proSabato: Joaquín Pasos, L’angelo povero

Joaquín Pasos
L’ANGELO POVERO

Traduzione di Emilio Capaccio

 

I

Aveva un’espressione serena sul viso sporco. Uno sguardo invece assai tormentato nei suoi occhi chiari. La barba di molti giorni. I capelli ravvivati solo con le dita.
Quando camminava con il suo passo stanco, le punte delle ali si trascinavano per terra. Jaime voleva spuntargliele, perché non si sporcassero alle estremità che erano già pietosamente sfrangiate. Ma temeva come chi teme di toccare un angelo. Lavarlo, pettinarlo, sistemargli le piume, vestirlo con una bella camicia da notte di seta bianca, invece del vecchio camice che lo copriva, questo desiderava il bambino. Infilargli, al posto dei grossi e sporchi scarponi neri, dei sandali di raso lucente.
Un giorno trovò il coraggio di proporglielo.
Il povero angelo non disse nulla, fissò Jaime e se ne andò in giardino ad annaffiare i suoi piccoli roseti giapponesi.
Tutte le volte che si preparava a svolgere questo compito tirava su le ali e le intrecciava alle punte. C’era in quel gesto qualcosa del rimboccarsi le maniche dell’educata sguattera.
In realtà, poco gli servivano le ali nella vita domestica. Qualche volta le adoperava per attizzare il fuoco della cucina. Altre volte, le agitava con straordinaria velocità per rinfrescare la casa durante i giorni di caldo. Quando lo faceva accennava un sorriso in un modo strano. Quasi tristemente.
È chiaro che gli angeli dimostrino la loro età dalle ali, come gli alberi dalle loro cortecce. Ciò nonostante, nessuno sapeva che età avesse quell’angelo. Da quando era arrivato nella casa di Don José Ortiz Esmondeo, più o meno due anni prima, aveva lo stesso viso, lo stesso vestito, la stessa età indefinibile.
Non usciva mai, neanche per andare a messa la domenica. La gente del paese si era abituata a considerarlo come uno strano uccello celeste che viveva nella casa di Ortiz Esmondeo, rinchiuso come in una nicchia di una chiesa.
I ragazzi che giocavano sul ponte furono i primi a vederlo quando arrivò. Al principio gli lanciarono delle pietre, poi si spinsero fino a tirargli le ali. L’angelo sorrise e i ragazzi compresero dal suo sorriso che era realmente un angelo. Muti e timorosi, seguirono il suo passo posato, triste, quasi claudicante.
Entrò nel paese, con lo stesso camice, le stesse scarpe e con un berretto sulla testa. Con lo stesso aspetto di angelo umile e povero, con lo stesso sorriso misterioso.
Salutò con un gesto delle mani sporche, calzolai, sarti, falegnami, tutti gli artigiani che increduli interrompevano il lavoro nel vederlo passare.
E arrivò così alla fastosa casa di Don José Ortiz Esmondeo, circondato dalla gente curiosa del vicinato.
Donna Alba, la signora, aprì la porta.
— Sono un angelo povero – disse l’angelo.

II

La casa continuò a essere la stessa, la vita seguitò a portare la stessa vita. Solo gli iris, i roseti, i gigli, specialmente quelli del giardino, avevano più bellezza e più allegria.
L’angelo dormiva nel giardino. Passava lunghe ore prendendosi cura delle piante. L’unica cosa che accettò fu di mangiare nella casa con la famiglia.
Don José e Donna Alba non osavano quasi parlargli. Il loro rispetto era silenzioso e la loro celata curiosità si manifestava solo con continue occhiate al suo corpo, quando era di spalle, e dirette insistentemente alle sue lunghe ali.
I roseti giapponesi splendevano la mattina. All’imbrunire, l’angelo li carezzava, come chiudendo gli occhi di ogni rosa. E quando il giardino dormiva, apriva le ali sull’erba e si disponeva con il viso verso il cielo.
Allo spuntare del sole, Jaime si svegliava e trovava l’angelo al suo fianco, poggiato quasi sulla sua anima.
Il gioco cominciava. All’ombra del giardino, Jaime vedeva tramutare in esseri viventi tutti i suoi soldatini di piombo, sentiva le piccole grida di comando del capitano del suo minuscolo vascello, parlava con il pilota di ottone della sua macchinina da corsa e infine entrava egli stesso come passeggero nel suo trenino tascabile.
La presenza dell’angelo dava semplicità a questi piccoli prodigi.

