Intervista ibrida a Gabriele Galloni (di I. Grasso)

IN CHE LUCE CADRANNO
Intervista ibrida a Gabriele Galloni

di Ilaria Grasso

 

Per la raccolta di Gabriele Galloni, In che luce cadranno, ho realizzato qualcosa di diverso dal solito perché ero incuriosita dal fatto che un poeta così giovane si interessasse alla morte tanto da scriverne un’intera raccolta per cui ho contattato Gabriele Galloni per incontrarlo e scrivere questo pezzo che sarà un po’ una recensione, un po’ un’intervista.

I.: Bene Gabriele, da dove nasce l’idea di scrivere una raccolta sui morti?

G.: Chissà. Non so spiegartelo. Forse per scrivere l’ultimo-libro-di-poesie-possibile-sulla-Morte. La parola definitiva sull’oltretomba. Ride. Che poi ci sia riuscito o no è un altro paio di maniche. Non sta a me dirlo – anche se non ho dubbi sull’originalità e il valore della mia opera, sia chiaro. Ho pensato tantissimo alla pittura di Paul Delvaux, scrivendo le poesie di In che luce cadranno. Forse è lui il riferimento più prossimo al mio libro.

In che luce cadranno è senz’altro un titolo enigmatico e straniante per una raccolta che parla di morti. In genere sull’argomento viene in mente solo il nero buio e mesto come colore, invece Galloni ha scritto una raccolta che non perde mai di vista la luce. Durante la lettura delle prime poesie mi sono interrogata a lungo sulla natura della parola “luce” del titolo.
Solitamente si utilizza come sinonimo della parola “nascere”, l’espressione “venire alla luce” e questa è una raccolta che parla della vita oltre la vita terrena. Gli uomini dunque se dalla luce vengono in una luce prima o poi “cadranno”. Ecco svelato l’arcano! La mia tesi sembra ampiamente confermata dai versi della poesia che incontro quasi a metà libro:

I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

Le parole di Galloni sono misurate, limate, scarnificate fino al sangue essenziale di quel vero che inseguiamo per tutta la vita e che probabilmente troveremo solo quando abbandoneremo i nostri corpi e andremo chissà dove e come a proseguire la nostra esistenza, probabilmente in altra forma, a seconda del credo religioso d’appartenenza (per chi lo ha). Il vero della raccolta è dunque un concetto che rassomiglia molto all’osceno, a qualcosa da nascondere, come in questa:

Ai morti si assottiglia il naso. Quando
li sogni se lo coprono: è normale
vederli a volto coperto passare
dal corridoio al bagno alla cucina.

I.: Quindi Gabriele, cos’è per te il Vero?

G.: Non dispongo di abbastanza telecamere per saperlo. Scherzi a parte. Non credo sia necessario – in merito all’espressione creativa – porsi domande su un eventuale concetto di vero. Qualsiasi avvenimento appartiene, una volta raccontato, al mondo della finzione. Lo ricostruiamo a parole; con le parole nostre o le parole degli altri. E allora, dell’avvenimento in questione, cosa rimane? Le conseguenze, magari. I termini usati per raccontarlo. Eventuali video e foto a ricordo. Rievocazioni comuni. Certo non il vero – il vero possiamo delegarlo alla testimonianza.

Ma come testimoniare se non con la parola? E ciò vale per i vivi o anche per i morti?  A questo secondo interrogativo Galloni risponde con un testo proprio sul tema della comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti evidenziando il lavoro lungo e paziente che l’essere umano in vita deve compiere per trovare la parola esatta, quella che riesca a portare con se un significato pieno e consistente. È un lavoro che spetta all’essere umano e ancor di più al poeta che deve trasferire ed evocare per mezzo dei versi un sapere ed una conoscenza “universale”.

Il lessico dei morti
è la metà del nostro;

a mezzogiorno l’ostro
sfoglia il vocabolario

dei pellegrini.

I.: Perché nella tua raccolta “il lessico dei morti è la metà del nostro”?

G.: Beh, intanto già tutto il vocabolario medico va a farsi fottere, con i morti. Se lo dimenticano perché non gli è più utile: non gli indica più nulla. Così come non necessitano, i morti, di parole come sopravvalutato. E insomma: togli questo perché non ti serve, togli quest’altro, ecco che il lessico dei morti si riduce alla metà del nostro. Ma come utilizzano meglio le parole. Una precisione chirurgica, la loro. Soprattutto quando ti parlano di anatomia – quando ti descrivono, cellula per cellula, un corpo che non sai di avere.

