Ottavio Olita, L’oltraggio della sposa

Ottavio Olita, L’oltraggio della sposa, Città del Sole Edizioni 2016

Nel narrare con maestria e in maniera avvincente una vicenda realmente accaduta, un fatto di sangue e un processo che all’epoca fece tanto scalpore, da suscitare anche i versi di Giosuè Carducci (A proposito del processo Fadda, nel II Libro del volume Giambi ed epodi), Ottavio Olita tende sapientemente l’arco dei fatti, degli incontri, delle scoperte e delle percezioni attraverso i tempi e i luoghi e, allo stesso tempo, mostra fedeltà a una passione che nutre con la ricerca e lo studio dei documenti. Fedeltà e coerenza che possiamo seguire attraverso i suoi romanzi più recenti – Il faro degli inganni, Codice libellula e Anime rubate – e che in L’oltraggio della sposa si fa concreta dimostrazione della stoffa di narratore di colui che per molti anni ha esercitato con pazienza e rispetto per i fatti e le persone la professione di giornalista.
È possibile individuare tre sentieri seguiti con fedeltà e coerenza da Ottavio Olita nei suoi romanzi: la struttura a cornice, rappresentata spesso dalle indagini dei suoi ‘moschettieri’, qui il giornalista Nicola Auletta, alter ego dell’autore, e l’avvocato Giuliano Deffenu; la volontà di far luce, al di là di vulgate e di meri richiami scandalistici, su alcuni episodi che sono parte fondamentale della nostra storia, anche se proprio nei manuali di storia vengono raramente menzionati; una attenzione desta, che si esprime con sensibilità e profondità nel tocco narrativo, alla evoluzione psicologica – con tratti quasi da romanzo di formazione – di figure femminili.
In questo terzo sentiero sta un tratto peculiare del romanzo L’oltraggio della sposa. È infatti molto significativo il legame reale e quello spirituale tra le donne che appaiono ovvero che sono menzionate, tanto da indurre chi legge a pensare che ci sia una linea che leghi nei secoli Eleonora d’Arborea, Eleonora de Fonseca Pimentel, donna Maddalena Serra di Cassano (che nel romanzo è presentata come discendente di Gennaro dei duchi di Cassano, anch’egli, come Eleonora de Fonseca Pimentel, figura di primo piano  e ‘martire’ – entrambi salirono al patibolo il 20 agosto 1799 – della Repubblica Napoletana), Adele Mori (Raffaella Saraceni) e Simona Cerri, la ricercatrice.
Assume pertanto grande importanza la parte del romanzo nella quale si racconta dell’educazione che Adele Mori riceve a Napoli. Una scoperta di un’altra realtà, a lei sottratta dalla rigida e ottusa madre, donna Carolina Noce, e di un’altra possibilità di sviluppo della storia dell’umanità, sviluppo troppo spesso – e l’attualità ce ne offre drammatica evidenza – schiacciato dalla violenta prevaricazione di interessi di bassa lega. Non si può non pensare, leggendo quelle pagine, a un altro romanzo di altissimo valore nella letteratura italiana, Il resto di niente, nel quale Enzo Striano, nel 1986, restituiva alla memoria storica, e a tutto tondo, la vita, l’impegno, i tormenti e i moti dell’animo di Eleonora de Fonseca Pimentel.
Vivido e realistico nel ricostruire i dibattimenti processuali, il romanzo ha un inizio profetico al circo che mi ha ricordato una citazione da Trama d’infanzia di Christa Wolf e che ripropone il fascino e la maledizione dei circensi. La prima volta al circo di Adele Mori, all’epoca dodicenne, è gravida di rivelazioni e premonizioni e prepara chi legge a una esplorazione, che rifugge da qualsiasi faciloneria cronachistica, delle dinamiche relazionali e delle visioni, destinate poi a cozzare con una realtà meschina e oltraggiosa.