III

Ma l’angelo povero era così povero che non possedeva neppure miracoli. Non aveva resuscitato mai nessun morto né aveva guarito nessun malato incurabile. Le sue uniche meraviglie, a parte le sue ali, consistevano in quei piccoli miracoli fatti in presenza di Jaime ai suoi giocattoli. Erano come piccole monete di rame che gli venivano concesse dal colossale tesoro dei miracoli.
Tuttavia, la gente non si stancava di attendere il miracolo straordinario, il grande miracolo che doveva essere la spiegazione e il motivo della presenza dell’angelo nel paese.
L’uomo è avvezzo a considerarsi come un bambino viziato dal divino. Arriva a credersi meritevole della grazia, dei miracoli, dell’amore di Dio. Il suo orgoglio gli occulta i suoi peccati, quando, però, si tratta di un favore soprannaturale cerca di riscuotere caparbiamente la misericordia divina.
C’era qualcosa come una necessità nelle aspettative del paese. L’angelo era ormai un orgoglio locale che non doveva disattendere le speranze della gente. Lo stavano trasformando lentamente in una cosa simile a un uccello totemico. Era quasi una bestia sacra.
Nacquero associazioni per prendersi cura dell’angelo. La municipalità emanò decreti in suo onore. Gli furono sottoposti questioni locali per una possibile soluzione. Gli fu offerto persino l’incarico di sindaco.
Tutto inutile. L’angelo rifiutava ogni cosa. Sembrava che nulla gli interessasse. Dava solo segni di un’affettuosa inclinazione al giardinaggio.

