Bruno Lijoi, L’albero della vita

Il coraggio della semplicità: L’albero della vita di Bruno Lijoi

Ci sono componimenti poetici che hanno il pregio di restituire efficacia e veridicità all’affermazione di Hamann, secondo il quale “la poesia è la lingua materna del genere umano”. Questo vale senz’altro per i testi qui raccolti. Che cosa lega la poesia di Bruno Lijoi, oggi, nel 2018, a ciò che Hamann, il quale, insieme a Herder, fu l’autore che preparò il fondamento teorico dello Sturm und Drang, affermò ben oltre due secoli fa? E soprattutto, ha senso porre un quesito di tal fatta?
Provo a rispondere a entrambe le domande, partendo dalla seconda. Ha senso avvicinare la scrittura poetica di Bruno Lijoi a una affermazione, come quella di Hamann, che rischia la vertigine dell’universale, perché è necessario, oggi ancor più che in altre epoche, non perdere di vista le coordinate principali del poiein, vale a dire: che cosa significa creare poesia, quali sono i suoi nuclei fondanti e fondamentali attraverso ere e latitudini? I testi di Bruno Lijoi offrono, nel loro manifestarsi, più di un appiglio, più di una prova dell’ubi consistam della poesia. Lo fanno, ed ecco la risposta al primo quesito, con il coraggio della semplicità. Non della banalità, si badi bene, non della schematizzazione, bensì della schiettezza del dire e, insieme, della responsabilità nel creare (creare, sì, creare) uno spazio comune e comunicabile attraverso lo strumento linguistico, anche quando la poesia si fa grimaldello, ariete all’assalto, divinatore o perfino ‘vittima’ del mistero.
Il mistero assume di volta sembianze diverse, si carica di declinazioni spesso affiancata a due a due: mistero dell’esistenza umana e dell’universo, del tempo e dell’eternità, del male e della mitezza, della luce e dell’ombra, della perdizione e della salvezza, dell’individualismo insensato e della prova della coralità. In questo farsi “lingua materna del genere umano”, la poesia di Bruno Lijoi affronta temi e topoi che, pur consueti, familiari a chi frequenta testi poetici, vengono riproposti con la forza pacata della meditazione e del passo che avanza, contemplando e vivendo.
Il procedere del passo conferisce il ritmo a un insieme di testi che si apre, non casualmente, con una constatazione che, espressa alla forma impersonale, intende avere il significato di una condizione condivisa: «Si cammina». Lupi famelici, la poesia che si apre proprio con l’affermazione «Si cammina», mostra inoltre un’architettura insieme semplice e ben meditata. È composta, infatti, da tre strofe, collegate tra di loro tramite l’anafora iniziale, e, con immagini vivide ed essenziali, rende l’errare nell’oscuro e nel fumo denso, rende la minaccia della voracità fagocitante, ricorrendo alla metafora antica, dantesca, e qui rinnovata, dei «lupi mai sazi», così come alla potenza evocativa dei versi, i quali lanciano un ponte al linguaggio pittorico, in questo caso al dipinto di Pieter Brueghel Il Vecchio La parabola dei ciechi: «chiudendo gli occhi/ allo spiraglio di luce».
Tra le figure retoriche, quelle alle quali Bruno Lijoi ricorre con esiti convincenti sono l’anafora – che dispiega la sua azione con notevole frequenza, e dunque, oltre che nella già menzionata Lupi famelici, in Si corre, Sorridimi ancora, Assalti tardivi, L’ombra, Dimmi amore!, Preghiera, Fragilità umanaMio fratello, Di sole e di luna, In cammino, O Divina – e la similitudine: «sordo come Ulisse» (Le Parche), «e ora come goccia silente/ erode paziente le certezze» (Crepe), «come onde in divenire» (Fragilità umana).
L’altissimo coefficiente metaforico di tutti i componimenti nel loro intero sviluppo, dal titolo, all’articolazione, alla chiusa, riporta il ragionamento all’assunto iniziale circa la natura della poesia in generale e della poesia di Bruno Lijoi qui presentata. Se è vero che il discorso poetico si caratterizza per il suo procedere per analogie, per individuazioni di nessi, legami, parentele, affinità, somiglianze che non disdegnano il ricorso frequente al “salto nel ragionamento”, in vista di una formulazione densa e percepibile all’orecchio ancor prima che all’occhio, in vista di un unicum di forma e contenuto, L’albero della vita di Bruno Lijoi dà prova incoraggiante di possedere questa caratteristica.

© Anna Maria Curci

Lupi famelici

Si cammina
sul crinale di sentieri
immersi nel buio,
abbandonati,
in balia
di lupi mai sazi.
Si cammina
in ordine sparso
avvolti da un fumo,
acre e denso,
in sale chiuse
senza poterlo disperdere.
Si cammina
oltre il silenzio
chiudendo gli occhi
allo spiraglio di luce
celato
oltre le porte sprangate.

 

L’ombra

Dove è la mia ombra?
Il sole a picco
l’ha schiacciata
e mi ritrovo sulla strada,
al centro della strada,
orfano e indifeso:
l’avrei potuta barattare.
Dove è la mia ombra?
Una strada assolata
e senza anima
si srotola lentamente
sotto i miei piedi;
solo un cane, in lontananza,
agita la sua coda, nera,
quasi a far tacere
il frinire delle cicale.
Dove è la mia ombra?
Chi l’ha presa
ora se ne fa vanto
e l’usa come scudo
lasciandomi in balia
dei sospiri più leggeri
relegandomi ad un assetato
che presta la bocca
a qualsiasi fonte sorgiva.
Dove è la mia ombra?
Dove la mia bussola
in un rinnovabile orizzonte
di cicaleccio?


Sciuscià

Ora vado,
ora vado anch’io,
sai,
ad occupare un posto,
il mio posto
senza fretta.
Respira, sai, il giorno
facendo scivolare
i suoi momenti
su pelli stralunate.
Respira e non dà tregua
al rincorrersi
di passi felpati
e al correre tumultuoso
di passi disgraziati.
Respira il giorno
con grazia o con affanno
insensibile alla sosta
di passi felpati
sullo sgabello dello sciuscià
pronto ad occupare
tutti i suoi momenti.

 

Canto polifonico

Questo filo sottile,
sottotraccia,
che unisce il mio io
non esplica un canto
ma un canto polifonico:
il canto della primavera.
E passa il tempo
e tramonta la voglia
e svanisce l’illusione
ma il canto è lì
con i suoi frutti
pronti ad essere colti
ed assaporati
fino a sazietà
non appena il sole
li strappa all’oscurità.

 

Bruno Lijoi, L’albero della vita. Prefazione di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine 2018

One comment

  1. “E passa il tempo
    e tramonta la voglia
    e svanisce l’illusione
    ma il canto è lì
    con i suoi frutti
    pronti ad essere colti
    ed assaporati
    fino a sazietà..”
    Un filo di speranza legato alla polifonia della primavera. Forse, è ciò che ci rimane?! Bellissimi versi

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