Marco Aragno, Cancellare la città

Uscito sul finire dello scorso mese di settembre, Cancellare la città è il nuovo romanzo di Marco Aragno. Vi proponiamo in lettura il primo capitolo.

La solita truffa dello specchietto

 

.  Qualcosa si era guastato nella notte.
.  Tra i caseggiati illuminati l’aria si fece densa; il buio all’orizzonte si gonfiò, come se una materia oscura premesse dall’interno, finché non esplose pulsando un bagliore rossastro.
.  Amanda vide sorgere la macchia vermiglia dell’incendio dai finestroni del bar. L’aureola di fuoco si specchiò nella sua iride azzurra, crebbe nella pupilla divorandone il colore.
.  Lo avevano fatto. Questo fu il primo pensiero che le venne in quell’istante, mentre era in piedi, schiena dritta, con gli occhi accesi dal bagliore delle fiamme. La Resit stava bruciando.
.  Sbatté le palpebre, in un gesto infantile, come a cacciare via quella visione; poi si voltò. La macchia rossa rimase impressa nella retina, naufragò sulla parete bianca della stanza, prima di sparire dal campo visivo non appena gli occhi si ricacciarono nella penombra dell’armadietto aperto.
.  In un attimo, ricordò quanto stava per fare prima che la sua attenzione venisse rapita dal bagliore alla finestra. E lo fece: si slacciò il grembiule nero con le tasche verdi, lo stirò, lo piegò in quattro e lo sistemò sullo scaffale in alto.
.  Poi affondò la mano sull’interno della mensola di mezzo e tirò fuori una Sim. La guardò come si guarda una scelta. Piccola, minuscola, apparentemente insignificante, i circuiti gialli che si intersecavano geometricamente sul riquadro di plastica. Quanto valeva? Nel locale, in quel posto anonimo, era più al sicuro che a casa. Ancora più al sicuro dopo l’ultima notte, quando qualcuno era entrato nell’appartamento mettendo tutto in subbuglio: armadi, cassetti, materasso, scrivania. Forse per recuperare quanto aveva preso. E per darle un avvertimento, certamente.
.  Si guardò intorno, rigirò quella micro-card tra l’indice e il pollice immaginando un nuovo nascondiglio. Infine aprì l’armadietto di Francesca, la collega, e occultò la Sim nell’intercapedine d’acciaio che separava i vani dell’armadio; un nascondiglio provvisorio, un posto sicuro prima di allertare i carabinieri.
.  Poi tornò al suo armadietto. Restò ferma per alcuni istanti e prese a mangiarsi l’unghia del pollice. Staccò il dito dalla bocca ed estrasse il cellulare, tolse la mascherina della batteria e tirò fuori la sua Sim. La guardò e la buttò nel taschino laterale della borsetta; quindi girò l’anta in metallo e la chiuse con un schiocco di chiave.
.  La strada era quella, ormai. Tracciata. Poteva riprendere ossigeno nei polmoni. Si voltò di nuovo alla finestra, d’istinto, per accertarsi che la realtà fosse lì nella sua evidenza: la semisfera del rogo adesso pulsava più forte di prima, aveva conquistato metà della vetrata ingoiando pezzi di buio.
.  Amanda restò con gli occhi sbarrati. Questa volta non socchiuse le palpebre e fissò l’incendio come una presenza inevitabile, uno stato di cose a cui abituarsi. Infine tirò la lampo della felpa, indossò il cappotto di panno blu e uscì dallo stanzino.

.  Francesca la vide spuntare dal retro. Mentre sistemava i tavoli e le sedie lasciate fuori posto dai clienti si interruppe, strinse le mani sudate a una spalliera e la osservò sfilare lungo il bancone. «Stai andando via?»
.  «Sì, chiudi tu?»
.  «Certo.»
.  Niente. Non una breccia in quell’universo sconosciuto. La sagoma bionda che aveva imparato a conoscere negli ultimi tre giorni restava un muro impenetrabile, per il momento. Strana, enigmatica. «Ma cos’è ’sto fiato di morte che si sente da fuori? Un altro incendio?»
.  Amanda passò dall’altro lato del banco: «Pare di sì.»
.  Occhi bassi, mani alla borsetta, economia di parole. Il nuovo acquisto si limitò a incrociare, per un attimo, lo schermo acceso del televisore, in alto sulla mensola: passava in rassegna le breaking news. In primo piano il maxi-blitz contro alcuni politici arrestati con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta. Il testo che scorreva sul sottopancia rosso si componeva di due parole: INCHIESTA REPULISTI.
.  Amanda sospirò, fece un altro cenno di saluto alla collega e uscì dalla porta principale.