IV

Quando Don José si decise di avere un colloquio con l’angelo qualcosa di preoccupante stava accadendo.
L’angelo entrò sorridendo nell’ufficio. Pulì sulla porta il fango dei suoi scarponi neri, scrollò le ali e si sedette di fronte al signor Ortiz.
Don José era visibilmente a disagio. I suoi occhi si abbassarono più volte davanti alla vista dall’angelo, ma alla fine, con una smorfia pietosa, cominciò:
— Amico mio, non ho mai ritenuto opportuno disturbarvi, ma ora devo parlarvi di una questione molto seria per la mia famiglia.
Tosse. Accenno di sorriso.
— Da circa un mese proseguì — i nostri affari vanno così male che francamente credo di essere sull’orlo del fallimento. La Compagnia Elettrica che, come sapete, costituisce la mia unica fortuna, è fallita del tutto e passerà nelle mani dello Stato. Quello che il governo mi riconoscerà basterà a stento per ripagare i miei debiti. Davanti a questa prospettiva mi sono permesso di chiamarvi, amico mio, per supplicarvi che ci procuriate, anche solo per prestito, del denaro per uscire da queste difficoltà.
L’angelo, molto serio, si svuotò le tasche del suo camice. Un pezzo di pane, un ago per tessere, uno straccio, semi essiccati e un vecchio fischietto.
Don José gli lanciò uno sguardo strano e disse:
— So già che non avete nulla, ma potete chiedere …non so …delle monete, dell’oro, qualche piccolo miracolo. Qualcosa di semplice che non vi comprometta. Oltretutto, non diremmo una parola …Così si metterebbe a posto tutta questa faccenda e voi potreste continuare a vivere con noi tranquillamente come avete fatto fino a oggi, amico mio.
Don José aveva il viso rosso di vergogna. Ma era deciso a giocarsi il tutto per tutto. Aveva dignità, lo sapeva bene, ed era giusto e onesto ma anche concreto. “Devo essere pratico e parlare chiaramente”, diceva tra sé e sé. “Pane al pane”.
— Vedete, non vi abbiamo mai chiesto niente. Non vi abbiamo mai importunato, non è così? Ma ora la famiglia deve sistemare questo problema, avere un po’ di sicurezza per continuare a vivere, per continuare a servire Dio, amico mio …
Dove aveva sentito, Don José, questa frase di “continuare a servire Dio” che per la prima volta pronunciavano le sue labbra? Ah! Sorrise dentro di sé. Il curato …quella messa cantata …il sermone!
L’angelo divenne definitivamente serio. Il suo sguardo era fisso, diretto.
— José – disse molto lentamente — già che voi volete che parliamo francamente, andiamo al sodo. Quando dissi alla vostra signora che ero un angelo povero, volevo dire effettivamente che sono un angelo e sono povero. Cioè, la povertà è una qualità del mio essere. Non ho beni terreni né posso averli. Neanche posso donarli. Questo è tutto.
Pausa. Con lo sguardo più fisso ancora, continuò:
— Malgrado ciò, poiché vi sono enormemente grato e vedo che la vita è molto dura con voi, vi libererò da essa con molto piacere, se lo desiderate.
— Come? Che intendete dire?
— Dato che la vita è diventata per voi così spiacevole, potrei commutare con grazie speciali quello che ricevereste offrendo queste pene a Dio e potrei privarvi dell’esistenza terrena.
— Cioè, quello che vi proponete è di ucciderci?
— No. Non ditelo così con linguaggio peccaminoso. Semplicemente si tratta di togliere la vita a voi e alla vostra famiglia. Già da un po’, José, pensavo di chiamarvi per farvi questa offerta, perché vi devo molti favori e gentilezze. E ora in queste circostanze, sarebbe la soluzione a tutte le difficoltà della vostra famiglia.
Gli occhi di Don José si accesero. La sua bocca divenne asciutta.
— Come posso credere in ciò che dite? gridò — capisco che voi volete morire perché vivete nell’altra vita e perché, per di più, non potete morire! Ma per noi è diverso!
— È comprensibile la vostra difesa naturale, José. La vostra vita chiama vita, lo so, ma pensateci, questa è una doppia opportunità: liberarsi per sempre di queste difficoltà materiali che vi inquietano tanto e morire santamente. È vantaggioso. Vi fisserò io stesso il giorno e l’ora delle vostre morti e voi potrete sistemare al meglio, con il mio aiuto, i vostri conti con Dio. Sarò una guida per le vostre anime. E non preoccupatevi della morte: sono un angelo esperto, perché fui discepolo dell’Angelo Sterminatore.
Don José divenne furioso. Senza potersi contenere gridò:
— No signore, in nessun modo! La mia vita vale tanto, più di quanto voi pensiate. Quello che mi proponete è un azzardo, un’assurdità, un omicidio …un omicidio premeditato.
— Le morti di tutti gli uomini sono, José, altrettanti omicidi, solo che non sono delitti né peccati perché vengono ordinate da Dio. Voi uomini siete così pretenziosi da arrivare a credere che le vostre vite siano solo vostre! La morte è certamente desiderata dall’uomo giusto. Il suicidio sarebbe la soluzione più logica e la fine più ragionevole delle vite di tutti gli uomini razionali e intelligenti, se i suicidi fossero consentiti da Dio.
— Bene! Può bastare! Non desidero più niente da voi!

V

Jaime, con i suoi dieci anni, vide la questione dal punto di vista dell’angelo.
— Angelo, uccidimi – gli disse — uccidimi, oggi, sotto i tuoi roseti giapponesi con un solo colpo d’ala.

