proSabato: Luigi Cecchi, XX secolo

©Luigi Cecchi

 

XX Secolo

«Mi ricordo che quando avevo la tua età, – esordì la nonna mentre infilava il guanto da forno sulle dita maltrattate dall’artrosi – c’era un ragazzo al quale piacevo tanto. Si chiamava Adolfo, ed era tedesco… proprio come… come quello tedesco.»
«Hitler?» Suggerì l’ingegner Pozzuoli.
«Esatto! Esatto! Willer! Willer.» Ripeté la nonna annuendo. La soffice messa in piega vaporosa e canuta si agitò sulla sua testa come un batuffolo di cotone.
«Hitler, nonna. Non Willer. Hitler» L’ingegner Pozzuoli scosse la testa e barrò un paio di caselle su di un piccolo taccuino, che ripose velocemente nel taschino della camicia.
«Ad ogni modo, – proseguì lei imperturbabile – c’era questo giovane tedesco. Veniva ogni giorno a casa e bussava al portone, giù nel cortile, vicino alla carreggiata. Veniva sempre con un mazzo di margherite appena colte. Sperava che mi permettessero di uscire, ma i miei genitori erano molto gelosi di me. Quando sentiva bussare, mia madre si affacciava dal balcone della sala da pranzo per vedere chi fosse, e quando lo riconosceva, gli gridava in tedesco di andarsene!»
«La bisnonna conosceva il tedesco?» Domandò Pozzuoli, incrociando le braccia con fare un po’ spazientito.

«Oh, no, no. Aveva imparato solo come si diceva “vai via”, perché lo ripeteva sempre Sebastiano, il barbiere della piazza, quando entravano dei clienti nel suo negozio che non erano alianti.»
«Ariani. Non vedo comunque il motivo per il quale un barbiere pugliese dovrebbe rivolgersi in tedesco ai propri clienti… tantomeno se intende cacciarli via…» Mormorò l’ingegnere.
«Non lo so. Forse perché era un fan di Willer.» Spiegò la nonna, aprendo con uno scossone il forno della vecchia cucina a gas. Pozzuoli riprese il suo taccuino vi appuntò a caratteri cubitali la parola “FAN”, poi lo infilò di nuovo al suo posto. La nonna nel frattempo si stava esibendo in una serie di piegamenti lentissimi, tentando di non spostare il proprio baricentro oltre la base, e nel contempo di non mettere troppo alla prova la propria schiena. Attraverso le lenti spesse degli occhiali esaminò le condizioni della carne.
«Ah, no… mi sa che si è bruciato.»
«Di nuovo?»
«È questa cucina… è vecchia – almeno quanto me, non si riesce mai a regolare la temperatura del forno, e poi finisce sempre che cuoce più davanti e meno dietro.» Mentre tentava di giustificarsi, la nonna estrasse dal forno un tizzone di carbone nero e fumante, dal quale si sprigionarono immediatamente fumi grigi abbastanza densi da costringere l’ingegnere a portarsi le mani alla bocca e tossire. Doveva trattarsi dell’arrosto.
«Va bene, va bene, basta così.» Disse Pozzuoli, avvicinandosi al muro. Sollevò una maiolica e premette il grosso pulsante rosso all’interno dell’incavo. Getti di acqua e schiuma inondarono la stanza, mentre il soffitto lentamente si apriva per far uscire quel fumo e quegli odori sgradevoli. Da una delle finestre entrò il professor Felluca, con un caffè in mano. Era chiaro che aveva passato tutto il tempo del test al bar, anziché ad osservare come procedeva.
«Non va bene?» Chiese, sorridendo sotto i baffi.
«È un disastro. Gli algoritmi cerebrali sono troppo scomposti, la fanno sembrare una cerebrolesa anziché un’anziana signora… voglio dire, non può scambiare Adolf Hitler con Tex Willer!»
«Suonano simili, secondo me.» Tentò di sminuire Felluca.
«E poi mi ascolti: un robot nonna non sarà mai, e dico MAI una riproduzione fedele di una nonna del XX secolo, finché non riuscirà a cucinare decentemente un arrosto con le patate!» Detto questo, l’ingegner Pozzuoli scosse i piedi per liberarsi della schiuma e uscì dalla stanza. Il professor Felluca sospirò rumorosamente e si guardò intorno. Un disastro, l’ennesimo. Per fortuna c’erano i robot a mettere in ordine.

«Procedura 77, tempo 3 ore, ripristino completo. – Ordinò. E aggiunse: – Portate il prototipo in laboratorio, mi toccherà formattare tutto e riscriverlo da capo.»
E mentre braccia meccaniche si allungavano nella stanza, ne uscì e spense la luce.

©Luigi Cecchi

 

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