Viene da chiedersi allora come sia da leggere quel complemento di specificazione presente nel titolo, vale a dire il “della sposa” collegato con “l’oltraggio”. È la sposa che oltraggia il marito, Giacomo Perra, che una ferita ricevuta durante la battaglia di San Martino del 1859 ha reso malamente idoneo a espletare i ‘doveri coniugali’, o non è piuttosto Adele Mori a essere oltraggiata, ripetutamente, anche con i silenzi, gli abbandoni, le taciute verità, da più individui e da più circostanze, oltraggiata, ripeto, nelle sue speranze e nei suoi sogni di persona, ancor prima che di donna?

© Anna Maria Curci

«Maman, maman, vi prego, fatemi andare al circo stasera. Giuseppe è disposto a portarmi. Mi piace tanto vedere gli acrobati e gli animali ammaestrati…».
«Non è uno spettacolo per una signorina dabbene e tu, ormai, non sei più tanto piccolina».
Carolina Noce sembrava irremovibile. Il circo, pensava, andava bene per i paesani, non certo per la sua bambina per la quale aveva già ipotizzato, se non proprio programmato, lo sviluppo della vita.
Nella costruzione di quel futuro si inseriva, al presente, anche il vezzo dell’uso di qualche parola in francese, lingua d’eccellenza nei salotti nobiliari nei quali intendeva far inserire la figlioletta, a qualunque costo.
Non certo a Cassano, ma, qualche anno più tardi, a Napoli, la vera capitale culturale e politica d’Italia, ancora in quel 1865, nonostante da quattro anni i Piemontesi e Garibaldi avessero spazzato via i Borbone, reali ai quali lei, Carolina, era sempre stata fedelissima, così come la sua famiglia. Da quella cieca, assoluta dedizione i Noce avevano tratto grandi vantaggi, riuscendo a mettere le mani su vaste aree della fertilissima Piana di Sibari e arricchendosi con le colture e gli allevamenti.
Ma al forte benessere acquisito non corrispondeva ancora un adeguato ruolo sociale. Il primo passo in quella direzione lo fece proprio Carolina, sposando Domenico Mori, un ingegnere-architetto che si era specializzato nella progettazione della rete dei trasporti, in particolare delle linee ferroviarie, che stavano soppiantando rapidamente strade sterrate e acciottolati, cavalli e carrozze. Quel matrimonio segnò, dal punto di vista sociale, l’ingresso dei Noce nella borghesia.
A dimostrazione di quel cambiamento, fu decisa la costruzione, in cima ad una delle colline che sovrastano Cassano allo Jonio, del palazzotto nel quale Carolina e Domenico andarono a vivere dopo le nozze. Lì nacquero i due figli: Giuseppe nel 1847, Adele sei anni dopo.
«Accontentatela, maman. Vi prometto che non la farò sedere in mezzo ai cafoni. Prenderò un palchetto a ridosso della pista, solo per noi due».
Giuseppe era legatissimo alla sorellina. Si confidava, giocava e scherzava con lei e così, senza rendersene conto, contribuiva a far maturare la bambina molto più rapidamente rispetto ai tempi
pensati dalla madre.
«E io vi prometto che non mi fermerò con nessuno, neppure per un momento» supplicò ancora Adele.
«Ne voglio parlare anche con vostro padre. Comunque, Giuseppe, ricordati che io ti ritengo responsabile…».
«Lo so, lo so maman. Non vi preoccupate».
Appena Carolina lasciò la stanza, Giuseppe fece l’occhiolino a Adele che sorrise. Conoscendo bene i genitori sapevano che quelle decisioni le prendeva la madre, da sola, senza alcuna consultazione. Capirono che quello era solo un modo per non dare la dimostrazione di cedere alle loro insistenze.
«Comincia a scegliere come ti vuoi vestire, tanto sarà un sì. Fatti bella, eh!?, che voglio farti da cavaliere » disse Giuseppe a Adele il cui fisico era ben più sviluppato dei suoi 12 anni d’età.
Uscirono di casa tenendosi a braccetto. Era un caldo pomeriggio di maggio, rinfrescato da una leggera brezza che veniva giù dal Monte Pollino. Giuseppe impettito e sicuro di sé, nella sua
eleganza raffinata, gli abiti acquistati a Castrovillari, e orgoglioso della sorellina; Adele solare, gli occhi dello stesso nero corvino dei capelli raccolti in un elegante nastro di velluto anch’esso nero, il bel viso rotondo e sempre sorridente, ostentava gran vanto del fratello e del vestito, tanto stretto su fianchi e seni da sottolinearne le curve precoci.