Se non c’è differenza nel lessico e nella comunicazione tra vivi e morti, varrà lo stesso anche per gli oggetti. Operazione simile l’avevo vista fare solo a Cartarescu all’interno de Il poema dell’acquaio (un giorno l’acquaio prese una cotta/s’innamorò d’una piccola stella gialla nell’angolo della finestra della cucina/si confidò con l’incerata e con il barattolo di mostarda/si lamentò con le stoviglie bagnate).
Ma Galloni anche fa dialogare gli oggetti, nella fattispecie un frigorifero e le stelle:

Si parlava dei morti. Sulla tavola
i resti sparsi della cena – quelle
bistecche appena cotte. Il frigorifero

in dialogo amoroso con le stelle.

I.: Gabriele in questa poesia trovo un’analogia con Mircea Cartarescu, hai mai letto Il poema dell’Acquaio?

G.: No, mai letto.

Andando avanti con la lettura questi defunti sembra abbiano una vita mica poi tanto diversa dalla nostra infatti si sposano, sognano, fanno sesso e si separano e lo fanno sotto la benedizione o la malevolenza del cielo.

I morti cagano, pisciano come
i vivi. Solamente che faticano
a rispondere a tutte le domande

che gli vengono fatte. Preferiscono
ricordarsi di un nome,
scomporlo in sillabe, accorgersi che è il loro.

Il tempo nelle poesie di Galloni è scandito dai cicli astrali (Giorno di Venere; i morti si sposano oppure Giorno di Marte; i morti si separano) coerentemente con la visione circolare della storia:

Se la madre dei morti è sempre polvere,
i morti cercano la loro madre

ogni sabato sera sulle spiagge
libere; sotto e sedie o nei gelati

caduti di mano ai ragazzini
in chissà quante estati, in chissà quanti

alberghi, marciapiedi, lungomari.

I.: Cos’è per te questa visione dei corsi e dei ricorsi storici?

G.: Una fascinazione emotiva, ancor prima che letteraria. Da bambino – soprattutto se cresci in una famiglia cattolica e praticante come la mia – ti fanno intendere il cielo (“adesso nonno sta in cielo”) come un prato per scampagnate dove né la gioia né la luce hanno mai fine; e dove, un giorno, ti incontrerai con tutti gli affetti e gli amori della tua vita sotto gli occhi benevoli di Dio. Come se fra i tuoi e gli altri distacchi non fosse passato nemmeno un giorno. Un luogo, insomma, dove la vita riprende più o meno come prima della sua interruzione terrena. E ancora oggi – nonostante i corsi e i ricorsi del vivere – la commozione che provavo pensando a questa Arcadia Felix tra le nuvole è rimasta intatta. Da qui l’idea, l’amore per una ideale società di morti. Con le sue abitudini e virtù; deficit e vizi. Un cielo di ceramica ad accoglierli interi. I loro sessi, le loro abitudini; i loro gelati e le loro mamme da cercare in spiaggia.

Questa raccolta è un’eccellente rappresentazione corale di quella condizione dell’essere umano che potrei definire con un po’ di ardua fantasia “mortità”, cioè la condizione dell’esser morti. Galloni da voce a chi nella morte ha trovato rifugio, a chi dalla morte è stato raggiunto d’improvviso, a chi viene continuamente interrogato dai propri cari, essendo morto e prossimo alle divinità, dei piccoli e grandi interrogativi dell’esistenza. Insomma un grande sforzo immaginativo ma anche un’immersione nel nostro immaginario collettivo riguardo la morte e il nostro rapporto coi morti. Siamo sicuri si parli davvero solo di morti o c’è in questa rappresentazione una rappresentazione anche della vita?
I soggetti della raccolta sono persone che oramai consideriamo perdute. In effetti però così non è perché una perdita interrompe forse una vita o quella che noi consideriamo l’unica forma di vita. Di certo non si interrompe la relazione, quel filo cioè che, se alimentato da affetto consente di mantenere un dialogo a cui possono partecipare tutti quelli che hanno fatto dell’amore e del bene il centro delle proprie esistenze. Ciò vale anche per la l’attenzione che dovremmo riservare ai poeti antichi che tanto hanno dato alla letteratura e al forte contributo culturale e intellettuale che sta alla base del nostro pensiero contemporaneo. Un dialogo con questi defunti, meditando i testi e sui testi, che sarebbe altamente istruttivo e utile per capire meglio noi stessi e ciò che ci circonda.
Questo, in conclusione, sembra essere il messaggio che la voce di Galloni sembra portare con sé nei suoi versi. E dunque, con questi presupposti, non vi sembra una voce da ascoltare con attenzione?

© Ilaria Grasso

 

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