VI

Il bambino morì. L’angelo aprì le ali su di lui durante la misteriosa agonia. Era una morte soave, una morte d’uccello. Una morte che entrava in punta di piedi, sorridendo.
Quando tutto finì, così silenziosamente, la forza della morte invase la casa. Un enorme drappo trattenuto esplose nell’aria della morte. La casa intera si sforzava, si espandeva. Un odore indefinibile coprì gli oggetti: dai cassetti usciva un profumo soprannaturale; i fazzoletti lo trattenevano e l’acqua e l’aria lo portavano. Sembrava un incenso d’oltretomba che indicava la fine di un rito sconosciuto e miracoloso.
Nel giardino, gli iris e i gigli diventarono più bianchi, con un incontenibile e smisurato colore bianco. E i roseti giapponesi offrirono, a ogni istante, un nuovo raccolto di rose purpuree.
Don José divenne quasi pazzo. Alcuni momenti prima della sua morte, Jaime si era avvicinato per chiedergli il permesso di morire. Ovviamente, il padre gli aveva proibito una simile follia.
Ma il bambino aveva ormai la vocazione per la morte, amava la morte con tutte le forze della sua vita.
A niente erano servite le proteste e le lacrime di Donna Alba e Don José invano aveva tentato con ogni minaccia di scoraggiare il figlio.
Per questo, la sua collera cieca ricadde sull’angelo. Uscì nella piazza circondato dai consiglieri del municipio e, lacrime agli occhi, si rivolse alla folla con un discorso molto commovente, chiedendo giustizia a chi avrebbe dovuto processare l’angelo per l’omicidio premeditato.
Ma né il giudice né le guardie osarono arrestarlo.
Fu il sindaco a prendere in mano la questione, comunicando all’angelo che avrebbe dovuto abbandonare al più presto il paese.

VII

A mezzogiorno in punto, sotto un sole tremendo, l’angelo più povero e più angelo che mai, uscì dalla casa di Ortiz Esmondeo.
Per le strade polverose del paese continuava a trascinare le sue ali sporche e sfrangiate. I malintenzionati delle officine della Compagnia Elettrica gli si avvicinarono minacciosi e con ripicche oscene gli strapparono le piume. Dagli aloni dell’angelo scaturiva un sangue brillante e doloroso.
Ma arrivato al ponte, i ragazzi del paese si inginocchiarono in fila e si misero a piangere.
L’angelo passò sollevando sulle loro teste la sua aureola sanguinante e, uno dopo l’altro, caddero morti.

 

EL ÁNGEL POBRE

I

Tenía una expresión serenísima en su cara sucia. En cambio, una mirada muy atormentada en sus ojos limpios. La barba crecida de varios días. El cabello arreglado solamente con los dedos.
Cuando caminaba, con su paso cansado, las puntas de sus alas arrastraban de vez en cuando en el suelo. Jaime quería recortárselas un poco para que no se ensuciaran tanto en las últimas plumas, que ya estaban lastimosamente quebradas. Pero temía. Temía como se puede temer de tocar un ángel. Bañarlo, peinarlo, arreglarle las plumas, vestirlo con un hermoso camisón de seda blanca en vez del viejo overol que lo cubría, eso deseaba el niño. Ponerle, además, en lugar de los gruesos y sucios zapatones oscuros, unas sandalias de raso claro.
Una vez se atrevió a proponérselo.
El pobre ángel no respondió nada, sino que miró fijamente a Jaime y luego bajó al jardín a regar sus pequeños rosales japoneses.
Siempre que hacía esta tarea se echaba ambas alas hacia atrás y las entrelazaba en sus puntas. Había en este gesto del ángel algo de la remangada de fustanes de la criada fregona.
En realidad, muy poco le servían las alas en la vida doméstica. Atizaba el fuego de la cocina con ellas algunas veces. Otras, las agitaba con rapidez extraordinaria para refrescar las casa durante los días de calor. El ángel sonreía extrañamente cuando había esto. Casi tristemente.
Es lógico que los ángeles denoten su edad por sus alas, como los árboles por sus cortezas. No obstante, nadie podía decir qué edad tenía aquel ángel. Desde que llegó al hogar de don José Ortiz Esmondeo, hace dos años más o menos, tenía la misma cara, el mismo traje, la misma edad inapreciable.
Nunca salía, ni siquiera para ir a misa los domingos. La gente del pueblo ya se había acostumbrado a considerarlo como un extraño pájaro celestial que permanecía a toda hora en la casa de Ortiz Esmondeo, enjaulado como une un nicho de una iglesia pajaril.
Los muchachos del pueblo que jugaban en el puente fueron los primeros que vieron al ángel cuando llegó. Al principio le arrojaron piedras y luego se atrevieron a tirarle de las alas. El ángel sonrió y los muchachos comprendieron en su sonrisa que era un ángel de verdad. Siguieron callados y miedosos su paso reposado, triste, casi cojo.
Así entró a la ciudad, con el mismo overol, con los mismos zapatos y con una gorrita a la cabeza. Con su mismo aspecto de ángel laborioso y pobre, con su misma sonrisa misteriosa.
Saludó con gesto de sus manos sucias a los zapateros, a los sastres, a los carpinteros, a todos los artesanos que suspendían asombrados sus trabajos al verlo pasar.
Y llegó así a la casa acomodada de don José Ortiz Esmondeo, rodeado por las gentes curiosas del barrio.
Doña Alba, la señora, abrió la puerta.
— Soy un ángel pobre – dijo el ángel.