Attraversarono con sussiego e distacco le vie principali del paese – in modo da essere visti e ammirati – discendendo verso l’ampio spiazzo in cui il circo aveva piantato le tende.
Da dietro le finestre socchiuse, le ragazze sognavano di poter essere un giorno al posto di Adele al fianco del bel Giuseppe. E sospiravano di passione, così come i giovanotti, in sosta agli angoli delle viuzze.
Mentre si toglievano i berretti in segno di saluto e si chinavano in leggere riverenze, non avevano ritegno a lanciare occhiate infuocate alla ragazzina che dava già l’idea di quanto sarebbe stata bella e appetibile da donna.
All’ingresso del circo, Giuseppe mostrò all’inserviente, che faceva anche da imbonitore, l’invito per tutti gli spettacoli ricevuto a palazzo dalla famiglia. Un foglietto scritto a mano con una grafia imbottita di ghirigori, pessima imitazione dei lussuosi cartoncini che si scambiavano le famiglie nobiliari.
L’inserviente si inchinò fin quasi a terra nell’accoglierli e, per poterli accompagnare ai loro posti, bloccò il passaggio agli altri spettatori sbarrando l’ingresso con un cordone rosso.
Continuando a ripetere complimenti e parole di gratitudine per la loro presenza, invitò i due giovani a scegliere un palchetto esclusivo, a bordo pista.
Prima di farli accomodare ripulì con cura le sedie continuando a parlare ininterrottamente e ripetendo un numero infinito di inchini.
Giuseppe, sempre più infastidito, si liberò dell’ometto mettendogli in mano una moneta.
Quando furono finalmente soli i due ragazzi si abbandonarono al riso e al piacere dell’attesa per quello spettacolo che riusciva a rompere la noia della vita quotidiana in paese.
Avvertito dall’uomo che aveva accolto i due giovani all’ingresso, il padrone del circo diede ordine ai musici di cominciare a suonare. In pochi minuti tutti i posti sulle gradinate in legno vennero occupati dagli spettatori.
La musica si interruppe e subito dopo comparve il presentatore, grassoccio, con grossi baffi neri rivolti all’insù, giacca lunga a coda di rondine, pettorina bianca, pantaloni stretti, bianchi, stivali neri al ginocchio, colletto rigido con le punte girate in fuori intorno ad un appariscente nastro rosso bloccato da un grande nodo.
Appena giunse al centro della pista ricoperta di sabbia e segatura, con un lieve gesto della mano fermò gli applausi dai quali era stato accolto, si cavò dalla testa il cilindro bianco e dopo aver ringraziato gli spettatori per la loro presenza, invitò tutti ad un caloroso saluto ai giovani rampolli della famiglia Mori che avevano concesso al circo l’onore della loro presenza.
Giuseppe e Adele risposero ai battimani alzandosi e chinando il capo in segno di ringraziamento.
Finalmente lo spettacolo cominciò. L’esordio venne affidato ad un pagliaccio, Marcellino, vittima predestinata di scherzi, frizzi, lazzi. Adele si divertì moltissimo. Non poteva immaginare, bambina, che proprio un clown come quello che ora la faceva tanto ridere, l’avrebbe portata, quattordici anni dopo, al pianto e alla disperazione.
Entrò poi in scena, con indosso un appariscente e buffo costume da domatore, lo stesso uomo che li aveva accolti all’ingresso. Era attorniato da tre scimpanzé che rispondevano ai suoi ordini facendogli ogni sorta di dispetto. Il circo veniva giù dalle risate, soprattutto degli spettatori più giovani.
Fu poi la volta di sei cagnolini ammaestrati che eseguirono alla perfezione gli ordini impartiti da una coppia di istruttori, poco più che bambini.
