Ennio Abate, Salernitudine

Ennio Abate,  padre madre figlio

SALERNITUDINE 1/POETERIE

Cussi` aggarbate

T’arricuorde, a puvarelle?
Era a figlie re Cirille.

Fidanzate, laureate
n’atu mese ere spusate.

Giesù mie! Cussì aggarbate!
Cussì ambress se nne gghiute.

M’arricorde, m’arricorde.
M’arricorde e tombe e maggie.

Ciele chiare, a ggent’ azzitte
sciure sciure, troppe sciure.

Nnat’u poco o fidanzate
chillu sciacque scapestrate

manche jeve ao funerale;
e quacchune addimmannave:

Neh, ma o spose quann’arrive?
Ché, s’è perze pe la vie?

M’arricorde, m’arricorde.
M’arricorde l’ammuina.

N’atu ppoche chella ggente
nge ballave ncoppe e ttombe.

M’arricorde e facce e fesse
ca dicevene : Signurì

v’ata primme laureà.
Doppe, ssì, v’ata spusà!

Chell’ è morte senza sale.
Chell’è morte munacelle
pa paura e se nzurà!

Così garbata
Ti ricordi, la poverina?| Era figlia dei Cirillo./ Fidanzata, laureata| fra un mese si sarebbe sposata./ Gesù mio! Così garbata!| Così in fretta se n’è andata./ Mi ricordo, mi ricordo.| Mi ricordo il cimitero a maggio./ Cielo sereno, gente in silenzio| fiori fiori, troppi fiori./ E per poco il fidanzato| quel fatuo scioperato/ neppure andava al funerale;| e qualcuno già chiedeva:/ Neh, ma lo “sposo” quando arriva?| E che, s’è perso per strada?/ Mi ricordo, mi ricordo.| Mi ricordo la confusione./ Per poco quella folla| sulle tombe ci ballava./ Mi ricordo quegli sciocchi| che dicevano: Signorina/ vi dovete prima laureare./ Dopo, sì, potete sposarvi!/Quella ha vissuto in modo insipido.| Quella è morta come una monaca| per la paura di sposarsi!

Nui simm’e ssarte

Addo fernevene e vicule
adduruse e varrechine
nnanz’ e porte scure
cusevane chiechate
e signurine
e figlie re marenare.

Nge passave vicine currenne
ca voglia e a paure e sapé.

Maj nge parlaje, sule me sunnaje:
se scusevane o vestite
– cche bell’i ccosce bbianche! –
se spazzulavene e mennelle
e cuntente dicevene:

Nu ccorrere accussì, guagljunciè!
Nun nge ffuì! Nui simm’e ssarte
e l’uommene vvestimme cull’ammore.

Noi siamo le sarte
Dove terminavano i vicoli| odorosi di varechina| davanti alle porte scure| cucivano chinate| le signorine| le figlie dei pescatori. / Ci passavo vicino di corsa| col desiderio e il timore di conoscerle./ Mai ci parlai| me le sognai soltanto: |scucivano le loro vesti| – che belle gambe bianche! -| si pulivano il seno| e contente dicevano:| Non correre così, ragazzo!| Non fuggirci! Noi siamo le sarte| e rivestiamo d’amore gli uomini.

Cumm’a n’animaluccie

Cumm’a n’animaluccie te spiaie.
Tu rurmive chete e scummugliate.

Chiane chiane te vasaje e mennelle
cumm’o vitielle ffa ca vaccarelle.

O cavere ro piette m’e lasciate
a respirà e nun te sì svegliate.

Po te susiste. Te veniett’appriesse
dint’a cucina: ere cumme nun nge stesse.

Cchiù ddoce cu l’uocchie te lisciave.
Cchiù sprucete e amare te facive.

Sti ccose ca so passate
zitte zitte ra te a me
arravugliatelle stritte
rint’o liette ra fantasie.

Ann’à mmaturà. Te l’aja scurdà.
Sule nu belle juorne
sule fra nnammurate
ponne resuscità.

