Bésame mucho e la questione dei rapporti tra vita e arte – di Stefano Brugnolo

 

 

Io, come altri, credo che la biografia conti poco per spiegare la bellezza, grandezza di un testo artistico, e che non è affatto vero che l’opera rispecchia la vita di chi l’ha composta. Voglio dire che l’autore di un testo parte sì dalla sua esperienza, dalla sua vita, parte da quel che è e fa, inevitabilmente, ma parte anche e soprattutto da quel che non è, e non fa, ma che magari vorrebbe e potrebbe essere e fare. E comunque da dovunque parta, qualunque sia il suo materiale di base poi l’artista ci “fa cose”, e cioè lo modifica e deforma, lo rovescia e trasfigura. Solo così quella che altro non sarebbe se non una espressione, una confessione personale, può diventare un testo dal significato universale, interessante potenzialmente per tutti. Scrivo tutto questo subito dopo aver appreso, ascoltando un telegiornale, che uno dei capolavori assoluti della musica leggera che ancora si consuma come il pane è stato scritto nel 1941 da una signora che si chiamava Consuelo Velásquez ed era messicana. Consuelo Velásquez!? e chi la conosce? Sospetto in pochi, eppure la conosciamo tutti intimamente, siamo entrati tutti in stretta relazione con lei, perché tutti abbiamo sentito e magari intonato quella canzone, che a suo modo è un capolavoro, fatto con poco, di poco, come sempre accade con i capolavori popolari, fatto di poche strofette e pochi semplici e meravigliosi versi ripetuti “Bésame, bésame mucho, /come si fuera esta noche la última vez…” Che magari saranno anche versi facili e che però musicati in quel modo da Consuelo ti arrivano diritto e dentro al cuore. Tant’è vero che se anche è stata tradotta in cento lingue, anche se è stata cantata, variata, modulata da mille cantanti, e canticchiata e stonata da milioni di uomini e donne, però è pur sempre rimasta quella canzone lì, che era di Consuelo e che è poi è diventata di tutti, e di nessuno. Cioè essa come tutti gli oggetti artistici perfetti cambia continuamente a seconda dell’epoca e del mood con cui l’artista la interpreta e l’ascoltatore la ascolta, e però resta sempre meravigliosamente se stessa. Tant’è vero che quel bésame, bésame mucho – un verso perfettamente bisessuale adatto a tutti i tipi d’amore – è sempre rimasto tale e quale in qualunque lingua si canti la canzone (kiss me, kiss me much, rovinerebbe tutto). Ma non è questo il mio punto, il mio punto è che a quanto pare una volta in una intervista Consuelo, la Consuelo tarda se non estrema, che però all’epoca della canzone era una pianista classica poco più che ventenne, dall’aria di ragazza timida e per bene, la vecchia Consuelo, dicevo, dichiarò che quando scrisse quella canzone non aveva mai baciato nessuno! Ci si pensa? Uno avrebbe pensato che lei fosse una esperta baciatrice e amatrice, e che in quel suo struggente “come se fosse stanotte l’ultima notte”, in quel suo “piensa que tal vez mañana/ Yo ya estaré lejos, muy lejos de ti”, in quel “que tiengo miedo a perderte, perderte después”, in quel “Quiero sentirte muy cerca/ Mirarme en tus ojos/ Verte junto a mí”, ci fosse tanta esperienza e vita vissuta, il ricordo, il rimpianto di amori vissuti e perduti, di appuntamenti, addii, partenze, assenze, attese, abbracci, amplessi, e invece no, quei versi, quella musica sono fatti della sostanza di cui sono fatti i sogni, di Consuelo e poi di tutti. Eppure la discreta, ingenua e vergine Consuelo ci azzecca, ci racconta il baciare o il congiungersi amoroso dall’interno, ce lo rende vero, memorabile, più reale del reale. Dicendoci cosa? Dicendoci baciami, baciami molto… Che è poca roba sì, ma che modulato in quel suo modo sensual-languido si trasforma in un bacio che è tutti i baci, un bacio al quadrato, “un” bacio che è “il” bacio. Lungo, lungo, che ti sfinisce e che dovrebbe proteggerti dall’inevitabile despues, dalla incombente mañana, dal “domani” che verrà, e di cui non v’è certezza, perché chissà “tal vez yo ya estare lejos/ Muy lejos de ti”. E allora ecco che la canzone di Consuelo diventa l’equivalente pop dell’invocazione di Catullo a Lesbia: “Dammi mille baci, poi cento,/ poi ancora mille, poi di nuovo cento,/ poi senza smettere altri mille, poi cento”. Che tra l’altro erano anch’essi baci richiesti all’amante per proteggersi dal senso di una fine incombente: quella in cui “nobis cum semel occidit brevis lux,/ nox est perpetua una dormienda”; quella cioè in cui “tramonterà questa breve luce/ e ci toccherà dormire un’unica notte perpetua”. Ma la canzone ci ricorda anche le albe dei poeti provenzali e per esempio quella di Raimbaut de Vaqueiras: “Mas paor \ Nos fai l’alba, \ L’alba, oi l’alba” (“Ma abbiamo timore noi dell’alba. L’alba, ahimè, l’alba”). Ed è  la stessa alba di Romeo e Giulietta: «Look, love, what envious streaks \ Do lace the severing clouds in yonder east. \ Night’s candles are burnt out, and jocund day \ Stands tiptoe on the misty mountain tops. \ I must be gone and live, or stay and die.» (“Guarda, amore, che raggi invidiosi annodano le nubi che si separano laggiù a oriente. Le candele notturne si sono consumate e il lieto giorno sta in punta di piedi sulle cime delle montagne nebbiose. Devo partire e vivere, o restare e morire”). E infine, perché no?, ci ricorda anche l’invocazione dei Tristano e Isotta wagneriani alla notte affinché duri per sempre, e così duri per sempre il loro abbraccio, e nessuna mañana, nessun despues li separi mai:

