Su “Quaderno gotico” di Mario Luzi. Appunti di lettura

Pervaso e percorso da uno stilnovismo che non è solo di forma, e che non sa solo di letteratura, Quaderno gotico di Mario Luzi, apparso la prima volta nel 1946 nel primo numero di «Inventario» e poi nel 1947 per le edizioni Vallecchi in forma definitiva, non è soltanto uno dei piú importanti libri di poesia dell’immediato dopoguerra, ma è anche il piú bel canzoniere d’amore dopo i Mottetti di Montale, non a caso presenti tra le trame del tessuto poetico che Luzi intreccia in queste quattordici poesie.
A un’eterogeneità stilistica fa da contrappunto una ben salda uniformità linguistica, con continui movimenti ascendenti e discendenti che bene rendono la goticità del titolo, disegnando una cattedrale di sentimenti e emozioni che non solo avvolgono l’io ma non escludono il tu che da entità incerta («ombra d’un’ombra» era detto in Avvento notturno) si fa certa («ombra viva»), non solo nell’evocazione e rievocazione, ma nella sua fisicità in absentia («Il volto dell’assente era una spera/ specchiata dalla prima opaca stella/ e neppure eri in lei, era caduta/ fuori dell’esistenza», XIV, vv. 11-14).
Ciò sarebbe sufficiente a giustificare anche la precisa ripresa d’uno stilnovismo tutto cavalcantiano, non dimentico però della lezione dantesca, con le sue impennate e la forte tensione a un’esperienza d’amore che fortifichi l’essere intento a trovare una razionalità anche nell’irrazionale sentimento. Se non fosse che questa tensione, attraversando appunto l’esperienza di Cavalcanti, sfocia inevitabilmente nel desiderio dell’altro e dell’alto, approdando alla grande lezione dantesca; come se Luzi si fosse prefissato di attraversare l’intera parabola stilnovista per narrare la nascita del «Mario irraggiungibile» attesa già dal primo componimento della serie.
Ma i molti echi letterari che s’intrecciano in questo breve canzoniere non devono sviare l’attenzione dal vero centro nevralgico del disegno luziano: l’amore come esperienza totalizzante. Non è una prova di bravura poetica quella che offre Luzi, ma un vero itinerarium in mentis nel quale si cerca di dare le prime risposte, non assolute, a domande assolute, già avanzate nelle raccolte precedenti.
L’aver ridiscusso la propria fede nella letteratura; l’aver esaurito l’esperienza ermetica; l’aver vissuto l’esperienza della guerra; tutto ciò ha messo in forse la figura che l’uomo ha di sé. Ora questo uomo cerca di darsi una nuova vita partendo da un’esperienza totale e assoluta come l’amore, che spinge l’io a tendersi verso un’altra esperienza assoluta: la verità.
Ma se la stagione stilnovista in Montale farà sí che il poeta approdi ai registri petrarcheschi nella Bufera e altro, dove rimane un’apertura alla speranza (cfr. Il sogno del prigioniero), in Luzi si conclude con un risultato certo: l’epifania, dopo «una lunga attesa» di «una figura/ vivida che si spenge in una stanza» (IX, vv. 15-16).
Come ha dimostrato Alfredo Luzi nel suo saggio sulla poesia luziana, «l’importanza basilare del Quaderno nel cammino poetico luziano è proprio nel tentativo di sintesi etica tra natura e mondo della storia, tra realtà immobile ed eventi in movimento».
Quaderno gotico, riprendendo quanto già scrisse Quiriconi, rappresenta l’inizio visibile di un «processo di riappropriazione di una dimensione umana della vita» che riconduce lo stilnovismo nella figura donna-salvatrice a posizioni antipetrarchesche e quindi per diretta conseguenza antimontaliane. Non si ripete in Luzi una tradizione codificata, ma il ‘tu’, non istituzionale, la misura di una precisa dimensione umana raggiunta e desiderata sotto la spinta esercitata dal dolore che comporta questo ritorno a un’esistenza concreta fisica, e non piú solo metafisica, pur rimanendo stabile, anzi accrescendosi, la tensione a ciò che è altro e altrove.
Quello che si va componendo attraverso questi versi è un disegno ottenuto con largo impiego di chiaroscuri: un doppio movimento che dalle tenebre conduce alla luce e che da questa riporta alle tenebre. Anzi, Luzi scopre l’ombra della luce di questa figura femminile che ne ispira il canto: novella Euridice d’un novello Orfeo consapevole di una perdita ma non per questo smarrito e votato all’oblio:

