Sarah Manguso, Andanza

Sarah Manguso, Andanza
traduzione di Gioia Guerzoni
illustrazioni di Marco Petrella
NN editore, 2017; € 15,00

 

E poi penso che non ho bisogno di scrivere nient’altro, mai più. Non è svanito nulla, non del tutto. Tutto quello che è successo ha lasciato una piccola ferita.

Sarah Manguso mi aveva già conquistato con Il Salto, libro che, come questo, aveva tanto a che fare con la memoria, con il dolore, con lo scegliere tra trattenere e lasciare andare. La scelta tra cosa o chi trattenere e cosa o chi lasciare andare. Scelte che Manguso compiva e compie attraverso l’uso magico e ipnotico che fa delle parole. Scelte che si compiono scartando ciò che non suona e realizzando il ritmo. Un ritmo che incanta. Il Salto era memoir e romanzo, Andanza è lo scioglimento in parole nuove di un diario tenuto per tutta la vita e in un certo senso ne realizza un altro, che non è solo un passaggio da pubblico a privato, ma uno più importante, ovvero quello che va dalla memoria scritta al suo riutilizzo. Che va dalla domanda “perché” alla risposta “per questi motivi”. Il libro è un susseguirsi di piccole prose, di una, due, cinque, dieci righe; alcune seguono le precedenti, altre completano un pensiero di qualche pagina più indietro, tutte ci parlano del tempo, che è la nostra vera ossessione. Forse l’unica cosa che sul serio ci riguardi.

Avevo ancora bisogno di annotare il momento presente prima di poter entrare in quello successivo, ma volevo anche capire come abitare il tempo senza inciampare in un difetto del carattere.

Manguso ci fa capire subito una cosa, che la scelta di tenere un diario, scelta che compie fin da bambina, prima ancora di aver a che fare con la memoria, ha a che fare con il reale accadimento delle cose. Se a fine giornata non avesse scritto quello che le era capitato avrebbe avuto la sensazione che le cose non fossero state. Un regalo non sarebbe davvero arrivato, un bacio non ci sarebbe stato, una domenica non ci sarebbe stato davvero il sole. Manguso capisce da subito che un diario non potrà contenere tutte le cose che capitano in una giornata, le cose debordano, non ci stanno, non si fermano, e così non si ferma il tempo. In un bel passaggio manifesta il desiderio dell’esistenza di giornate cuscinetto. Ore in aggiunta al tempo reale, ore nelle quali non sarebbe dovuto accadere nulla, se non la rielaborazione dell’accaduto e la calma per la preparazione al giorno reale a venire. Allo stesso tempo ci racconta della volta che ha rifiutato un viaggio in macchina perché doveva scrivere il diario:

Non era successo niente, ma avevo comunque bisogno di quattro ore per scriverlo sul mio quaderno.

Diario che negli anni è stato scoperto, è stato modificato, è stato editato. L’autrice racconta di aver eliminato tutto il 1996. Diario che nel tempo è cambiato. C’è stata l’infanzia, l’adolescenza, il college, c’è stato e c’è un matrimonio e c’è stata la nascita di un figlio. Nel diario quest’ultimo rappresenta il più grande cambiamento, Manguso scrive che si rende conto che, pur non volendo, gran parte del diario da un certo punto in poi riguarda suo figlio. E cos’è un figlio, mi domando, se non un altro modo per reinventare il tempo? Per allungarlo e riempirlo di altre cose? Andanza dunque, il figlio è la memoria nuova.

Il diario di Manguso noi non lo leggeremo, il perché lo spiega l’autrice nella postfazione; il lettore attento lo comprende da subito. Intanto Andanza è un libro che muove i suoi passi partendo da un diario di una vita, ma non è quel diario, è una scrittrice che racconta (e si racconta) l’esigenza di far memoria, di tener conto, di comprendere, di spiegare. Forse la scrittura del diario è stata il tentativo di dare un senso alle cose, ma poi quel senso arriva per altre strade, nella trasformazione delle cose stesse: in un dolore che passa o che muta, in un amore nuovo, negli anni che si aggiungono, alle ore che si sottraggono per sommarsi ad altre. Il diario si scompone qui dentro e trova in una specie di ballo, anche a noi che leggiamo pare a tratti di oscillare, la spiegazione. Il diario non è un “salva con nome” ma “salva con modo”, e quello che resta è quel modo, perché è il modo in cui Sarah Manguso esiste e sceglie. A noi resta il suo modo di scrivere che è avvolgente, che sa disorientare e allo stesso tempo non lasciarti andare.

Quando penso a come è cominciato questo diario, lo ricordo come qualcosa che mi preoccupava.

Come sempre nei libri editi da NN editore troviamo la nota del traduttore. Gioia Guerzoni (che aveva tradotto anche il libro precedente) spiega che ha avuto voglia di scappare quando ha cominciato a tradurre, per paura delle riflessioni sullo scorrere del tempo, di tutto ciò che si conserva. Quello che si tiene può far paura per certi versi ma affascina.

Io penso che, in qualche maniera, si trattenga anche quello che si butta via. Sarah Manguso quando ha eliminato il 1996 dal diario, l’ha eliminato solo dal diario, quei mesi – anche le cose scritte – sono rimaste da qualche parte, alcune hanno ballato per noi in questo libro.

 

© Gianni Montieri

 

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