II

La casa siguió siendo la misma, la vida siguió llevando la misma vida. Sólo los lirios, los rosales, las azucenas, y sobre todo las azucenas del jardín, tenían más hermosura y más alegría.
El ángel dormía en el jardín. El ángel pasaba largas horas cuidando el jardín. Lo único que aceptó fue comer en la casa de la familia.
Don José y Doña Alba casi nos e atrevían a hablarle. Su respeto era silencioso y su secreta curiosidad sólo se manifestaba con sus sostenidas miradas sobre su cuerpo, cuando estaba de espaldas, y dirigida insistentemente sobre el par de largas alas.
Los rosales japoneses sonreían durante toda la mañana. Al atardecer, ángel los acariciaba, como cerrando los ojos de cada una de las rosas. Y cuando el jardín dormía, extendía las alas sobre la yerba y se costaba con la cara al cielo.
Al salir el sol se despertaba Jaime. Al despertarse, encontraba al ángel a su lado, apoyado en el hombro de su alma.
El juego comenzaba. Bajo la sombra del jardín, Jaime veía convertirse en seres con vida a todos sus soldaditos de plomo, oía los pequeños gritos de mando del capitán de su minúsculo buque, hablaba con el chofer de latón de su automovilito de carreras, y por último entraba él mismo como pasajero a su tren de bolsillo.
La presencia natural del ángel daba a estos pequeños prodigios toda naturalidad.

III

Pero el ángel pobre era tan pobre que no tenía ni milagros. Nunca había resucitado a ningún muerto ni había curado ninguna enfermedad incurable. Sus únicas maravillas, aparte de sus alas, consistían en esos pequeños milagros realizados con Jaime y sus juguetes. Eran como las pequeñas monedas de cobre que le correspondían del colosal tesoro de los milagros.
Sin embargo, la gente no se cansaba de esperar el milagro estupendo, el gran milagro que debía ser la explicación y el motivo de la presencia del ángel en el pueblo.
El hombre acostumbra considerarse como un niño mimando por lo divino. Llega a creerse merecedor a la gracia, al amor de Dios, a los milagros. Su orgullo le esconde sus pecados, pero cuando se trata de un favor sobrenatural entonces intenta cobrar hasta lo último de la misericordia divina.
Había algo de exigencia en las expectativas del pueblo. El ángel era ya un orgullo local que no debía defraudar las esperanzas e la población. Lo estaban convirtiendo poco a poco en algo así como un pájaro totémico. Era casi una bestia sagrada.
Se organizaron sociedades para cuidar al ángel. La municipalidad dio decretos en su honor. Se le remitían los asuntos locales para su solución. Por último, hasta se le ofreció el cargo de Alcalde.
Todo en vano. El ángel lo desechaba todo disimuladamente. Nada le interesaba, según parecía. Sólo daba muestras de una entrañable afición a la jardinería.