Come un animaluccio
Come un animaluccio ti spiai.| Tu dormivi quieta e svestita./ Piano piano ti baciai le mammelle| come il vitello fa con la mucca.| Il caldo del tuo petto mi hai lasciato| respirare senza svegliarti./ Poi ti alzasti. Ti venni dietro| dentro la cucina: sembrava che io non ci fossi./ Più ti carezzavo dolcemente con gli occhi.| Più scostante e sdegnosa diventavi./ Queste cose che sono passate| silenziosamente da te a me| avvolgitele e tienile strette| dentro il letto della fantasia./ Devono maturare. Te le devi dimenticare. | Solo un bel giorno | solo fra innamorati| possono risuscitare.

 

SALERNITUDINE 2 / UNIO/ PSICOSCRITTOIO

1.

Il mare lo vide la prima volta dopo la guerra: vasto, luccicante, mosso. Impauriva e attraeva. Proprio come poi le folle tumultuose – gli studenti e gli operai del ’68-’69 – che ora vediamo nei filmati di storia agitarsi – ombre frenetiche ed evanescenti. Come decise a scomparire presto. Ecco i poliziotti che s’affannano numerosi a regolare l’afflusso della folla che incalza. Sono studenti. Si dirigono verso un grande spiazzo che s’affaccia sul mare. Vanno al comizio dell’Autonomo tornato dall’esilio. Vengono intonate di nuovo le canzoni del ’68. Unio è in mezzo a loro. Come allora. Ma si distrae. Le canzoni echeggiano amare, lontane. Lo attira, invece, un tizio altissimo. Si muove piano sui trampoli in mezzo alla folla. Noi sappiamo che è il Filosofo. Da lassù mormora giudizi scettici. Sì, siamo in tanti. Come nel ’68, argomenta. Oggi, però, i nostri avversari sono più numerosi. Nessuno gli dà retta. Solo Unio prende ancora sul serio quei ragionamenti fuori tempo. Nella folla tenta persino di distinguere chi potrebbe essere ancora amico e chi nemico. Ma la folla è impermeabile ai discorsi del Filosofo. È folla e basta.

2.

Nel paesaggio urbano di SA sfatto dalle bombe. Luoghi della precarietà e dell’allarme. Un muro coperto di glicini violetti che abbaglia. Unio avanza su un muretto che spunta tra le macerie del dopoguerra. È bambino o adulto? Ha timidezze di allora o di adesso? Entrambe? Cammina lento e impacciato. L’attira il vuoto in basso. Ha addosso solo una maglia di lana grezza. É nudo dal ventre in giù. Come i bambini dei vicoli o di campagna che si vedevano in giro allora. Tempi di sconfitta e miseria. Un po’ più indietro, sullo stesso muretto, procedono vispe una donna e delle bambine. Ma ora Unio che fa? Si blocca. All’improvviso. Mentre incerto guarda davanti a sé, s’accorge delle proprie gambe – magre, bianche, quasi cadaveriche. La donna e le bambine lo raggiungono. Non paiono scandalizzate per la sua nudità. Né raccolgono quel suo attimo d’angoscia. Sembrano meravigliate; e persino divertite per la sua difficoltà di avanzare sul muretto. Che poi sarebbe la vita. Quella che ci tocca. E va presa com’è, insomma. Per la donna e le bimbe è naturale muoversi nelle sue ristrettezze. Sanno essere indulgenti anche con lui così impacciato. Si guardano negli occhi. E pare dicano: Su, incitiamolo noi! Rivestiamolo con la fiducia che gli manca. Non facciamolo sentire nudo, sciocco e inerme. Ma la cosa non è semplice. Noi notiamo, infatti, che la donna è svanita. E Unio ora si ritrova attorniato da bambine e bambini come lui. Non cattivi. Ma molto incuriositi delle parti basse del suo corpo seminudo. Cominciano a dire che sotto i vestiti i corpi sono piatti e non voluminosi. Perché li dipingono così i pittori primitivi, aggiungiamo noi. Ed ora, invece, scoprono che quello di Unio è proprio magro, ma ha un volume. Risatine. Indicano la parte molliccia in mezzo alle sue cosce. Ne hanno sentito dire – aggiungono con malizia – cose stupefacenti. O paurose. Che emozionano pure gli adulti. Qualcuno dei bambini questo tipo di emozioni insolite le conosce già. E poi si vedono a cinema. Avvolti nel buio.

