Salvatore Bommarito, Cantunera sciroccu (rec. di Ombretta Ciurnelli)

 

Quando lo scirocco soffia a frevi dâ quarana
Cantunera sciroccu di Salvatore Bommarito

 

Non fa nemmeno sudare,
ma stringe dentro un pugno il cuore,
scaglia le rondini a rompersi contro la sciara […]
seminando sabbia africana in ogni piega della pelle e del suolo.
(Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore)

 

La poesia di Salvatore Bommarito evoca una Sicilia arcaica, sospesa tra realismo e trasfigurazione. Nella sua prima raccolta, Vinnigna d’ummiri (2012), il racconto poetico si condensa attorno alla notte di Ognissanti, quando, secondo una tradizione che risale ad antichi culti pagani, i defunti della famiglia tornano a visitare i vivi, lasciando doni ai bambini; mentre nella seconda opera, Cantunera sciroccu (2016), a dominare è lo scirocco che lega tra loro leggende, memorie e racconti.
Lo spirare di venti dominanti segna profondamente la cultura di una terra e può accadere che nell’immaginario popolare lo stato di prostrazione provocato dallo scirocco si colleghi a credenze e superstizioni. Nella poesia U sciroccu ca portàu me figghia un padre, affranto per la fuga della figlia, ne attribuisce la colpa allo scirocco, «nsurtusu a ciusciari a frevi dâ quarana» [insistente a soffiare la febbre della caldana] e il leggendario Colapesce, dal profondo degli abissi, lo sente n-capu [sul capo], mentre ai suoi piedi crepita l’altro fuoco. Altrove è «u re e ciùscia» [il re e soffia], sollevando il mare e scrivendo «littri a tutti/ e ’un c’è versu ’i fàrici calari a frevi» [lettere a tutti/ e non c’è verso di fargli diminuire la febbre]. In Cantunera sciroccu il caldo vento del deserto è richiamato da intense immagini che ne sottolineano la forza impetuosa, significando anche l’impotenza dell’uomo rispetto a destini ineludibili.
Al fuoco dello scirocco si collega anche la riflessione metapoetica. Nella lirica Palori ca ’un mi làssanu il poeta, per non perdere le parole e per avere da loro risposte, oltre a cunurtari [confortarle] o «dàrici a manciari/ farli trippiari» [dare loro da mangiare/ farle ballare], deve «jìrici appressu ntu focu du sciloccu» [andarci dietro nel fuoco dello scirocco]. È una concezione severa del fare poesia in cui si esprime anche il rapporto dell’Autore con il dialetto, lontano da tentazioni vernacolari e dalla ricerca di facili effetti. Le parole della poesia sono parole-memoria e accompagnano la nostra vita bisognose di cure. Possono essere dolci, come le memorie di un tempo passato, ma anche pesanti, «comu u chiummu/ pi tagghiarini a facci» [come piombo/ per tagliarci la faccia]. Bommarito vive la scrittura poetica in una condizione di umile e paziente attesa, come emerge nell’ultima lirica della raccolta, L’aju vistu fari, in cui attraverso la metafora della ricotta che non caglia, nonostante il fuoco, le cure e il riposo della notte, vuole significare che la poesia è come una creatura che «’un senti ammuttuna» [non sente solleciti], che «certi voti mancu l’arma ci abbasta» [certe volte nemmeno l’anima ci basta] e «sulu quannu ci cummeni assumma» [solo quando le conviene viene a galla] e «quasi ’un ci criremu quannu/ c’u mmiràculu…/ ni jinchemu i fasceddi» [e quasi non ci crediamo quando,/ col miracolo…/ ci riempiamo le fiscelle]. È un atto di fede «da non intendere in senso propriamente religioso, […] ma “laicamente umano”», come scrive Salvatore Di Marco nella prefazione alla raccolta.
Compito del poeta è non solo ricercare, curare e nutrire le parole, ma anche Arriciuppari ’u cuntu [Racimolare il racconto], come recita il titolo di una sezione di Vinnigna d’ummiri, e in tutto ciò il dialetto diviene forma e sostanza della memoria, nel continuo intrecciarsi di storie che compongono un ricco mosaico di umanità attraverso ricordi che testimoniano un rapporto intenso e profondo con le tradizioni e le leggende di cui si nutre la cultura popolare.
Nel suo narrare l’Autore usa un punto di vista mobile, come nella lirica d’apertura in cui ricorda la leggenda di Colapesce: dapprima è lo stesso Cola a raccontare i suoi tormenti, poi una voce lo invita a non appenarsi, infine il punto di vista diviene esterno e la poesia sfuma in una sequenza descrittiva.
