Manuel Cohen, A mezza selva #7: Ida Vallerugo

 

Manuel Cohen, A mezza selva #7: Ida Vallerugo

Amedeo Giacomini, uno dei massimi neodialettali del Secondo Novecento con Franco Loi, Franco Scataglini e Raffaello Baldini, così scriveva: «Forse meglio dei loro compagni di strada, Elsa Buiese, Ida Vallerugo, le grandi e minime scrittrici tutte che, in questi ultimi travagliatissimi anni, hanno cantato nella koinè (la Buiese) o nelle parlate locali delle loro montagne le proprie e le altrui nevrosi, hanno dato un volto nuovo alla poesia in friulano, un sound che non è più quello intimistico o crepuscolare degli epigoni di Pasolini e nemmeno quello astrattamente protestatario del neo-realismo, bensì il sound della realtà presente, così duro e amaro da spingerci a trovare le nostre radici non nella storia dei nostri padri e delle nostre madri, ma, come ci invita la Vallerugo, in quella dei nonni, nella vita di quegli avi che, essendoci ormai tanto lontani, non possono più farci male. È, ripeto, il loro un modo nuovo di fare poesia in friulano: non al femminile o al maschile, ma nella verità delle coscienze; ciò assume un valore di portata piuttosto rilevante: Novella Cantarutti prima, Maria Forte, Elsa Buiese e Ida Vallerugo poi hanno contribuito a rinnovare con la loro sensibilità la nostra lingua poetica, a farla finalmente lingua di un popolo» (in Appunti per una storia non conformista della letteratura friulana, dalle origini ai nostri giorni, «Il Belli», n. 1, settembre 1991). Nel sound della realtà presente, la radice matria ed etnografica marca gli stigmi dell’appartenenza:

da Maa Onda

L’aurec

Aurec’ gno dôlc’, amâr
meil picjât d’unvier
i ràpis pì madûrs e viludâs
i ai leât in un mac pesant
e i lu puârti e i ti puârti
fia mè in ta la muart
par blancj stradi ch’a si dîsfin
bandonadi da la rasón.
Essi cun te che pì i na tu
so al é tant di pì che il vivi
fra i vîs indafarâs ch’a mi tuélin il rispîr
chè pâs ch’a ocòr
par essi danâs a la mè manêra.
Essi cun te simpri grignél par grignél
aurec’ gno picjât al gno trâf sutîl
in chêsta stansa da la puârta par gì four piturada
indulà che un canài plen di fan
a nal à tacât il sió rap stret fra li mans
parcé i grignéi a son contâs…

L’aurec.

Aurec’ mio dolce, amaro/ miele appeso d’inverno// i grappoli più maturi e vellutati/ ho legato in un mazzo pesante/ e lo porto e ti porto/ figlia mia nella morte/ per bianche strade che si dissolvono/ abbandonate dalla ragione.// Essere con te che più non ci sei/ è tanto di più che il vivere/ tra i vivi indaffarati che mi tolgono il respiro/ quella pace che occorre/ per essere dannati alla mia maniera./ Essere con te sempre granello per granello/ aurec’ mio appeso alla mia trave sottile/ in questa stanza dalla porta d’uscita dipinta/ dove un bambino pieno di fame/ non ha mangiato il suo grappolo stretto fra le mani/ perché i granelli sono contati…

(Aurec: mazzo di rami di vite con i grappoli più scelti legati insieme. Veniva appeso alle travi del soffitto. L’uva appassita veniva mangiata d’inverno. Il suo nome varia da zona a zona e non ha un nome corrispondente in italiano. Qui, l’Aurec è sinonimo della nonna morta.)

Figura appartata e ritrosa la cui produzione assomiglia al percorso di un fiume carsico: alle raccolte in lingua (1968, 1972) segue un silenzio editoriale lungo un quarto di secolo, interrotto sporadicamente da rare uscite su riviste e antologie (1983, 1984, 1987), fino all’esordio neodialettale di Maa onda (1997) che raccoglie testi scritti dal 1979. Ida Vallerugo è nata e vive a Meduno, città devastata dal terremoto del Friuli del 1976 e dove la parlata ancora vigente è il friulano occidentale, ennesima varietà del friulano. Proprio il sisma, e la scomparsa della nonna, sembra siano tra i fattori scatenanti la sua scrittura. Testimonianza ne è la prima silloge neodialettale, Maa onda, dove, rileva Brevini: «nell’immagine della nonna l’autrice raffigura il mondo contadino delle proprie radici, di cui i versi costruiscono una dolente saga fatta di fatiche, emigrazioni… La morte della nonna è colta nella sua coincidenza con la distruzione del mondo contadino, che dilata sul piano collettivo l’esperienza di sradicamento, che l’io poetico avverte a livello individuale» (cfr. F. Brevini, Le parole perdute, Einaudi, Torino 1990).