Seguirono momenti d’emozione con i giocolieri che, fra i tanti oggetti con i quali dimostrarono grande abilità, si scambiarono anche, velocemente, torce accese facendole roteare vorticosamente in aria. Poi la pista fu occupata da suonatori e pagliacci che impiegarono il tempo a far giocare il pubblico, intrattenendolo mentre alcuni inservienti preparavano rapidamente il trapezio e gli altri attrezzi che sarebbero stati utilizzati dagli acrobati.
Lo spettacolo si faceva sempre più emozionante e gli spettatori furono conquistati dalle grazie e dalla bravura di una giovane donna che, nel suo bianco e succinto costume, mostrò potenza ed eleganza con capriole e piroette eseguite a quasi cinque metri da terra, mentre lasciava e riprendeva le mani del suo partner per poi afferrare la barra del trapezio che proseguiva nella sua regolare oscillazione.
Giuseppe ne rimase conquistato e la divorava con gli occhi.
Alla fine dell’esibizione, in preda ad una grande eccitazione che tenne nascosta alla sorellina, si abbandonò ad un entusiastico applauso, in piedi, per farsi notare dalla trapezista verso la quale indirizzò una lunga serie di baci con la mano guantata di bianco.
L’emozione costruita con il numero degli acrobati fu il miglior modo per introdurre il clou dello spettacolo: le evoluzioni del cavallerizzo Paolo Vescovi, in arte lo sparviero azzurro.
All’annuncio fatto dal presentatore seguì l’ingresso in pista, solitario, d’uno slanciato, possente e curatissimo cavallo bianco che, con un lento galoppo, fece due volte il giro della pista prima che una figura, ricoperta tutta d’azzurro, gli saltasse velocissima sulla groppa, in piedi, utilizzando come due ali un ampio mantello dello stesso colore del costume. Un «ohhhh!» di sorpresa ed emozione partì dagli spalti.
Lo sparviero azzurro scese al volo e risalì in groppa al candido destriero che proseguiva nel suo regolare incedere, tollerante, quasi indifferente rispetto al grande agitarsi del cavallerizzo. Questi, dopo aver lasciato il mantello nelle mani di un inserviente, proseguì eseguendo un gran numero di evoluzioni, salti mortali, velocissime rincorse.
Quando terminò il suo numero, sommerso dagli applausi, si fece riconsegnare il mantello e uscì di scena, per poi ritornare in pista richiamato a gran voce dagli spettatori in preda ad una sorta di esaltazione. Lo stretto costume metteva in risalto la potenza muscolare dell’uomo che mostrava fierezza, sicurezza, orgoglio di sé. I capelli neri, lunghi fino al collo, i baffi ben curati, i lineamenti regolari mandavano in visibilio le donne sulle tribune.
Fece un giro della pista, per ringraziare, incedendo con fierezza e tenendo nella mano destra un mazzo di fiori che tutti pensavano avrebbe lanciato verso le panche delle tribune occupate dal maggior numero di spettatrici. Invece, completato il giro, si fermò davanti al palco occupato dai fratelli Mori.
Con un balzo saltò la barriera che lo separava dalla pista, fece un inchino, porse la mano a Adele – che arrossì violentemente d’emozione e di gioia – la fece alzare e, senza dire una parola, le fece un prolungato baciamano. Infine, con grande ostentazione, in modo che tutti potessero vedere, le consegnò i fiori, prima di uscire di scena con una leggera corsa dopo un ultimo, profondo inchino rivolto al pubblico, che ancora una volta lo applaudì a lungo.
Quella sera, chiusa nella sua stanza, Adele ripensò alla magia di quel pomeriggio vissuto al circo e ringraziò in cuor suo il fratello che l’aveva voluta con sé ma che, appena rientrati, l’aveva lasciata per correre via. Non poteva immaginare che Giuseppe non riusciva a togliersi dalla testa le grazie della bella trapezista, che voleva incontrare da solo, senza pubblico e soprattutto senza la sorellina al seguito.
Adele rivisse i momenti più emozionanti, per poi abbandonarsi al sogno di essere immersa in una fiaba, accanto al cavallerizzo, suo irresistibile principe azzurro che, davanti a tutti, le stringeva un braccio intorno alla vita, la prendeva, la sollevava, balzava sul cavallo bianco e la portava via in un tripudio di gioia popolare. (pp. 8-15)

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