Renato Fiorito, Andromeda

Renato Fiorito, Andromeda, Giuliano Ladolfi Editore, 2017

Che cosa ha spinto Renato Fiorito ad addentrarsi nel territorio poetico della cosmogonia, dell’origine dell’universo, della comparsa di forme di vita sulla Terra, dell’evoluzione degli umani, che cosa lo ha mosso ad affrontare un’impresa che, come ben sottolinea Giuliano Ladolfi nell’introduzione al volume, intitolata L’epopea dell’universo,  fu già di Esiodo e di Lucrezio nel mondo classico e di parecchi altri in epoche successive? La risposta a questa domanda permea tutto il poema Andromeda, teso fra il ‘preludio’ Sul limitare del cielo e un Epilogo che mostra in modo chiaro e compiuto un carattere rilevante di tutta l’opera, vale a dire l’alternanza di due ritmi, quello narrativo e quello contemplativo. La risposta al quesito, infatti, sta nel pungolo-fine-funzione dell’umano, e dell’umano pensante e poetante, vale a dire nell’interrogazione permanente, nello stupore che genera domande.
I tre versi iniziali di Andromeda sono una dichiarazione – esemplare per sintesi, sapidità, cadenza – di rispetto a tre punti che mai dovremmo ignorare nel leggere un’opera: la prospettiva nella quale si pone l’io lirico e dalla quale questi fa muovere il suo sguardo; la visione che l’io lirico ha di sé, in particolar modo, in questo caso, come umano tra gli umani; l’enunciazione, infine, della sua ‘materia’ poetica. Ecco, dunque, i tre versi:

Sul limitare del cielo
io, scintilla di un attimo
canto l’infinito.

Chi scrive ha avuto la ventura di leggere la prima stesura dell’opera e di dialogare con l’autore su significatività e senso dell’impresa. Rileggere la versione data alle stampe, ora, alla luce sia di quei dialoghi, sia della conversazione infinita con “il coro del mondo” e con le sue singole voci attraverso le epoche e le latitudini – conversazione di cui ogni opera letteraria non può che recare traccia – rafforza la convinzione circa la nascita di Andromeda di Renato Fiorito da un disegno ben ponderato, che della scrittura dell’autore porta i tratti peculiari: chiarezza, efficacia, partecipazione e, allo stesso tempo, capacità di ritrarsi dal tumulto degli eventi per dare tempo alle considerazioni ‘universali’ di formarsi, ovvero per accostarsi con sim-patia al simile, all’umano che si dibatte nel dubbio, si tormenta o è tormentato. Risuonano allora alla mente i versi di Novalis, che riporto qui nella mia traduzione: «Quando ormai più né numeri e figure/ Chiave saranno di tutte le creature,/ Quando color che cantano o baciano/ Più dei dottissimi al sapere volgono,/ Quando alla vita libera poi il mondo/ Ritornerà, e allo stesso mondo,/ Quando di nuovo uniti ombra e fulgore/ Daranno vita ad autentico nitore,/ E quando le vere storie si vedranno/ In fiabe e in poesie si sveleranno/ Davanti a Un motto segreto sparirà/ L’intera essenza, allora, dell’assurdità».
Il viaggio dall’origine dell’universo alla storia dell’umanità, tra interrogativi costanti, speculazioni filosofiche, religioni, rivoluzioni, guerre e catastrofi, si conclude con immagini, parole, intrecci e trasformazioni che dicono di una energia che non si lascia misurare, che non può essere contenuta dal pensiero. Sono trasformazioni che lasciano intravedere, come intuiva già il terzo dei versi iniziali, che «nulla mai muore davvero».

© Anna Maria Curci

 

