Bustine di zucchero #5: Yosa Buson

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Buson

È noto come l’haiku abbia avuto una considerevole diffusione anche fuori dalla tradizione orientale (per citare alcuni scrittori e poeti, basteranno i nomi di Borges, Kerouac e, in Italia, Sanguineti e Zanzotto). È forse una delle scommesse poetiche più affascinanti poiché il vissuto del poeta, l’esperienza di una visione, anche un’immagine, un fregio, la sola osservazione di un accadimento, sono restituiti nella brevità della scrittura con forte capacità evocativa e con particolare intensità.
L’haiku di Yosa Buson segna un trasferimento di sensazione, molto diretto, dalla sfera tattile e fisica a quella psichica e dolorosa, quindi da un senso esterno e materiale a quello più intimo che, in questo caso, genera sofferenza. Il poeta vedovo (testimone l’oggetto), aggirandosi per la stanza pesta il pettine «che fu» della moglie e subito sente un morso nella carne; una corrispondenza, questa, che si esprime in un passaggio d’immediata intuizione emotiva. Questo haiku dimostra come una poesia non possa prescindere dall’incarnarsi in qualcosa, come non possa restare nel dominio di una mera riflessione intellettuale o di uno stato ascetico. Se da una parte un componimento come l’haiku raggiunge un’illuminazione, al pari dello zen, dall’altra non dichiara la sua estraneità alla vita, anzi ne insegue le aspirazioni, i desideri, la sete. Ecco che i diversi momenti dell’essere – per esempio lo slancio spirituale e gli stati emotivi – sono votati insieme a «cogliere il respiro di questo mondo, e proiettarlo in una dimensione senza tempo». Nel grande scenario che è la vita, si cattura il gesto minuscolo, infinitesimale, quello che lascia il segno. Un segno profondo e puro.

 

Bibliografa in bustina
AA.VV., Haiku. Il fiore della poesia giapponese da Basho all’Ottocento, Milano, Mondadori, 1998 (a cura di E. Dal Pra, Introduzione pp. V-XII), p. 141.
AA.VV., 106 haiku, Milano, Mondadori, 1999 (a cura di E. Dal Pra), p. 72.

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