Fabio Chiusi, Era la Guerra

 

Un giorno marciranno le rotative
ogni governo sarà caduto
le notizie si scriveranno da sole
la mano non avrà cervello

gli automi di un mondo di morti
lo spegnersi tutto delle radure
in schermi colorati
le frasi senza significante

saranno uno splendido insulto

e le pagine saranno gabbiani
dal becco spalancato sui fossi

moriranno inermi
impalpabili
impallinati da noi revanscisti
dal cuore chiaro

o lasciamelo sognare
più raro lettore
che ancora esista la carne
ancora le ossa

in qualche lurido anfratto.

 

*
Polvere che scalci da terra,
ti abbiamo nella bocca.
Bava che spezza il silenzio,
nostra è la bocca. Pazza d’estate
pazza d’inverno: sei guerra
che parli senza ferire.
Saziaci per sempre.

 

*
Se abbiamo ucciso era per salvarti.
Spandevi un profumo e una rabbia.
Eri morta, gioivi. «Penso io
a raccogliere il corpo da terra».
Il corpo verrà. Di lui non sapremo.

 

*
Parlarci sarà una quiete intera,
un corpo che non si muove.
Scale verranno fino a lui
e non vedrai luogo che non lo riguardi.
Ricorderai questo tempo
come il ronzio di un insetto.
Parlerai lungamente, almeno
quanto hai taciuto. Ma non faremo rumore
nelle piazze vuote: tu hai lasciato per sempre
quei luoghi di domande
senza risposta. Quel silenzio
ti racconterà dei tuoi morti, sarai con loro
in ogni luogo.

 

*
Tre fili ingannano la morte.
Non sono tre dee, non si tagliano per morire,
non abbiamo la stessa separazione.
Noi possiamo toccarlo, questa morte possiamo volere,
mai del tutto: ho visto come li guardi, ho visto
come ci guardano. Sono tutto quanto abbiamo
tutta la nostra vitalità. Ed eccoti
sopra la sedia del cielo, il trono del mondo,
le macerie e la nascita di ogni cosa.
Tocca a ciascuno di noi infilarsi tra le braccia
quel cavo e attendere, scalare l’universo
fino a quella sedia, scavare dentro il dolore
per riemergere avvolto a tre fili che spostano l’ago
tre fili che attendono il tuo destino e la grazia.

 

*
Finché ho sperato, ho scritto: per innamorarmi
del ricordo, sostituirlo al corpo.
Quando ha ceduto, allora non ho potuto più scrivere
sarebbe stato come consegnarti a un’eternità
che giorno dopo giorno ti negava,
e consegnarti alla bugia e alla menzogna,
al male estremo, al non redento.
Ora sono capace di dimenticarti,
abbandonare le menzogne sul tuo male,
calamite attratte da opposti; tu nella purezza,
io sopraffatto dallo sforzo di impedire che la storia,
per qualche osceno motivo, ti ricordi
ti celebri, e cambi.

 

© Fabio Chiusi, Era la guerra, Internopoesia, 2017

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