni di una classe sociale allora in ascesa (il ceto dei cavalieri), che va sotto il nome di “letteratura cortese”.
Ora, l’avventura che narra Viviana del lago è l’impresa di Alessandro, trentenne laureando all’Accademia delle Belle Arti, ai giorni nostri, nel terzo millennio. La formazione di Alessandro, il quale non è a digiuno degli scontri, dei fallimenti e dei successi di Tristano, di Lancillotto, di Iwein e, soprattutto, di Parzival, è formazione, nonostante tutto, esemplare per l’oggi, per chi, nell’oggi, continua a tenere uno sguardo attento alla realtà in mutazione e, insieme, ad anelare all’infinito, ad aspirare a un dire universale. Viviana del lago, il romanzo sulla dedizione, va letto – come può essere letto il medievale Parzival di Wolfram von Eschenbach – come romanzo di formazione.
La quête di Alessandro, scandita nelle quattro stagioni, Estate, Autunno, Inverno, Primavera, che danno il titolo alle quattro sezioni del romanzo, è particolare, la sua ‘rocca del Graal’ è l’analisi critica sull’opera d’arte di Viviana Santeremo, analisi che la ricerca di esperti ‘affermati’ ha lasciato finora scarna, se non addirittura inesistente. Il re della rocca del Graal non è un malato Amfortas, del cui stato di salute occorre informarsi mostrando compassione, ma un critico rinomato, tanto popolare quanto vanesio, il Giovanni Rodan del quale la pittrice oggetto della dedizione di Alessandro Giordani beve ogni singola parola e mendica anche la più superficiale menzione. Per la propria ricerca, invece, Alessandro è disposto a riempirsi di ridicolo, a superare il timore della derisione, come il giovanissimo Parzival che lascia tutto per inseguire i cavalieri della Tavola Rotonda. Rimproverato da Donatella, la ragazza con la quale divide l’appartamento in città, una versione contemporanea e molto più comprensiva della madre di Parzival, lascia tutto per trasferirsi nella cittadina sul lago nella quale risiede Viviana. Qui, oltre a Viviana, conosce altre due donne: la sorella minore di lei – Chiara, che propone una soluzione avvincente al dilemma tra contemplazione e azione, Marta e Maria insieme – e la figlia di Chiara, la piccola Sofia, che diventa allieva di Alessandro: «Le tre età gli sfilano attorno: la bambina, la madre e infine lei, la Misteriosa che lui è venuto a stanare e che si ritrae nella sua grotta più profondamente ogni giorno».
Nelle vicende che porteranno al dénouement finale, un ruolo di primo piano è rivestito, ai miei occhi, dal “Trevrizent” di questo romanzo: il professore di Alessandro, Corrado D’Amedeo, che brilla per la sua quieta e solida dedizione al suo lavoro di insegnante e di ricercatore.

© Anna Maria Curci

 