da Maa Onda

Il sum

Forc’ four la neif à già sipilît la cjera
borc sutûrnu di Hiroshima.
Forc’ al é già stât di sclop
e nó i sin la memoria di nó, l’ûltima
prima da sparì tal silos universâl.
E tu, lotadora indurmindida, i tu sumiêi.
Sul punt di Sydney il vint
a ti âlcia i cjavèi nêris scjampâs ai fèrmos.
Ônda ! a ti clama lui
Mâri a ti clàmin i fîs soravissûs.
A pàssin lens i bastimìns, sunant
a cjàpin il larc, a son già sparîs.
A passa ta l’âga fônda tò mâri pensierôsa.
“Mâri, unmò viva a mi àn mitût fra i muars!”
* Ridint i tu segni laiù fra li cjasi dal puart
la fignêstra di cjasa vissìn al Macel Cumunâl
dulà che i becjers a regàlin retàis di cja
ai canàis taliàns, grecos, spagnôi.
Da chè fignêstra il punt
al é un soul varc, un svuàl …
La buèra a na ti svêa. Denant di te
mè Rigjna a fêrma la so côrsa. A cola.

Il sogno.

Forse fuori la neve ha già sepolto la terra/ borgo silenzioso di Hiroshima./ Forse è già avvenuta l’esplosione/ e noi siamo la memoria di noi, l’ultima/ prima di sparire nel silos universale./ E tu, lottatrice addormentata, sogni.// Sul ponte di Sydney il vento/ ti solleva i capelli neri sfuggiti alle forcine./ Onda! ti chiama lui./ Madre ti chiamano i figli sopravvissuti./ Passano lente le navi, suonando/ prendono il largo, sono già sparite./ Passa nell’acqua fonda tua madre pensierosa./ “Madre, ancora viva mi hanno messa tra i morti!”/ Ridendo, indichi laggiù tra le case del porto/ la finestra di casa vicino al Macello Comunale/ dove i macellai regalano ritagli di carne/ ai bambini italiani, greci, spagnoli./ Da quella finestra il ponte/ è una sola arcata, un volo…// Il vento non ti sveglia. Di fronte a te/ Regina mia ferma la sua corsa. Cade.

(* La nonna, Regina Cilia, era emigrata nel 1921 in Australia con i figli e il marito, che la chiamava Ônda. A Sydney, dove abitava, andava sul ponte a «cjapà l’aria fina» (a respirare l’aria buona). Qui, durante una grave malattia da parto, all’ospedale, fu data per morta e portata all’obitorio. Si risvegliò fra i morti. Il marito si accorse in tempo.)

Sebbene abbia elettivamente ancorato a una couche particolare la propria voce, Vallerugo è poeta dell’impermanenza e dell’altrove, sia esso mitico, o orfico, oppure simbolico, ed è poeta del viaggio: siamo di fronte a una voce dalla postura classica, che ricorre all’invocazione, all’esclamazione, all’enfasi e all’ode, che ricorda per intensità di sguardo i lirici greci e i tragici romantici: una parola in bilico tra apocalittico presentimento e preveggenza: «il prisintimìnt al é di ruvina» («il presentimento è di rovina»):

da Mistral

Par agnis a era sparìda. Un procèdi clâr il siò
dal scûr al scûr, cencia ôlma di sanc
nencja chel dal gjèvur ta l’erba apena four da li cjasi.

A é ricomparìda tal quartèir, a é simpri jè.
E se no libera, liberàda dal russàc jè, l’assurt naturâl
’ndulà che dùcjus plan i s’indurmindìn

Lei.

Per anni era sparita. Un procedere lucido il suo/ dal buio al buio, senza traccia di sangue/ nemmeno quello della lepre nell’erba appena fuori dalle case.// È ricomparsa nel quartiere, è sempre lei./ E se non libera, liberata almeno dal carniere, l’assurdo naturale/ dove tutti piano ci addormentiamo.

Una lunga riflessione sulla vita, la morte, il tempo e l’eternità, una continua richiesta di immortalità, anche questo rappresenta Mistral, violenza del mutamento, vento della storia e della metamorfosi. Una voce che affonda letteralmente nella notte dei tempi e ne evoca motivi e luoghi, affidandosi a una phoné, la parlata originaria della Val Meduna, che diviene lingua elettiva della scrittura poetica: un attraversamento a vario grado della lirica, che riaffiora nei suoi miti e motivi mediterranei e occidentali (l’uva, le olive, l’amore e la passione, il mare e i molti fiumi che fanno da sfondo: il Rodano, il Danubio, l’Eufrate e Il Tamigi) nel paradigma del Pasolini provenzale, dotto e prezioso, segnato da ascisse e ordinate riconducibili all’interiorità del soggetto lirico, al suo mondo di relazione: «La fadia da inventâssi un necessàri ceil/ par gî da nô a nô, e magari incjantâssi inmò/ iessint da l’anestesia dai dîs/ a sisìli alêgri naturâls che tai voi a pàssin» («La fatica di inventarsi un necessario cielo/ per andare da noi a noi, e forse incantarsi ancora/ uscendo dall’anestesia dei giorni/ a rondini allegre naturali che negli occhi passano»). O, meglio, al suo porsi “da noi a noi” con i modi e i mondi dell’essere e dell’essere stati: un continuo colloquio con le ombre passate e trapassate, in un confronto contrastivo tra luce e buio (in ideale comunanza con la poesia di Tolmino Baldassari), che trova qui una pronuncia allucinata, una ossessa chiave d’accesso alla comprensione del mondo, attraverso una parola attinente e straniata (nell’evocazione di sirene e sibille, nell’erranza o spatriamento: la Iugoslavia e la Grecia, la Provenza e la Cornovaglia, Arles e Londra) abitata dal ‘forést’, lo straniero, incarnante il topos della diversità: una alterità di luoghi lontani da “mappe sicure” e da “sentieri battuti” (mapi siguri, tròis batûs) di vissuti (su tutte, Giovanna d’Arco), di immagini di libertà dalla forte densità analogica, nel dominio della metafora.