.  Appena fuori, fu travolta dalla puzza di bruciato: cadeva dall’alto. Il cielo sopra di lei era torbido, velato dai fumi della Resit in fiamme. La macchia rossa scavalcava le cime dei palazzi, tracimava nel suo campo visivo.
.  Lei palpò la borsetta, prima di camminare: si sincerò che fosse al suo posto, aggrappata alla spalla, vicina al suo corpo. Fu travolta da un’ondata di calore che le si attaccò sulla pelle, mentre si dirigeva verso la stazione dei carabinieri.
.  Passò davanti a un negozio di street food, sfilò davanti a un gruppo di africani, che la fissarono. La cameriera guardò a terra, tirò dritto.
.  Arrivò alla macchina, la sua Fiat Panda; l’aprì, buttò la borsetta sul sedile passeggero e si sedette nell’abitacolo. Lanciò uno sguardo nello specchietto retrovisore prima di girare la chiave e ingranare la prima.
.  La circonvallazione era semideserta, a quell’ora. Qualche auto diretta agli alberghi sul lungomare per incontri tra amanti clandestini; una prostituita nera con la parrucca bionda, sul ciglio della strada, si schiaffeggiava il sedere per attirare gli automobilisti.

.  Amanda superò un sovrappasso, con lo sguardo su una fila di pini marittimi esangui, piantati a forza dentro lo spartitraffico centrale. La caserma dei carabinieri era vicina. Altre due, forse tre rotonde: varcato l’ingresso, avrebbe messo fine a un incubo.
.  Ingranò la quarta ed entrò in una rotatoria. Attraverso il vetro appannato del parabrezza guardò la colonna di fumo nerastra sopra le antenne dei palazzi, il fungo che sorgeva oltre i cornicioni e sputava il suo respiro tossico sulla città.
.  Per quello avrebbe denunciato tutto? Per riportare il sereno negli occhi della gente? O solo per sua sorella?
.  Socchiuse un attimo gli occhi, quasi si addormentò, finché un ruggito di motori non esplose alle sue spalle.
.  L’auto sbandò, le ruote strisciarono sull’asfalto perdendo di aderenza. Le mani si avvinghiarono allo sterzo.
.  Amanda guardò nello specchietto: uno sciame di abbaglianti in movimento.
.  Chi cazzo era?
.  «Bellissima! Sei un angelo!» Un muccusiello a bordo di un SH, sì e no diciassette anni, picchiò il vetro con le nocche; dietro di lui altri due scooter con quattro compagni in felpa e cappuccio che strombazzavano saltellando sulla sella.
.  «Ma andate a fare in culo a casa vostra, ’sti pezzi di merda.»
.  Amanda sbuffò. Poi accelerò, riportò gli occhi sulla strada e distaccò i tre scooter quanto bastava per vederli rimpicciolire nel retrovisore. Era bella, le dicevano. I tratti di un viso delicato induriti dalla prima maturità; le curve dei seni che si intuivano sotto le camicie slim fit. Era abituata alle peggiori avances.
.  «Yooo!» Il tipo sul motorino cacciò fuori un grido selvaggio. Portava i capelli con la riga laterale disegnata dal rasoio elettrico; aveva un sopracciglio sfregiato. Si alzò sulla pedana del mezzo, poi affondò il culo sulla sella e impennò trascinandosi per metri sulla ruota posteriore.
.  Lei seguì la scena attraverso lo specchietto, finché non vide il centauro perdere l’equilibrio e schiantarsi contro la ruota del compare in sella all’altro scooter.
.  «Teste di merda.»
.  Amanda Fiorino rimase di nuovo da sola nel silenzio dell’abitacolo: davanti a sé la striscia d’asfalto della circonvallazione, che la separava dai carabinieri. Altri cavalcavia, decine di stradine ai lati, che si diramavano nel nulla delle campagne.