E quando sulla scorta d’un istante
di luce e di delizia ti sciogliesti
nel vento raro fertile di fiori,
ah un soffio sulla fronte era passato,
era tardi, dovevo insinuarmi
nel fitto delle tenebre…
(XIII, vv. 19-24)

Se la morte del padre di Clizia, entrato nell’ombra, aveva spinto Montale a consolare l’amata con uno dei mottetti piú intenti e sofferti, e incluso soltanto a partire dalla seconda edizioni de Le occasioni (1940), qui è l’io-Luzi a «insinuarsi/ nel fitto delle tenebre» sentendosi ormai tutto teso al compimento di un dovere piú grande, che lo costringe a un suo personale descensus ad Inferos dal quale risorgerà per ricercare la parola-luce.
La forte impronta ermetica che caratterizza Avvento notturno, andata già stemperandosi in Un brindisi, sembra quasi del tutto svanire in Quaderno gotico, dove alle ombre notturne, e al persistere di atmosfere silenti, si sostituisce una «luce itinerante» che da lucore di fiamma riflessa esplode in epifania di luce, preannunciante i toni, ben diversi, della maturità luziana, intrisa di luce.
Quello che stupisce data l’altezza cronologica è che questa luce è l’esatto figurale della vita, è l’amore che si fa immagine, e essendo immagine irraggiungibile questa figura, dantescamente, si palesa in luce. È forse luce d’una speranza sentita con forza in anni che bramano la speranza di risollevarsi, e è con buona probabilità la stessa speranza che si scoprirà delusa in quel momento importante della poesia di Luzi stigmatizzato in Nel magma (1963).
La guerra, l’esperienza di una vita non vissuta per il timore di morire, o di vedere morire, o sapere morte molte persone care; questo stato angoscioso che già si avvertiva in Avvento notturno, ma non ci si deve scordare della grande pagina scritta da Le occasioni, trova la via d’uscita in una concreta fede nella vita che si manifesta nel piú grande sentimento della stessa vita: l’amore.
Ciò che ha colto la mia attenzione è stato però il recupero in senso opposto a Montale di tematiche e aspetti pertinenti lo stilnovismo. Se nei Mottetti, e in tutte Le occasioni, e poi nella successiva La bufera e altro, lo stilnovismo offre a Montale la possibilità di caricare di nuovi simboli una poesia che vuole stemperare l’angoscia sentita per una situazione storica che rapidamente sta evolvendosi verso una guerra globale; l’impiego luziano, che ha fatto tesoro della lezione montaliana, supera quell’angoscia proprio attraverso la luminosità offerta da un sentimento puro rivolto, come già detto, a una figura femminile in absentia. Quale miglior modo per affermare la propria voce (e messaggio) originale se non partendo da, e capovolgendo, posizioni di un Montale già grande, ma non ancora il Montale che s’imporrà dopo la pubblicazione de La bufera e altro.
Luzi non ha mai celato la lettura sentita della poesia di Montale e questo perché forse già in principio si sentiva rivolto a altro che era diverso dalla ricerca poetica del ligure.
Quaderno gotico si presta bene a significare questa conquistata autonomia, proprio per un’esiguità di testi ben sorretta da una salda struttura, fatta di continui rimandi interni (ma anche a testi delle raccolte precedenti) che rendono giustizia a un disegno organico da canzoniere: Quaderno gotico è un macrotesto scomponibile in microtesti in grado di vivere e splendere di meravigliosa luce propria. Detto questo, che è dire nulla, a rendere importante questa pagina della poesia luziana è la commistione di vari fattori che partecipano in questa opera. Voglio dire che quell’aggettivo cosí pregno posto nel titolo trova una sua ragione d’essere non solo per il ricorso allo stilnovismo, nelle esperienze di Cavalcanti e Dante, ma proprio per le improvvise impennate della poesia alla ricerca della luce che sono tipiche del gotico artistico, pittorico e architettonico, di quel gotico caro a Luzi, come appare chiaro dal Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini. L’io-Luzi è intriso di colori accesi da una fiamma che gli arde dentro e gli riporta la poesia come ricaduta su di lui dopo un periodo di stasi (e non a caso uno dei temi di Biografia a Ebe porta il titolo di Stasi).

© Fabio Michieli

 

Indicazioni bibliografiche:
Alfredo Luzi, La vicissitudine sospesa, Firenze, Vallecchi 1968.
Giancarlo Quiriconi, Il fuoco e la metamorfosi. La scommessa di Mario Luzi, Cappelli Editore, Bologna 1980 (la citazione si legge a p. 182).
[il contributo fu pubblicato in rete la prima volta dieci anni fa circa nel blog di Gianfranco Fabbri, presente sulla piattaforma splinder fino alla chiusura; successivamente inserito nel mio blog personale]

2 comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.