Altrove, in una dimensione mimetica in cui la voce di uomini e donne, quasi comparse di un’azione scenica, si alterna a quella del poeta, il canto si scioglie nell’intensa coralità della rappresentazione. A raccontare sono anche gli stessi protagonisti o i testimoni; in Ballatedda ’i meli e ’i feli, ad esempio, ad annunciare il dramma è dapprima una voce che ricorda i cantastorie a cui si alterna quella di una madre disperata per la morte della figlia. Nella poesia V’u cuntu pi nsignamentu è una donna a narrare la storia della bisbetica bisnonna che, espressione emblematica di una società matriarcale, si faceva obbedire da tutti a bacchetta, nascondendo nel suo baule i buccellati.
Accanto ad aneddoti, che sembrano marcare epicamente una dura quotidianità, ci sono affetti profondi e delicati o veri e propri drammi che si consumano quando il diavolo «a musca d’u nasu […] s’a vosi scutulari» [la mosca al naso […] se l’è voluta togliere]. Lo smarrimento nei ricordi – a volte solo frammenti o schegge di passato – si confonde con il respiro della terra, del cielo e del mare e su tutto domina lo scirocco, che fonde insieme le voci raccolte nello scorrere del tempo e ripete l’affanno di uomini e donne che, con mesta rassegnazione, accettano l’immutabilità dei disegni del fato.
Il racconto è a volte realistico, altre volte si stempera in dissolvenze, quasi nel pudore di svelare sentimenti e modi d’essere di un tempo in cui erano gesti parchi a nutrire gli affetti; a ciò si alternano momenti di lirismo, su uno sfondo in cui non manca za luna (signora luna), che «si ntrunava tutta…/ viddanedda nnamurata d’u so mantu/ stizziatu ’i stiddi» [che si metteva in trono…/ contadina innamorata del suo mantello/ ricamato di stelle].
Alcune liriche si vestono di toni civili, espressi in modo discreto e pacato. Si coglie in particolare il tradimento di antiche tradizioni, si fa cenno al degrado ambientale, come nelle poesia N’aipa ca finìu, in cui un gabbiano, capace nel suo volo di «jùnciri/ u celu c’u mari» [di unire/ il cielo col mare], va a pescare in una montagna di immondizia. Nella già citata lirica V’u cunti pi nsegnamentu, non senza amarezza, si guarda ai «picciotti che nta st’èbbica a vita s’a cunnùcinu/ jittànnu i cucchi d’a finestra» [in quest’epoca la vita se la conducono/ gettando il pane dalla finestra], lontano dal tempo in cui era u criscenti [il lievito madre] a rappresentare una ricchezza da condividere con gli altri, sia ricchi che poveri. Con sfumata malinconia, senza sarcasmo, si sottolinea poi come domini l’egoismo e la logica del tornaconto nella poesia A sirinata t’a finemu nuantri in cui Bommarito scrive che se ci sono «ddu coffi,/ tu metti a testa nta china/ e a mmia lassi a va- canti» [due borse, tu metti la testa in quella piena/ e a me lasci la vuota].
Pur se in lontananza, si colgono anche venti di guerra nel riferimento all’immagine sacra della Madonna che, posta in una grotta nell’isola di Lampedusa, «cristiani cu saracini facìa prijàri» [cristiani con saraceni/ faceva pregare]. E collegato a Lampedusa non poteva mancare il riferimento ai migranti del nostro tempo. Lo troviamo nell’intensa poesia Unn’è c’amu a jìri? in cui spicca la surreale immagine di una bottega delle ossa a cui potranno rivolgersi i figli dei naufraghi per riavere le ossa dei padri o le madri per ritrovare quelle dei figli.
Il racconto, attraverso raffinate scelte stilistiche, si snoda in una dimensione di «magico realismo», come sottolinea l’Autore stesso in una breve nota. Metafore e similitudini spostano la narrazione oltre i contorni del reale, in una dimensione di espressionismo in cui ha spazio la personificazione che dà particolare forza alla descrizione.
Bommarito sceglie il verso libero, alternando versi brevi, franti, scolpiti ed essenziali ad altri in cui il respiro del racconto sembra allargarsi, avvicinandosi a una versificazione quasi prosastica, in uno stile sempre asciutto, con un procedere a volte analogico, ellittico e ricco di sospensioni, in una lingua siciliana caratterizzata da strutture a volte arcaiche e da particolari sonorità capaci di evocare in un’intensa corposità le atmosfere, i luoghi e le antiche tradizioni.

© Ombretta Ciurnelli

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