.  Affondò sull’acceleratore, il cuore le aveva preso a pulsare come un corpo estraneo, un sasso piantato tra le costole. Ma c’era quasi. A un passo. Altri mille metri e sarebbe stata in un luogo protetto; si sarebbe seduta in un ufficio pieno di pc e coi faldoni alti mezzo metro; avrebbe raccontato, incrociando lo sguardo del maresciallo, la sua verità.
.  Tirò un respiro. Rallentò. Accese la radio e regolò il climatizzatore. Guardò di nuovo il cielo, cercò uno sprazzo di sereno tra le scie di fumo. Fissò la luce di alcune stelle che proiettavano sul parabrezza l’orma di una galassia sicura, un rifugio, forse una costellazione lontanissima di cui non ricordava il nome.
.  Sorrise.
.  Finché un rumore sordo dal lato dello sportello posteriore non la fece sussultare. Una botta?
.  Rallentò, scalò di marcia, guardò a destra e sinistra per vedere cosa fosse. Niente. Era sola. Puntò gli occhi nel retrovisore: pochi metri dietro, in sosta, c’era una vettura scura. Un Suv.
.  Che l’avesse colpita senza accorgersene?
.  L’auto si mise in moto, accese i fari e si affiancò alla sua Panda. Il finestrino calò e sul sedile del passeggero prese corpo nella penombra una faccia scura. I lineamenti erano indistinguibili, seminascosti nel buio dell’abitacolo: «Lei ci ha urtato lo specchietto. Non se n’è accorta?»
.  La ragazza abbassò il finestrino e cercò di dare un’occhiata in cerca di ammaccature. «Cosa, scusi?»
.  Dall’abitacolo del Suv uscì la nube di vapore bianco di una sigaretta elettronica. Il passeggerò sporse l’avambraccio, mostrando un tatuaggio. Poi allungò il collo oltre il bordo dello sportello e lasciò che la luce giallastra dei lampioni gli disegnasse la faccia: capelli rasati, denti piccoli sotto gengive rosse, zigomi butterati ricoperti da una barba sfatta.
.  «Lo specchietto, vede? Ce lo ha rotto.»
.  Amanda piegò la testa sulla spalla cercando il volto dell’altro tizio, il conducente: era nascosto dietro il corpo del passeggero, immerso in un cono d’ombra.
.  «Davvero? Non me ne sono accorta. Mi devo essere distratta a guardare l’incendio.»
.  Nello spazio tra le due auto piovve una cascata di fumo che sfarinò i lineamenti del suo accusatore. Ma il suono delle parole le giunse in modo distinto: «Dobbiamo regolare questo incidente. Può accostare un attimo per favore?»
.  Amanda si bloccò, socchiuse gli occhi. Poi fece sì con la testa. Ingranò la prima e accostò. Scese dall’auto. Quando il Suv si fermò, pochi metri più avanti, piegò il collo e provò a indovinare uno specchietto rotto sul lato del conducente, un vetro infranto. Sembrava intatto. Che fosse quella truffa di cui aveva sentito parlare sui giornali?
.  Gli sportelli del Suv si aprirono, mentre una nuova folata dell’incendio spazzò la strada come una raffica di sabbia nel mezzo di una tempesta nel deserto.
.  Dall’abitacolo, a destra e sinistra, scesero due figure. Sembrava non toccassero terra: due macchie umane trasportate dai fumi del rogo. Amanda si morse un labbro. Le pupille azzurrissime si allargarono di paura.
.  Si guardò intorno: la circonvallazione era vuota. Le serrande dei negozi abbassate. Nessuna macchina di passaggio, nessun muccusiello in sella allo scooter: neanche i soliti anziani che uscivano da un condominio per portare il cane a pisciare. L’universo si era ridotto a quattro presenze: lei, quelle due ombre e il bagliore rosso che pulsava nel cielo.
.  Che fare?
.  Quando guardò di nuovo avanti, ebbe l’impressione che i due individui scivolassero verso di lei, in sospensione. Non li metteva a fuoco: restavano macchie in movimento, grumi di fumo che l’avrebbero raggiunta a breve.

 

Marco Aragno, Cancellare la città, Transeuropa, 2018

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