Paolo Gera, In luogo pubblico (recensione di Maria Lenti)

 

Paolo Gera, In luogo pubblico, Prefazione di Mauro Macario-Postfazione di Fabrizio Bregoli, Pasturana, puntoacapo 2019, pp. 106, € 15.00 

Ci sono tutti: studenti, docenti universitari, tifosi allo stadio, attori e reclusi in carcere, gente verso la metropolitana, gli amanti dei bordi o i messi ai margini, i manzi al mattatoio, i plutocrati, i poeti nei festival, i festaioli ingrigiti di Halloween, perfino le poesie (a pioggia) dei blog letterari (a pioggia). Diversa la miriade di individui (in solitario stare o in massa) del pubblico luogo di ogni dove.
La voce poetica modula i toni, cercati e trovati nel centro delle situazioni, li alza, li sibila, li dà strascicati, li rende sottili o tonanti, li rifrange dal privato all’aperto, li fa debordare dal palco alla platea: indignazione e ira, flebile protesta, condizione elettrica di corpi vibratili costretti alla immobilità. E la felicità dell’ebete, l’impossibile nascita ad altro.
Vittime o consapevoli del loro stato queste persone? Vittime inconsapevoli ma ostinate nell’ignoranza (ragazze, le gitanti a Monterchi: maschilismo d’attualità?): smania dello smartphone e rifiuto di sentire la bellezza senza aggettivi della Madonna del Parto di Piero, (49); vittime che si ribellano (il docente che sfascia su La fenomenologia dello spirito di Hegel una boccia d’acqua con un pesce rosso, p. 63); attori a vociare l’amore per reclusi in carcere che di amore (a largo raggio, con punte di cattolicesimo volontaristico) sanno solo la lontananza e la rabbia di non averlo o averlo goduto, p. 57); vittime dagli occhi accusatori: i manzi in attesa dello sparo in fronte (p. 68); il Gregor Samsa moltiplicato in una stanza a Londra: «Stammi lontano sorella / questo è un morire da essere vivente», (p. 67); la solitudine versata sulla giovane Monica del call center, (p. 32); il silenzio delle emozioni (passim); il soccorso rimandato del pronto soccorso (p. 40); ecc.:  a Tubinga, a Parigi, qui e altrove.
In questo suo ultimo libro Paolo Gera fa agire, dopo un breve prologo, figuranti e sentimenti sulla scena con linguaggi dirompenti (tornano studi e formazione dell’autore, di tendenza sperimentale, e il suo lavoro in teatro), in prosa e versi insieme, in registri alti e bassi, un poco interiorizzati talora triviali: per meglio arrivare – il teatro potrebbe avere ancora, stampo della classicità, questo intento – al soprassalto delle coscienze?
Rispondono le coscienze? I monologhi precipitano sullo spettatore (lettore), lo dovrebbero scuotere, risvegliare dal letargo della ragione, farlo entrare nel contesto socio-esistenziale tanto improbabile al cambiamento, quanto in assuefazione irrazionale e godereccia.
Priva di passato (del meglio della memoria) e deprivata di futuro, la vita odierna resta immersa in (e sommersa da) un continuo presente carico di cronaca divenuta storia spicciola e balorda.  E allora? «la potrei finire subito / sì, anche adesso la potrei finire / ma se continui a leggere / è impossibile che finisca / vedi come siamo legati io e te (…)», (p. 94).  Il doppio filo tiene stretti al proprio stato e alla funzione stabilita a priori: l’agente e l’agito sono inconducibili a strade laterali.
Chi ha in mano i fili che muovono le marionette, marionette che girano e rigirano senza districarsi? La cui rivolta (ah! l’acqua sulle conoscenze filosofiche e gli sproloqui del professore di filosofia) sposta in apparenza l’inerzia ma porta la marionetta sempre al punto voluto da un essere invisibile? Un potere astratto? La costrizione politica? Forse “il capitale” stante a un verso ricapato tra tanti? Paolo Gera, puntando sul movimento inutile delle marionette, pur sofferenti e gridanti, lascia sospesa la domanda, anzi le domande.

 

©Maria Lenti

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