Ricordati che devi morire. Su “Perché comincio dalla fine” di Ginevra Lamberti

Quando i trainer ci hanno chiesto per quale ragione avessimo deciso di iscriverci in palestra Norman ha risposto per frenare la decomposizione

Quando si vuole raccontare la morte la si affronta spesso attraverso un concetto oramai standardizzato e aduso: il vuoto improvviso, una mancanza che va in qualche modo pur temporaneamente colmata o sostituita. La morte è sempre un atto nominale legato a qualcuno e viene approcciata quasi con istinto terapeutico, salvo il negarla a livello comunicativo grazie all’ausilio delle tecnologie. La serialità televisiva per esempio o quella cinematografica attraverso prequel e sequel, per non parlare della negazione sui social (è moda oramai ricordare i compleanni dei morti; oggi Omero compirebbe tot anni).  Il lavoro che fa Ginevra Lamberti in questo suo ultimo libro va invece esattamente in direzione opposta e partendo da una chiacchierata casalinga con la madre a proposito della necessità di avere un posto dove stare da morti inizia un viaggio alla ricerca di chi per professione, arte, ricerca guarda e affronta la morte come fatto sociale nelle sue accezioni più diverse: spaziali, estetiche, gestionali. Spazio e densità, distanze, rumori, soldi non sono problemi che riguardano solo i vivi, ma anche i morti e c’è bisogno che qualcuno se ne occupi. Certo il confine tra ciò che riguarda la “Morte” e la “morte di” è estremamente labile e di una permeabilità tale che anche la scrittura di Ginevra devia volutamente seguendo spesso percorsi emotivi, mnemonici, onirici che in maniera diretta e indiretta riportano il pensiero alla morte in quanto improvvisa o reiterata assenza. La troviamo quindi nei ricordi della prima interazione con la morte, in una lettera del nonno che arriva volando, in vecchie fotografie, in arredi, in canzoni. Ginevra viaggia alla ricerca di risposte che non cadono mai nel mistero del “perché” ma sono tutti incontri che aprono porte diverse su un argomento che non sembra esaurirsi mai. Ogni viaggio parte da Venezia e vi fa ritorno, luogo dove l’autrice vive e ha vissuto in modi e spazi diversi (in certi casi, potremmo dire passando “da un loculo all’altro”). Facile sarebbe cadere sotto l’influenza di Mann, ma Perché comincio dalla fine trova proprio in Venezia una sua collocazione a dir poco perfetta nell’idea di un luogo che con la sua precarietà liminare si avvicina in maniera anche fisica all’idea di “trapasso”, alla prossimità con un mondo altro. Il fatto stesso che Ginevra affitti camere a quelli che chiama “pellegrini globali” personaggi apparentemente astrusi dall’idea del romanzo che entrano e escono dagli spazi narrati insieme ad amici, ai coinquilini, ai familiari, agli oggetti è un indice del livello di labilità di un luogo di passaggio come è Venezia e uno dei capitoli più belli è sicuramente quello che racconta il cimitero di San Michele, luogo in cui la morte stessa si trova costretta ad adagiarsi sui bordi di un confine labile tra ciò che è reale e terreno e ciò che non lo è. In coerenza con questo principio, in maniera quasi contrappuntistica, la bellezza del libro sta proprio in questo continuo alternarsi tra reale e immaginifico, tra progettazione e narrazione, tra sogno e ricerca al punto che troverete assolutamente naturale il passaggio dalla visita a Taffo Funeral Services alle chiacchierate con i Camillas, dai sogni alla scoperta dell’esistenza di un Master in Death studies & the end of life for the intervention of support and the accompanying, dove il pensiero di Emanuele Severino può anche incrociarsi con la ricerca poetica di Laura Liberale.

© Iacopo Ninni

 

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine, Marsilio Editori 2019

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