Al giorno! Al giorno!
al perfido giorno,
al più duro nemico,
odio e maledizione!
Come tu la luce,
oh potessi io spegnere
il lume al giorno insolente,
per vendicare le sofferenze d’amore!

Forse che Consuelo conosceva questi poeti? Credo proprio di no, eppure lei si riconnette spontaneamente a quella tradizione, che evidentemente non è solo una “tradizione” ma una situazione umana comune, dimostrandosi la degnissima erede pop di Catullo, Shakespeare e Wagner e altri; Consuelo pesca dentro ed esprime gli stessi sentimenti primari. Nessun cipiglioso erudito se ne adonti. E badate: io non sto dicendo che Consuelo fa qualcosa di simile ma per così dire di minore impatto; non sto dicendo che è una nana sulle spalle di giganti. Sì, in effetti credo che per esempio il Tristano e Isotta di Wagner sia in assoluto musica più grande, ma credo anche che Bésame mucho sia comunque una cosa a parte rispetto a quei capolavori, una cosa altrettanto (anche se diversamente) degna e memorabile, e cioè che essa tocchi corde e profondità diverse da quelle che toccano quei geni, ma altrettanto universali.  Senza quella canzone, insomma, ci mancherebbe qualcosa, l’espressione e la modulazione di un certo sentimento, di una particolare situazione, che solo “lei” ha saputo rappresentare in quello specialissimo modo (per dire anche che una certa marina acquerellata a tinte leggere forse non è grande come il Giudizio Universale della Cappella Sistina ma  magari riesce a restituirci la luminosità di certe mattine perfette della vita in un modo che è altrettanto, anche se diversamente “assoluto” di quello con cui Michelangelo è riuscito a rappresentare gli estremi della disperazione e della gioia dei puniti e dei salvati).

