Bustine di zucchero #6: Alberto Vigevani

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Old Crumpled Paper

Il fiore divelto, tagliato d’improvviso o «sgualcito», come a figurare simbolicamente la fragilità della vita, è un’immagine presente pure in una poesia di Cesare Viviani, che dice: «Ha conservato il suo colore rosa il fiore/nel buio della notte./Quando una lama lo tagliò non ci fu terrore,/non ci fu dolore, per il fiore/fu come un improvviso colpo di vento». Il passaggio cruciale del vento in entrambe le poesie sta a rappresentare una causa esterna e repentina capace di mutare l’ordine naturale e quotidiano della vita, talvolta con effetti drammatici. Un colpo di vento – il futuro passaggio di un convoglio o una lama – nel silenzio e nell’indifferenza del mondo va a recidere, rovinare con un taglio netto un fiore; un fatto minuscolo nella sua espressione, invisibile agli sguardi. Eppure è l’invisibile a contare di più poiché rivelatore. Così, in maniera affine al principio del passaggio (perché nulla resta come prima), il vento suggerisce una riflessione sul tempo, uno dei temi-chiave della poetica di Vigevani, concepito – afferma Enrico Testa nella curatela di tutte le poesie riunite sotto il titolo L’esistenza – come «una corsa rapinosa e fuggevole» (il corsivo è mio) che condurrà man mano verso la dirittura di arrivo di ogni vita. E ritornando un attimo a Viviani, a conferma dell’idea di un tempo corsaro, leggiamo: «Arriva un tempo in cui finisce il tempo/e sempre più si assottiglia e aderisce/alle rughe della terra e dei massi». Il tempo diventa sottile e diafano fino ad aderire alle rughe della terra, la materia di cui siamo fatti. Noi siamo un tempo incarnato in un corpo fallibile, ossia defettibile, tendente a perdere cellule e neuroni nei giorni. Ma il riscatto di questo passaggio è la coscienza che ci fa cogliere la franca sostanza del vivere e ci fa catturare i significati imboscati dietro piccoli accadimenti solo apparentemente inutili.

Bibliografia in bustina
Alberto Vigevani, L’esistenza. Tutte le poesie 1980-1992 (a cura di E. Testa), Torino, Einaudi, 1993, p. 137
Cesare Viviani, Credere all’invisibile, Torino, Einaudi, 2009, pp. 5 e 69

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