***

Sul limitare del cielo

Sul limitare del cielo
io, scintilla di un attimo
canto l’infinito.
Guardo l’eterno
e prima di essere cenere
misuro da questo
la mia grandezza
e la mia miseria.
Infinite galassie,
origine e fine della creazione,
dimorano nella mente.
Intuisco mondi paralleli
di cui non so nulla.
Vedo la fatica dei padri,
le lotte e le sconfitte,
e so che tutto è avvenuto
perché io esistessi.
Assumo come mio
ciò che altri hanno conquistato,
le strade tracciate percorro
per comprendere l’incomprensibile
e capisco che nessun credo contraddice gli altri
ma tutti procedono a fatica
sull’irta strada della verità.
Guardo un albero e immagino la foresta
vedo una stella e ne penso milioni.
So che ogni cosa si muove nel cielo
e la legge che tutto regge
è equilibrio tra energia e gravità.
Eterna è l’energia,
siamo parte della sua forza
e per essa siamo divini.
Non inganni la morte.
Appartiene anch’essa alla vita
come vi appartiene la nascita e l’amore
ed è quindi ugualmente sacra.
E vi appartiene l’amicizia tra gli uomini
e quella degli uomini col creato.
e ogni uccello e pianta,
e seme e creatura che vive sulla terra.
Eccezionale, irragionevole presenza
nell’universo silenzioso e deserto.
Noi che guardiamo il cielo,
noi siamo cielo
brillanti di un solo attimo.

 

*

da In cerca di Dio

Più avanti degli altri uomini fosti Lucrezio.
Più avanti di Eraclito, più di Anassagora
e dei saggi prima e dopo di te.
Infinita è la materia, infinito è lo spazio, dicesti,
poiché il limite di ogni cosa è il principio di un’altra.
L’aria fa da confine ai colli, le montagne all’aria,
la terra al mare e il mare alle terre.
La materia ha per limite il vuoto e il vuoto la materia.
Così alternando, tutto si fa infinito.

Nulla nasce dal nulla
e nulla si riduce al nulla,
nascita e morte sono solo
aggregazioni e disgregazioni di parti.
Eterna è la materia
compatta e immortale non ha riposo.
Non meno di una mano
ha invece natura mortale l’anima.
Per questo inferi e dei
nulla possono contro di essa.
Malattia e morte non sono segni della loro collera,
e a niente vale pregarli per salvarsi.
Falcia la morte i giusti e i malvagi,
non c’è castigo o premio nel suo abbraccio,
solo necessità della vita a rinnovarsi.

Non era pazzo Lucrezio, non lo era
quando liberò l’uomo
dal timore degli dei vendicativi.
Brama di potere e avidità
avevano creato ogni genere di paure.
Ma il saggio deve essere esente dalla paura
né teme la morte perché sa
che l’eternità non lo riguarda.
Non intervengono gli dei nelle umane vicende,
non restano a fianco dei vincitori
né condannano i vinti.
Non liberano e non giudicano.
È la natura, non gli dei
a segnare i limiti dell’esistenza.
Non ci sono dei da blandire
né sacrifici da offrire
per mutare l’ordine delle cose.
È scritto nella natura il nostro destino.

Come facesti Giordano a capire? Come facesti?
E perché non volesti barattare il rogo con la verità?
Non è uno l’universo, non uno il sole,
né esiste un centro
in cui immobile marcisce la terra.
Non c’è centro nello spazio infinito.
Innumerevoli sono gli universi,
né possono essere misurati,
meno che mai dal pregiudizio umano
che uccide la ragione.

 

*

da Epilogo

Lucy guardò l’immenso rosso del sole
e seppe di essere l’ultima donna sulla terra.
Nessuno da incontrare, nessuno da amare.
I ghiacciai sciolti, gli animali estinti.
L’uomo aveva creato e l’uomo aveva distrutto.
Nella sua testa vivevano le storie dei millenni,
scorreva nel sangue il desiderio di milioni di uomini,
gli amori di tutti i tempi l’attraversavano.
Era nata da loro. Portava su di sé
il peso di tutte le ingiustizie
e l’orgoglio di tutte le ribellioni.
Le crudeltà della storia e del disinganno,
le passioni umane, le guerre e la scienza
avevano segnato la strada.
Era stanca ormai. Avrebbe voluto dormire
lasciando la terra al suo corso.
Nessun viaggio o scoperta serviva.
Il mondo stava morendo. Il prato era pieno di lucciole.
Ne catturò una e la tenne tra le mani.
Piccola, assurda luce della sua solitudine.
La voce dell’unico uomo amato
attraversò i millenni e le planò nel cuore.
La sua mano tesa incontrò la notte.
Le disse: “troppo a lungo ci siamo cercati e negati
ma ora che siamo giunti alla fine
lasciamo la tristezza al silenzio
e torniamo una cosa sola.”
Si addormentò tra le sue braccia.
Andromeda disseminò il cielo di stelle.
Il giorno dopo non c’era più nulla.

***

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