Su “Anime perse” di Umberto Piersanti, con una Nota (di R. Canaletti)

anime perseUmberto Piersanti
Anime perse
Marcos y Marcos, 2018

di Riccardo Canaletti

 

 

Il mare sopra l’acacia ha un accompagnamento.
Sono in treno per andare in uno dei centri del gruppo Athena. Come incalza il mare. Non posso immaginare il muro d’acacia, il verde tribolante degli orti, un verde e un rosso costretti a crescere. Ma passerà poco prima del mio arrivo. Conoscerò “Franco”, il pescatore, la seconda anima persa. Franco che ha picchiato la moglie; l’ha quasi ammazzata. Franco me lo vedrò davanti, questo è certo.
Gli occhi contengono innominabili misteri, ma il cuore, il cuore niente. E non c’è un cuore, c’è solo ciò che rimane in quelle pagine, in quei ritagli insufficienti per un’intera vita. Eppure è come se lo conoscessi già.
Una ragazza mi sorride, e che bel sorriso, che sguardo provocante. Lì, dove il tempo sembra rispettare una regola monastica, non potrei mai baciarla. Forse non potrei nemmeno guardarla così, ché si preoccuperebbero tutti, primo tra i tanti “Lorenzo” che mi porterebbe a coltivare i pomodori. Ma anche io, di pomodori, “non so un cazzo”. Sono anch’io, seppur solo per elezione, uomo di mare, proprio come Franco.

Leggendo Piersanti si ha l’impressione che ogni parola sia leggera, che appartenga al pensiero più che alla pagina.  E come staccare certe parole, mi dico, da chi le dice. In questi diciotto racconti Piersanti non può sottrarsi al lavoro di una narrazione fuori da sé, dove a parlare sono personaggi lontanissimi dall’autore. Lontanissimi ma non alieni dal mondo, anzi immersi nel quotidiano. Perché quel “ti voglio ammazzare” balena in testa, almeno una volta nella vita, anche se detto con superficialità. Quale la differenza tra noi e loro, allora? Il coraggio loro? La coscienza nostra? Wilde dice che coscienza è “un altro nome per la codardia”. E allora? La risposta si perde, come deve accadere. Ma la domanda persiste, quali i motivi, quali le differenze, quali le logiche. Piersanti però non giudica, agisce nella storia con la letteratura, senza il taglio sociologico, o da cronista (che in quest’epoca è sinonimo di giustizialista). No, non ci sono manette. C’è una storia raccontata senza orientare il lettore verso una parte, che sia quella delle vittima o meno. La voce di Piersanti tace, fiorisce solo nella capacità linguistica di adattare il registro, la forma e la grammatica al tono dei personaggi reali. Ecco che il linguaggio si fa incredibilmente moderno, basso spesso, ma senza strafare, senza diventare caricatura di se stesso, iperrealista, parodistico. C’è quel modus oraziano che viene dall’esperienza, dalla profonda conoscenza della parola, degli ambienti della parola, che sono anche questi luoghi dove le anime perse si fermano per un po’. Delle soste di riscatto, che non vengono ad assumere nessuna forma consolatoria o pietistica, ma che conservano quella pietas classica che è il senso di partecipazione, la misura dello sguardo sugli eventi. Il limite del giudizio è il limite dell’umanità, che non può essere superato.

L’elemento immancabile, caratteristico della poetica di Piersanti, è poi quello naturale, di una natura, in questo caso, che respira e fa respirare, seppur nel limite degli ambienti vissuti nella comunità. Ciò che cerca, per sua stessa confessione privata, l’autore è quell’idillio che altro non è se non “il tentativo disperato di oltrepassare il tragico”. Ecco che la natura, anche in una forma che potrebbe risultare castrata, rinchiusa, diventa una possibilità di salvezza, di lavoro, di osservazione (e mai di contemplazione). La natura agisce e, come in nessun altro scrittore contemporaneo, raccoglie ogni esperienza senza caricarsi di sfumature ecologiste, ideologiche, o nostalgiche (pensiamo a Olmi o Pasolini).

In queste pagine Umberto Piersanti ci racconta delle anime perse (in diciotto racconti editi dalla Marcos y Marcos) e ci consegna alcune delle prose più interessanti di questi ultimi anni.

© Riccardo Canaletti

 

Nota

Il 17 luglio sono stato in uno dei centri del gruppo Athena, diretto dal dott. Ferruccio Giovannetti, affiancato da un team preparatissimo. Sono stato preso alla stazione di Pesaro da uno degli assistenti, Tonino, che mi ha portato al Mulino, un ambiente totalmente ristrutturato di altissimo valore artistico, che ha fatto vincere l’anno scorso al Gruppo il Premio Rotondi. Il luogo è bellissimo, un paradiso, una piccola isola, la chiamano le cuoche lì, quasi autosufficiente. L’ambiente è sereno, mi accoglie uno degli operatori, Antonio, che mi fa vedere i vari luoghi, la fattoria didattica, l’orto, il nuovo vigneto, gli olivi. Gli ospiti della struttura son seguiti in un percorso che, se portato a compimento, permette loro di ritornare in società, dopo un periodo nell’albergo del gruppo. Il lavoro è enorme, capillare. Il rapporto con gli ospiti è tranquillo, amichevole, sembrerebbe tra pari. Di grande aiuto è l’attività terapeutica di gruppo. Siamo non troppo lontani da San Marino, in un luogo fiorente, ricco, che dà pace. In questa pace ho avuto modo di parlare con il “Fausto” dei racconti di Piersanti. Aveva gli occhi piccoli, di un colore luminoso. Mi ha spiegato come si cucina il pesce, al cartoccio in abbondante olio, con capperi, aglio, aceto, limone. Quaranta cinquanta minuti. Vorrebbe cucinarlo per noi, per i suoi compagni di strada, per gli operatori, per “il dottore” dice lui e mi invita. Tornerò. Conoscere questo posto è eliminare le diffidenze, i pregiudizi, la convinzione che ci siano buoni e cattivi. Il punto di incontro, al netto della finzione narrativa, tra il libro e la realtà è proprio questo, che potremmo sintetizzare con la frase maestra del gruppo Athena: “Non esistono anime perse per sempre”

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