IV

Cuando don José se decidió a tener una entrevista con el ángel algo serio sucedía.
El ángel entró sonriendo a la oficina. Limpió a la puerta el lodo de sus zapatones oscuros, se sacudió las alas y se sentó frente al señor Ortiz.
Don José estaba visiblemente molesto. Sus ojos bajaron varias veces ante la vista del ángel, pero al fin, con una mueca lastimosa, principió:
— Bueno, mi amigo, yo nunca le he llamado a usted para molestarlo en nada, pero ahora quiero hablarle de un asuntito que para nosotros es muy importante.
Tos. Pequeña sonrisa.
— Se trata, – prosiguió – de que desde un mes a esta parte nuestros negocios han venido tan mal que, francamente hablando, estoy al borde de la quiebra. La Compañía Eléctrica que, como usted sabe, constituye mi única fortuna, ha fracasado totalmente y pasará a manos del Estado. Lo que el gobierno me reconozca apenas bastará para cubrir mis deudas. Ante esta perspectiva, me he atrevido a llamar a usted para suplicarle que nos consiga, aunque sea presta, mi amigo, alguna platita, algo que nos saque de este apuro …
El ángel, muy serio, se sacó las bolsas de su overol. Un pedazo de pan, una aguja de tejer, un trapo, varias semillas secas y un silbato viejo.
Don José le lanzó una mirada extraña y dijo:
— Ya sé que usted no tiene nada, pero puede pedir …yo no sé …un poco de plata, de oro, algún milagrito, mi amigo. Algo sencillo, que no lo comprometa …Además, nosotros no diremos ni media palabra …Así se arreglaría toda esta situación y usted podría seguir muy tranquilo viviendo con nosotros como hasta ahora, mi amigo.
Don José tenía la cara roja de vergüenza. Pero estaba decidido a jugarse el todo por el todo. El era decente, lo sabía muy bien, y era correcto y era honrado pero también era práctico. “Tengo que ser práctico y hablar claramente”, se decía. “Al pan, pan”.
— Ya ve, nosotros nunca le hemos pedido nada. Jamás le hemos molestado, no es cierto? Pero ahora la familia necesita arreglar este asunto, tener un poco de “flojera”, para seguir viviendo, para seguir sirviendo a Dios, mi amigo …
Dónde había oído don José esta frase de “seguir sirviendo a Dios”, que por primera vez pronunciaban sus labios? ¡Ah! Sonrió por dentro. El cura …aquella misa cantada …el sermón!
El ángel se puso definitivamente serio. Su mirada era fija, directa.
— José, – dijo muy despacio – ya que usted quiere que hablemos francamente, vamos a ello. Cuando yo le dije a su señora que yo era un ángel pobre, era porque en realidad soy ángel y soy pobre. Es decir, la pobreza es una cualidad de mi ser. No tengo bienes terrenales ni puedo tenerlos. Tampoco puedo darlos. Eso es todo.
Pausa. Con la mirada más fija aún, continuó:
— No obstante, como yo les estoy sumamente agradecido y veo que la vida está muy dificultosa para ustedes, les libraré de ella con muchísimo gusto, su ustedes lo desean.
— ¿Cómo? ¿Qué dice?
— Pues que como la vida les está siendo tan desagradable, puedo conmutarles por gracias especiales lo que ustedes ganarían ofreciendo esas penalidad a Dios, y suprimirles la existencia terrenal.
— Es decir, ¿lo que usted se propone es matarnos?
— No. No lo diga así con lenguaje pecaminoso. Simplemente se trata de quitarle la vida a usted y a su familia. Desde hace algún tiempo, José, he venido pensando llamar a usted para hacerle este ofrecimiento, pues yo les debo a ustedes muchos favores y finezas. Y ahora en estas circunstancias, sería la solución de todas las dificultades de su familia.
Los ojos de Don José se encendieron. Su boca estaba seca.
— Cómo va a creer – gritó — yo entiendo que usted quiere morirse porque usted vive en la otra vida y, por que, además, usted no se puede morir! Pero nosotros, eso es diferente!
— Es natural su defensa natural, José. Su vida pide la vida, yo lo sé, pero reflexione que ésta es una doble oportunidad: la oportunidad de librarse para siempre de esos apuros materiales que tanto le intranquilizan, y la oportunidad de morirse santamente. Es ventajosísimo. Yo les fijaré el día y la hora de sus muertes y ustedes arreglarán perfectamente, y con mi ayuda, sus cuentas con Dios. Yo seré un guía para sus almas. Y no se preocupe por la muerte: yo soy un ángel experto en el asunto pues fui discípulo del Ángel Exterminador”.
Don José estaba furioso. Sin contenerse gritó:
— ¡No señor, de ninguna manera! Mi vida vale mucho, mucho más de lo que usted piensa. Eso que usted me propone es un atrevimiento, una barbaridad, un homicidio …un homicidio premeditado, eso es.
— Las muertes de todos los hombres son, José, otros tantos homicidios, solamente que no son delitos ni pecados porque son realizados por Dios. Ustedes los hombres son tan pretenciosos que llegan a creer que sus vidas son de ustedes! La muerte es necesariamente deseada por el hombre justo. El suicidio sería la solución más lógica y el fin más inteligente de las vidas de todos los hombres lógicos e inteligentes, si el suicidios fuese permitido por Dios.
— ¡Bueno! ¡Suficiente! ¡No quiero nada con usted!