«Professore, un pacchetto per lei» dice il portiere quando vede passare D’Amedeo a passi lunghi per il cortile. «Mette una firma?»
E ora Corrado soppesa la novità, fermo in ascensore. Lo diverte sempre quanto un pacchetto che dalla forma e dalla flessibilità non può che essere un libro debba dichiararsi come tale. Piego libri. E in quanto libro, pensa entrando in casa, il suo posto sarà la scrivania dello studio, bene impacchettato, almeno per la prossima settimana.
È stato il suo ultimo giorno di lezione dell’anno solare.
Dà da mangiare a Winckelmann ancora con le scarpe ai piedi. Lo accarezza sull’attaccatura della coda, cosa che il micio adora; mangiare ed essere accarezzato gli procura un piacere che lo costringe a impastare il pavimento con le zampe.
È stato il suo ultimo giorno di lezione dell’anno solare.
Accende la radio su una stazione di musica lirica, per quanto la detesti. Ha un’improvvisa voglia di somigliare a un intellettuale che torna a casa da un ultimo giorno di lezione dell’anno solare e ascolta musica lirica mentre si infila sotto la doccia. Il passo successivo è quindi infilarsi sotto la doccia. In queste due settimane, pensa mentre si insapona, dovrà rivedere due progetti di tesi. Se tutto va bene,avrà qualche notizia di Alessandro, che avrà prodotto qualche rigo sulla Calipso d’acqua dolce per cui si è preso una sbandata. L’articolo che deve consegnare ha scadenza a febbraio. Saranno due settimane pigre e meravigliosamente solitarie.
Umido e frizionato, Corrado attraversa il soggiorno solo per guardare Winckelmann che fa la posta a un fagiano a sonagli di cotone. Incredibile come la pancia piena risvegli il suo talento di cacciatore, appena una mezz’oretta prima di farlo cadere addormentato fino a notte inoltrata.
Nulla di quello che Winckelmann è o fa dipende da cause esterne al cibo e al sonno. Corrado, invece, sa di essere rimescolato di adrenalina e troppo stanco per dormire solo perché è stato il suo ultimo giorno di lezione dell’anno solare.
Va in cucina e apre lo sportello del frigorifero, elettrodomestico che ha molto trascurato in quest’ultimo mese. Decide che mangerà una mozzarella e dei pomodori, davanti a un film. Alessandro potrebbe star tornando a casa per le vacanze, lavorerà più serenamente. Dovrebbe avere della glassa
d’aceto, da qualche parte.
Si asciuga i capelli e cena. Vorrebbe guardare il film, lo vorrebbe con premeditazione, ma Winckelmann è sul tavolo e lo fissa intensamente. La sua zampa picchietta una penna con una lentezza stremante, la avvicina al bordo con l’ambizione sfrenata di farla cadere. Non importa che i suoi occhi siano fissi sul padrone. La sua zampa sa dov’è la penna. Ogni istante. Ogni minima variazione nello spazio che il dio dei gatti molesti manda sull’asse cartesiano.
«Signore.»
Corrado si accorge che lo aspettano due settimane di libertà completa. Quando era ragazzo, sua madre lo rassicurava sempre sulla sua tendenza alla solitudine, gli diceva che aveva vita interiore e che chi aveva vita interiore non era mai davvero solo. Ora che ha cinquantaquattro anni, la sua vita interiore è un universo conosciuto che ha percorso in lungo e in largo, senza aver ancora imparato a costruirsene una esteriore per i momenti di bonaccia.
La verità è che è un animale da lavoro. Anche adesso, in vestaglia, qualcosa lo spinge a spegnere il film e ad andare alla scrivania, nel suo studio, dove ha impilato i fascicoli dei suoi vari lavori. Poggia i polpastrelli sulla radica e struscia con dolcezza, sentendo l’attrito di una polvere che è sì sporcizia (la donna delle pulizie viene due volte a settimana ma ha il divieto di toccare la sua scrivania) ma soprattutto deposito di cenere di sigaretta, l’interminabile vizio che si concede quando scrive.
Resta seduto, immobile, e ascolta l’adrenalina che defluisce dal suo corpo. La noia prende il suo posto come se il vuoto non fosse ammesso. La noia è il suo nemico. L’accidia è il più pericoloso dei peccati capitali.
L’occhio gli cade sul pacchetto appena arrivato. Delicatamente, con un coltellino, lo scarta. Sa dal mittente che è l’ultimo numero di “Quaderni artistici”, la rivista cui è abbonato d’ufficio da quando ha cominciato a insegnare in Accademia. Leggere qualche articolo non gli farà male, servirà a rendere più graduale la fine del lavoro.
Scorre l’indice e l’occhio si impiglia su un nome. Corre alla pagina corrispondente e inizia a leggere. A leggere. E quando termina di leggere posa la rivista stesa davanti a sé e pensa se sarà il caso di chiamare Alessandro.
L’incertezza dura pochi istanti, ed è materia di dita tamburellate e sorriso largo.
Scansiona la pagina incriminata e la salva sul suo computer. Ma perché fargli del male all’inizio delle vacanze? Aspetterà i primi di gennaio per spedirgliela. Intanto, finché l’entusiasmo è fresco, scrive e lascia in bozza il corpo della mail di accompagnamento. Se non hai ancora cominciato a documentarti su Rodan, scrive, ecco una prima impressione del tipo d’uomo con cui avrai a che fare.
La casa è silenziosa, ora che Winckelmann si è addormentato. (Giovanna Amato, Viviana del lago, Robin Edizioni 2019, 125-128)

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