Solo che, adesso che ci penso, diversamente da Catullo Shakespeare e Wagner, i basia di Consuelo sono attesi piuttosto che dati, perché in questa canzone sul bacio, in questa canzone-bacio… non ci si bacia. Si aspetta, si chiede, si sospira, ci si strugge per un bacio che verrà, e anzi per un baciare che si spera duri e duri e duri… È allora il desiderio, lo Streben languido del darsi, perdersi, fondersi in questo bacio futuro che si canta nella canzone. E questo bacio si sospira tanto di più perché forse, chissà sarà l’ultimo, mentre invece per Consuelo sarebbe stato il primo. Perché lei appunto non lo aveva ancora mai dato, un bacio. Ecco dunque una dimostrazione di come funziona il pensiero artistico: per esempio trasformando una prima esperienza (desiderata, attesa, sognata) in un’ultima esperienza, quella che magari prelude alla fine di una storia, ad una solitudine amara. Potenza del desiderio e dell’immaginazione: il prima trasposto, trasfigurato nel dopo, l’inizio nella fine. Il che detto in altri termini suona così: che dietro un benché ci sta spesso un perché. Infatti non è “benché” Consuelo non aveva ancora baciato che ha scritto una canzone così intensa sul baciare, ma “proprio perché”. Insomma solo una Consuelo affamata di baci poteva dire con tanta intensità e struggimento l’esperienza di un ultimo, desiderato, appassionato abbracciarsi e baciarsi, e dunque amare, e dunque fondersi. È secondo questa illogica che procedono l’immaginazione e l’arte. Non so, come se un adolescente trovasse le parole giuste per raccontare la fine di un lungo matrimonio, un divorzio tardivo, o addirittura il morire di un vecchio. Come se qualche volta la giovinezza potesse sapere qualcosa della (temuta, favolosa) vecchiaia che i vecchi, che a quella hanno fatto il callo, magari non sanno o non vogliono sapere. E infatti è capitato, e capiterà ancora: come avrà fatto il ragazzo Thomas Mann a raccontare tanto bene il declino irreversibile di una famiglia (i Buddenbrook), la fine di un’epoca, il senso dell’inutilità di tanto lavorare, curare, ambire? Così come d’altra parte può capitare l’opposto: che un vecchione che è stato tutta la vita austero e retto si inventi alla fine la storia di un malandrino, di un teppista, di un burlone, di qualcuno distantissimo da lui: si pensi per esempio all’ultraottantenne Verdi che si identifica così bene in un Falstaff contemporaneamente panzone e leggero leggero, per il quale indimenticabilmente “tutto nel mondo è burla”. Io credo che nessun burlone o canaglia vero avrebbe potuto capire meglio Falstaff di quanto ha fatto il borghese e compassato Verdi. A dimostrare appunto che l’arte non rispecchia mai la vita com’è, ma la vita possibile, che così però si costituisce allora come modello di tutte le esistenze e esperienze reali: il besame mucho di Consuelo illumina tutte le situazioni in cui speriamo di poter godere di un certo stato di grazia e intensità vitale, e che esso duri, che non si spezzi.

E in fondo così hanno fatto tanti altri artisti, hanno immaginato la vita, il mondo, ben al di là di quel che sapevano e avevano visto e vissuto. Sono andati al di là di se stessi. Che ne sapeva infatti Balzac di tutte quelle terribili vicende di denaro, criminali, ossessi, libertini, accumulatori, dilapidatori; che ne sapeva di tutte quelle dissolutezze, purezze, nefandezze, ecc. che secondo lui si consumavano tutti i giorni a tutte le ore, a tutti gli angoli di Parigi? Poco o niente! E infatti una volta il serissimo filosofo Adorno disse che per capire Balzac bisogna identificarsi in un contadino che arriva a Parigi dalla campagna e guardandosi intorno immagina che i muri delle case nascondano misteri terribili e favolosi. In fondo, era come Consuelo Balzac, uno che aveva tentato qualche affare che gli era andato male, un borghese snob pieno di debiti sempre in cerca dell’amore delle nobildonne e che solo alla fine riuscì a sposarne una. Sì, Balzac era a suo modo un inesperto e un sognatore come Consuelo, eppure è solo rispecchiandoci in quel suo mondo esagerato, visionario che noi capiamo il nostro. È solo grazie ai suoi romanzi che ci facciamo un’idea di quella cosa grandiosa e terribile che  chiamiamo capitalismo ma che è qualcosa di più, dentro cui viviamo tutti immersi. E insomma per dire che? Per dire brava Consuelo, continua così che di anno in anno ti stai migliorando, e che da ottant’anni ci rendi possibile il miracolo di una canzone che sembra scritta adesso e ci accompagna nelle tante fasi e situazioni delle nostre vite, cambiando sempre un poco d’aspetto e restando sempre se stessa.

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