Massimiliano Bardotti, Il Dio che ho incontrato

Massimiliano  Bardotti, Il Dio che ho incontrato, Edizioni Nerbini 2016

«La somma vetta/ che umano può toccare/ è lo stupore»: questa affermazione di Goethe, tratta dalle Conversazioni con Goethe negli ultimi anni della sua vita raccolte da J. P. Eckermann, che questi annota il 18 febbraio 1829 e che ho voluto rendere in italiano con tre versi e diciassette sillabe a mo’ di haiku, calza perfettamente al volume di poesie Il Dio che ho incontrato, di Massimiliano Bardotti. Se è vero, ed è vero, che i testi che la compongono possono essere letti come contemporanee e pur sempre francescane Lodi di Dio altissimo che narrano delle meraviglie del creato, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, esse hanno cionondimeno una tensione tutta umana verso l’espressione dell’ineffabile. È questa tensione, è questa ricerca incessante del trascendente nel quotidiano, che rende il libro degno di nota anche per chi credente non si ritiene, che lo rende interessante oltre le sue caratteristiche più evidenti, vale a dire la dimensione evangelica (con riferimenti espliciti, soprattutto ai brani della Passio: «Terrore (splendore)./Lo canta il gallo./Tre volte, per il rifiuto./Tre volte, come tre sono i giorni.»; «La croce?/ Ogni stazione.») e la volontà di proseguire la tradizione dei salmi (anche qui, come per i Vangeli, con citazioni evidenti: si pensi alla apparizione della cerva in un componimento).
Il quesito di fondo circa la prossimità dell’azione poetica con la ricerca del sacro, con l’esplorazione del mistero, si fa nella raccolta di Massimiliano Bardotti particolarmente significativo.
Gli strumenti ai quali l’autore ricorre per dare corpo, luce, chiaroscuro e dinamismo sono ad ampio raggio dietro l’apparente semplicità. Occorrerà interpretare in duplice direzione l’aggettivo “altissimo” che Francesco d’Assisi affiancava al Dio delle Lodi: elevato, dunque, sia in altezza sia in profondità. I componimenti, inoltre, sono di varia lunghezza, anche se prevalgono quelli più brevi, con predilezione per le terzine, come questa composta da due senari che racchiudono un ottonario:

Nell’occhio del falco
disciplina delle vette
Ritrovo la cura.

La maggior parte dei testi ha il primo verso che riproduce il titolo del volume, rendendolo non una semplice anafora, bensì il fondamento stesso del percorso, che si configura pertanto come teofania. Attenzione, però: si tratta di una teofania che abbraccia e coinvolge la consapevolezza di sé dell’io lirico come poeta, così come del carattere divino della potenza creativa del dire:

Il Dio che ho incontrato è poesia
il Dio che ho incontrato è il poeta.

È una teofania, ancora, che esalta le virtù dell’attesa e della pazienza:

Il Dio che ho incontrato
attende senza rivolte
custodisce segreti.

Spesso è nell’avvicendarsi naturale di giorno e notte, nel volgersi delle stagioni che l’io lirico incontra Dio; per essere più precisi, è una parte del giorno a farsi Dio: così avviene per l’imbrunire, per la sera «che scende dal cielo a coprire/ tutte le cose col suo manto mutevole/ oscuro e incantevole», per la notte, per l’alba. Dio si rivela a chi lo cerca («E colui che nel buio cerca sempre trova») e, allo stesso tempo, è Dio che «osserva, rammenta». È oltre il tempo, eppure è anche, con un’espressione davvero felice,  «la grazia/ maestosa del tempo/ che nulla dimentica/ tutto anticipa.»
Il volto di Dio rifulge splendente negli affetti dell’io lirico, ha il carico d’anni e le schiene curve sui campi dei nonni (e in questi versi sembra risuonare la voce di Giovanni Lindo Ferretti con i PGR nella canzone I miei nonni dall’album ConFusione. 9 canzoni disidratate da Franco Battiato), ha il riso dei tre anni e l’irrequietezza dei sedici; si nasconde, anche, tra le pietre millenarie e i resti sgretolati di massi smossi e scossi da tempo e intemperie.  Per scorgerlo, allora, occorre ascoltare la terra, porgere l’orecchio al creato: «La terra mi parla con franchezza./ Entro scalzo nella sua casa./ Dimentico il poco che so./ Dimentico il nulla che sono.»

© Anna Maria Curci

Ricordo gli occhi
(mia madre che coglie ciliegie)
il sole alle spalle.

Ricordo l’eco delle stelle
l’armonia della pace.

Ricordo amore, quanto era necessario.
Era un giardino.
Dio era di casa.

 

*
Il Dio che ho incontrato raccoglie speranze
agli angoli delle strade ogni giorno
parla tutte le lingue e non ne conosce che una.

Il Dio che ho incontrato ci parla dal luogo
(nessuno mai morto ha mai visto quel luogo)
edificato in tre giorni.

Tre giorni di gloria notturna
spavento che va scomparendo
nella vastità del Mistero.

 

*
Notte, dici senza dire
occhi ritrovano l’antica meta
ambita dal pellegrino
sempre cercata.
E colui che nel buio cerca
sempre trova.

 

*
Corri incontro a ciò che più ti spaventa
immergiti nelle sue fameliche braccia.
Lasciati andare alla morte, se morte è il tuo tiranno.
Obbedisci alla legge (se la legge è in Dio).

Se la legge è io, disobbedisci.

 

*
C’è un tempo per ogni cosa
lo diceva sempre mio nonno
e mi tediava l’idea dell’attesa.

Eppure soltanto nell’attendere
ho trovato il coraggio di trovarti.
(aspettavo il sorgere del giorno)

 

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