V

Los once años de Jaime vieron de otra manera el asunto.
— Ángel, mátame hoy – le decía -, mátame bajo tus rosales japoneses, de un solo golpe de ala.

VI

Murió el niño. El ángel extendió sus alas sobre él durante la misteriosa agonía. Era una muerte suave, una muerte de pájaro. Una muerte que entraba de puntillas y sonriendo.
Cuando todo había terminado tan silenciosamente, la fuerza de la muerte invadió la casa. Un enorme recogido comprimido estalló en el aire de la muerte. La casa entera pujaba, se expandía. Un olor indefinible cubrió los objetos: se abría una gaveta y salía de ella un perfume sobrenatural; los pañuelos lo tenían, y el agua y el aire lo llevaban. Parecía un incienso de ultratumba que denotaba el final de un rito desconocido y milagroso.
En el jardín los lirios y las azucenas se pusieron más blancas, con un incontenible, un ilimitado color blanco. Y los rosales japoneses ofrecieron cada cinco minutos una nueva cosecha de rosas encarnadas.
Don José se puso como loco. Momentos antes de su muerte, Jaime se le acercó para pedirle permiso de morir. Por supuesto, le prohibió semejante locura.
Pero el niño ya tenía la vocación de la muerte, amaba la muerte con todas las fuerzas de sus vida.
De nada sirvieron las protestas y las lágrimas de Doña Alba; y Don José no encontró amenazas con qué amenazar a su hijo.
Por eso, su cólera ciega cayó sobre el ángel. Salió a la plaza rodeado por los Concejales de la Alcandía, y con lágrimas en los ojos se dirigió al pueblo en un discurso muy conmovedor, pidiendo justicia contra el ángel, a quien procesaría por asesinato premeditado, según dijo.
Pero ni el Juez ni los guardias se atrevieron a arrestar al ángel.
Fue el Alcalde quien tomó el asunto en sus manos notificando al ángel que debía abandonar la ciudad inmediatamente.

VII

A las doce del día, bajo el tremendo sol meridiano, salió el Ángel Pobre, más pobre y más ángel que nunca, del hogar Ortiz Esmondeo.
Por las calles polvorientas del pueblo iba arrastrando sus alas sucias y quebradas. Los hombres malos de los talleres de la Compañía Eléctrica se le acercaron en grupo, y con bromas obscenas le arrancaron las plumas. De los alones del ángel brotaba una sangre brillante y dolorosa.
Pero al llegar al puente, los muchachos del pueblo que allí estaba, se arrodillaron en línea lorando.
El ángel pasó levantando sobre sus cabezas su alón sangriento y uno por uno fueron cayendo muertos.

 

Joaquín Pasos (Granada 1914 – Managua 1947) è considerato uno dei più importanti poeti avanguardisti del Nicaragua del XX secolo. Membro del “Movimiento de Vanguardia”, collaborò con molte riviste letterarie e satiriche nazionali, criticando aspramente il regime dittatoriale di Anastasio Somoza García che gli procurò più volte la detenzione nel penitenziario de “La Aviación” di Managua. Scrisse per il teatro, insieme a José Coronel Urtecho, l’opera satirica in 3 atti: Chinfonía Burguesa, pregna di umorismo e di critica sociale. El Ángel Pobre fu l’unico racconto della sua produzione. Le sue poesie non furono mai riunite in un libro, mentre era in vita. Solo nel 1947, dopo la sua morte, fu pubblicata la raccolta: Breve Suma e, nel 1962, Ernesto Cardenal pubblicò un’antologia più ampia, dal titolo: Poemas de un Joven.

 

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