3.

Torniamo a scuola. Anzi è Unio che torna al liceo frequentato da giovane. Accompagna suo padre nella sala dove, quando era studente, i professori ricevevano i genitori. È più solenne di allora. Sembra un teatro greco. Ci sono capannelli di persone attorno a tre o quattro professori. Unio ne saluta uno che conosce. Lui e suo padre sono però in ritardo. E il padre continua a camminare piano. Unio è costretto ogni poco a girarsi indietro, ad aspettarlo, a sollecitarlo. Suo padre avanza silenzioso e sempre più impacciato. E, quando raggiunge Unio, si vede bene che ha il volto da paesano intimidito da un mondo che non conosce e teme. Ora è Unio che si deve imporre d’essere padre. Di suo padre. Lo rimprovera. Come se il vecchio fosse un ragazzino. Avanzano ancora insieme. Fanno una decina di passi. Ma in un punto del pavimento, dove Unio sa che ci vuole una certa cautela nel muoversi, suo padre mette un piede proprio dove non doveva. Sconsolato Unio lo vede che pulisce alla meglio la scarpa sporca. Ma cosa ci fa una merda nei corridoi di un liceo?

4.

E qui compare la gatta. Diciamo per caso. sta viaggiando con Unio su un treno. È davvero sua quella gatta? È tenuto a nutrirla, ad accudirla? Ad evitarle magari che si metta nei guai? Sì, perché li cerca i guai. E Unio è in continuo allarme, ne spia le mosse. È così che l’ama? E lei lo ama? A una piccola stazione, in aperta campagna, il treno si ferma. Unio non ce la fa più, scende dal treno e lascia che la gatta scenda con lui. Quella, però, appena tocca terra, si allontana rapida in mezzo ai campi e non la si vede più. Le gatte non giustificano il loro comportamento. Ora ti fanno le fusa, un attimo dopo, non si sa quale istinto le guidi, vanno. Come seguendo misteriosi odori e tornano selvatiche. Il treno riparte lo stesso. Unio è in pena. Teme di non poter proseguire il viaggio senza di lei. Vorrebbe tornare indietro a cercarla, a riprenderla. Ma sa pure quant’è infida. Sa che lo accuserebbe persino d’essere stata abbandonata da lui.

5.

Eccolo su una strada di campagna che porta a un cimitero di paese. Strada solitaria, ombreggiata da pioppi. Un luogo che ben prepara alla meditazione. Sulle tombe dei morti. O per intendere meglio cosa prova un uomo abbandonato da una donna? Unio ci prova. Non è tipo da piangere su una strada qualunque. Vuole proprio la strada tante volte fatta da bambino assieme a sua madre. Nel paese dove è nato. Il dolore scava dentro, si dice. E prima o poi da quel buco si arriva alle origini, no? Del bene, del male, del nulla? Chi lo sa. Si dice. I pratici giudicano ozioso o vano cercarle. Ma vedete ora. Sulla strada avanzano due figure. Con le sue origini hanno a che fare. Lei è una donna. Non giovanissima. È vestita di nero. Trotterellante accanto a lei, c’è un bambino che le dà la mano. Vi avvisiamo: lei è la madre di Unio. In abito nero, da lutto. Sembra una monaca. Il bimbo, se ne osservate i tratti fisici, è tale e quale il ragazzino magro appena uscito dalla guerra. Vi pare che guardino Unio? No, non sembrano notarlo. Dal passato non è possibile vedere il presente o il futuro. Né accorgersi che Unio sta piangendo. E – presente e piangente – a Unio piace immaginare – è ancora permesso – che quel suo mondo/ricordo – infantile, originario, immutabile, che resiste in un suo tempo interno – non solo contenga, ma conosca il significato di quel suo dolore d’oggi. Che sua madre – che fu -, che il bimbo – che lui fu -, ma persino la piccola folla di paesani – anch’essi quasi tutti in abiti scuri e luttuosi, che ora stanno per entrare nel cimitero per poi sparpagliarsi tra i vialetti e i cipressi in cerca delle tombe dei parenti – intendano il suo dolore. E – oh, pietà antica! – lo mettano – fiore appena reciso e aggiunto a un mazzo – assieme a quello che ancora provano o tentano di provare – i cimiteri a che servono? – per i defunti. Questa – di un dolore che fa comunella tra passato e presente e tra e la gente che incontrò da ragazzo –, sì, che è una consolazione!