da Mistral

Cjera

Strana a è snot la luna passàngj sôra
par stradi d’aria, chê sô smorfia di dea surprinduda
tal la sô stansa, abitùdin lusìnta fra pôc
come a la fignêstra o alciànssi sui tès

e su la planura.

Ma al è il scûr laiù da la cjera a cjapâmi
e i cercj il lusour lontàn di una citât, li lûs
di una pîsta impruvisàda, l’agâr di un flum,
la flama di un cichìn, il ferâr di Eva ta la neif.
Scûr, soul scûr laiù i vêt di un mont finît
e come mai stât. Nêstri umani stagjòns.

E la cjera ch’a è la cjera a contrapònimi,
firìnmi, li sô mons pazienti, li catedrâls glaciàdi
no un pinsèir da lour, soul la vous dal vint
la vous uguâl, etêrna. I vedarài fra pôc in chel scûr
il fouc di gens pierdùdi che a nô a si segnàlin
e a sòflin su la flama, vuardànssi, discurìnt, scoltant
il vint, il rompissi intòr dai glâs.
E cun vô laiù i sòfli, a na pòs no durâ la flama
a na pòs no ârdi e âlta âlta ârdi si discurìn di nô.
Al è soul un sècul grant e barbar ch’al pàssa.
I na sarìn nô a vuardâssi ta li bòri ch’a si mòrin.
Soflàn, discurìn. Il pinsèir al è dut.

Dut al è il pinsèir. E come l’univers a pêsa.

Terra.

Strana è stanotte la luna passandole sopra/ per strade d’aria, quella sua smorfia di dea sorpresa/ nella sua stanza, abitudine lucente fra poco/ come alla finestra o sui tetti alzandosi/ e sulla pianura.// Ma è il buio laggiù della terra a prendermi/ e cerco la luce in lontananza di una città, le luci/ di una pista improvvisata, il solco di un fiume,/ il fuoco di un cecchino, la lampada di Eva nella neve./ Buio, solo buio vedo laggiù di un mondo finito/ e come mai stato. Nostre umane stagioni./ E la terra che è la terra a contrappormi, ferendomi, le sue montagne pazienti, le cattedrali ghiacciate/ non un solo pensiero da loro, solo la voce del vento/ uguale, eterna. Vedrò fra poco in quel buio/ il fuoco di genti perdute che a noi si segnalano/ e soffiano sulla fiamma, guardandosi, discorrendo, ascoltando/ il vento, il rompersi intorno dei ghiacci./ E con voi laggiù soffio, non può non durare la fiamma/ non può non ardere e alta alta ardere se parliamo di noi.// È solo un secolo grande e barbaro che passa./ Non saremo noi a guardarci nelle braci che si spengono./ Soffiamo, parliamo. Il pensiero è tutto.// Tutto è il pensiero. E come l’universo pesa.

 

Ida Vallerugo è nata nel 1946 a Meduno (Pordenone), dov’è stata insegnante nelle Scuole Elementari. Le sue prime raccolte di poesie sono in italiano: La porta dipinta (Pan, Milano 1968) e Interrogatorio (Quaderni del Collettivo R, Firenze 1972). Dopo un silenzio durato oltre un quarto di secolo, interrotto da rare apparizioni su rivista, ritorna alle stampe con Maa Onda. Poesie (Circolo Culturale Menocchio, Montereale Valcellina, 1997) è la sua prima opera in lingua friulana, ma che raccoglie poesie che risalgono anche ai precedenti vent’anni. Nel maggio 1979 la nonna Regina Cilia, ‘Maa Onda’, muore: il dolore per la perdita origina desiderio di immedesimazione totale, anche nella lingua. Quindi: Figurae (Quaderni del Menocchio, Montereale Valcellina 2009); Mistral (a cura di A. De Simone, Il Ponte del Sale, Rovigo 2010); Stanza di confine (a cura di A. De Simone, Crocetti, Milano 2013). È inclusa in Nuovi poeti italiani 5 (a cura di F. Loi, Einaudi, Torino 2004) e nelle maggiori antologie contemporanee, di lei si sono occupati, tra gli altri: F. Brevini, P. Cappello, A. Colonnello, A. De Simone, R. Galaverni, A. Giacomini, F. Loi, D. Piccini, A. Serrao, G. Vit.

(Il profilo di Ida Vallerugo, qui rivisto e corretto, è in: AA.VV., L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, Gwynplaine, Camerano 2014)

 

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