Caterina Davinio, Il nulla ha gli occhi azzurri (rec. di Annamaria Ferramosca)

Caterina Davinio, Il nulla ha gli occhi azzurri. Con una nota critica di Francesco Muzzioli, Effigie edizioni, pp. 219, € 17,00

Romanzo da assaporare pagina dopo pagina, gustando un immaginario personalissimo, oltre che l’impianto stilistico e l’eleganza esatta della prosa. Un libro capace di smuovere in profondità, le cui pagine si percepiscono scritte con passione autentica, quasi l’autrice avesse conosciuto dal vivo i personaggi, che sembrano balzare vividi sulla carta trasmettendo tutta l’angoscia da cui sono dilaniati.
Credo che questo libro vada oltre la prima impressione, che è nell’evidenziato contrasto tra i due mondi, quello contadino ormai residuale, che si crede integro e antico di saggezza, e quello più esteso, superficiale e ambiguo, di una società cinica e individualista, basata sull’immagine; presto ci si accorge che vi è – centrale – la volontà di svelare contraddizioni metafisiche, quelle oggi trascurate, affondate nei recessi della psiche, quella impossibilità, forse assoluta, di trovare le vie vere del Bene, perché accidentate di ostacoli umani e imprevedibili, dal sapore dannatamente tragico. Ostacoli di cui l’uomo può essere o no consapevole, ma da cui è travolto. È questo dubbio metafisico ad attraversare le pagine, dando all’autrice la possibilità di rivelare la sua straordinaria capacità introspettiva, raccontando i più sottili e ambigui moti psicologici dei personaggi. Adesione empatica e insieme furore di penetrare i percorsi tortuosi delle menti angosciate del benzinaio Barnard e del transessuale Dorian, sono le leve che spingono l’autrice, con uno scatto di geniale inventività, a trasformare a tratti in modo spiazzante la tecnica narrativa. Così chi scrive si assume non più il ruolo del soggetto narrante, ma quello, in prima persona, del personaggio narrato, rendendo molto più incisivo l’andamento del racconto. E l’ambiguo sessuale, l’ermafrodito di rarissima bellezza, colpito dal ritrovamento di una visione perduta e pure archetipica di bontà di cui vorrebbe riappropriarsi, sembra dapprima vincere sulla resistenza di colui che crede integro, facendo poi deflagrare le pagine nell’esito finale di ritrovarsi sua vittima, con macabre tragiche rivelazioni.
Ci troviamo di fronte ad una narrazione che oggi appare nuova mitopoiesi, una tragedia dell’oggi dove l’umano rivela il suo vano contorcersi andando verso un’inesorabile deriva. Perché un dilemma irrisolvibile lacera la vita del benzinaio-boscaiolo sconvolto da pulsioni represse, e lo stesso accade al transgender, pure irretito dall’impulso violento del sedurre e toccare il fondo, quasi a guastare un mondo pulito, o forse, infine, mosso solo dal desiderio di redimersi.

Così l’autrice alla fine decide di non decidere, di lasciare in sospeso senza indicare vie d’uscita, senza delineare una possibile catarsi, una salvezza nella ricomposizione dei contrasti, ma prende la direzione di una ferma constatazione della pura casualità dell’esistere, dell’intrico forse irrisolvibile che continua a chiedere d’essere risolto. Dove la verità, dove la salvezza? Quale la scelta tra le due visioni dell’agire umano, quella “ecologica” di stampo contadino, con i suoi rischi dovuti alla sancita illibertà delle regole, al mascheramento delle colpe, o quella del mondo consumista-tecnologico-massmediatico, con i suoi rischi di vuoto e distanza dal cuore? È in questo dibattersi, in cui oggi ci si riconosce, il fascino tutto contemporaneo di questo disincantato, originalissimo romanzo.

© Annamaria Ferramosca, 14 dicembre 2017

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