6.

Dalla finestra del Palazzo del Presente. Unio guarda dentro un’altra finestra della palazzina dirimpetto. È quella del Passato. Lì visse da ragazzo. E cosa vede? Nella stanza c’è una donna in compagnia di un bimbo. La donna ha costruito una scultura/maschera. Di cartapesta. Ha le fattezze del bambino: volto, tronco, braccia, gambe. E ce lo mette dentro. La maschera è enorme. Unio osserva meglio. Vuole capire quali siano le dimensioni reali del bambino che sta lì sotto il mascherone. Unio ora vede solo il testone. Spunta fuori dal davanzale della finestra. Unio sussurra: No, a quell’altezza, no! La testa reale del bambino non può arrivarci. Deve trovarsi più in basso. È sgomento. Fatica a dirselo, ma sospetta che la donna sia sua madre e che lui sia quel bambino.

7.

Unio è tornato nella città che abbandonò da giovane. Sale la vecchia scalinata tante volte percorsa. Quella dietro al Duomo. È calda di luce mediterranea. É tra due muri altissimi e bianchi. Vede quello che vorrebbe vedere. Due donne giovani. Una sembra la sua prima fidanzata. Tutta una storia d’incertezze giovanili. L’altra è l’amica. Di scuola e di palazzo. Ogni mattina l’accompagna per un tratto di strada e agevola i loro incontri furtivi. Mai ringraziata. Mai un colloquio con lei. Un’ombra silenziosa. Invece, non sono loro. Non ricompaiono più le figure che tanto lo emozionarono in anni e luoghi precisi. Quel tempo è finito. Altre figure poi. Altri amici. Altre donne. Altri luoghi Altri tempi. Si sono sovrapposti a quelli. Oscurandoli. Unio avanza. Spunta nella piazzetta del seminario. In quel luogo per ragazzi poveri delle campagne, che vi finivano per studiare, s’era fatto – se lo dice adesso – imprigionare anche lui. Per una settimana. Altro pezzo della sua storia. Altri desideri e incertezze di ragazzo. La chiesetta sull’angolo. Ha due scheletri scolpiti ai lati del portone. È come rifatta adesso. È di mattoni rossi. Come i muri delle fabbriche che si vedono al Nord. Avanza. Avanza nel cimitero dei suoi ricordi. Gira a destra. C’è il negozietto di Maria Salvato, la fruttivendola. Una popolana. Amica di sua madre. Una zitella. Spesso viene a casa. Per fumare. In questa città, in questo tempo, è una delle poche donne a fumare. Viene a casa loro per consigliarsi con la madre di Unio. Come deve comportarsi? Un uomo anziano, dice, vuole proprio sposare lei. Maria è seduta fra le sue cassette di frutta e verdura. Occupano – irregolarmente (ma non importa) – il marciapiede. Strettissimo. D’inverno e d’estate sta in quel suo spazio minimo. Nemmeno un metro quadro di profondità. Un loculo. Finita la sua giornata di venditrice, impila le cassette. Tira giù la saracinesca. Si piega. Chiude in basso col lucchetto. È magrissima. Come molti nel dopoguerra. Ha gli occhi socchiusi, come assopita. Unio d’improvviso s’accorge che il negozietto, come la chiesetta – quanti diminuitivi! – è cambiato. È più ampio. Maria non è più fruttivendola. Vende cibi cotti adesso. Da un pentolone tira fuori un brodo con un mestolo e glielo offre. Unio non si fida. Maria è povera. Non si cura dell’igiene. Unio ha imparato da sua madre, che pure aiutava Maria e si mostrava gentile con i poveri, a diffidarne. Non solo. Sospetta di lei. Sente d’essere diventato rapace e calcolatore nei suoi confronti. Maria, nel suo negozio rinnovato e ampliato, ha una cristalliera. E Unio dà un’occhiata sui ripiani. Per cercarvi qualcosa. Pronto a rubarla, se ci fosse. Si sente superiore e ostile a lei. Non è più il ragazzino pieno di stupori, che s’incantava a guardare la frutta nelle cassette. E ringraziava per la ciliegia o l’albicocca che Maria gli donava. Né teme più le spiate che Maria faceva ai suoi genitori. Il suo negozietto sta proprio lì. Di fronte al portone da dove usciva la fidanzata di Unio. E Maria sorniona lo vedeva mentre l’aspettava nella piazzetta. Ora Unio le tace sua sofferenza. Non si confida. Non le dice di essere stato abbandonato dalla moglie. Lei non capirebbe. Si dice, È una donna d’altri tempi. In realtà non vuole farle capire che lui è più disperato di lei, di Maria. La zitella a caccia di una sistemazione dei propri affetti spezzati adesso è proprio lui. E finge d’interessarsi della vita di lei. Come stava? Andava ancora a messa tutte le domeniche? Non aveva – così gli pare – un figlio? E Maria si vendica. Gli costruisce una storia che Unio non si aspetta. Suo figlio, gli dice – e lo guarda fissa negli occhi – era andato in un paese straniero. In Israele. S’era sposato. Aveva ben cinque figlie femmine. Ed è – così gli dice – «odiato in patria». Come mai? Perché è un violento. É uno dei più accessi estremisti. Uno del Likud. Unio è sconcertato. Quella che gli sta parlando – la figura da lui evocata – è Maria? O sua madre che parla di lui, di Unio. Solo se la sua mente in vecchiaia, alcuni anni (quanti?) prima di morire, non si fosse annebbiata? I conti tornano. Unio è andato lontano. È diventato straniero per quelle donne rimaste a SA. È stato in uno dei gruppi politici estremisti. Per sua madre, per Maria, cresciute sotto il fascismo, valevano poco le distinzioni sottili. Chi aveva abbandonato il loro mondo popolare e cattolico era un violento, un fascista. A SA lo erano stati fascisti. E in tanti, eccome. Quante caserme dell’esercito, della finanza, della polizia c’erano? E spesso dirimpetto o accanto alle chiese. Quanti militari impettiti e alteri andavano in giro per le strade? Detto, fatto. Unio passeggia per SA e vede un tizio in abiti militari. Guida un’auto degli anni ’50. È assieme a una donna. S’indispettisce per il gesto d’impazienza di un passante. Non esita a scagliare la sua auto contro la folla sul marciapiedi. Pur di investire quel passante. Perché s’è sentito offeso. Stop. Ora lo vediamo che estrae un coltello. Lo agita furioso in aria fuori dal finestrino dell’auto. Parapiglia. La folla, inviperita e minacciosa. blocca l’auto. Trascina fuori il tizio. Gli mette un cappio al collo. Lui furente si agita ancora. Un vecchietto (forse il passante che aveva fatto il gesto di stizza) vuole vendicarsi. Cercano di trattenerlo. Interviene un vigile.

Ennio Abate  è nato a Baronissi (Salerno) nel 1941, vive a Cologno Monzese (Milano) ed ha insegnato nelle scuole superiori. Ha pubblicato cinque raccolte di poesia: Salernitudine (Ripostes, Salerno 2003), Prof Samizdat (E-book Edizioni Biagio Cepollaro 2006), Donne seni petrosi (Fare Poesia 2010), Immigratorio (CFR 2011), La polìs che non c’è (CFR 2013). Ha tradotto dal francese, curato due manuali scolastici sulla Commedia di Dante; e, con Pietro Cataldi ed altri, è stato coautore di DI FRONTE ALLA STORIA (Palumbo 2009). Suoi testi poetici, saggi e interventi critici sono apparsi su varie riviste (AllegoriaHortus MusicusInoltreIl Monte AnalogoLa ginestra). Dal 2006 al 2012, all’interno delle iniziative della Casa della Poesia di Milano condusse il Laboratorio MOLTINPOESIA. Attualmente cura il sito di POLISCRITTURE (anche su Facebook) e, saltuariamente, pubblica i suoi dipinti e disegni sul blog  Narratorio grafico di Tabea Nineo.

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