Antonino Bondì, poesie inedite

parigi 2015 – foto gm

*

Antonino Bondì, poesie inedite da Vestigia degli incuranti

*

sfiancamento stocastico

di quel dolore che non erompe ma sfianca le parole
vuote di affaticamenti e rincorse le gambe a stento
avvertono l’aroma di abbandono. Se bagni il fondo
con dita insalivate, dal cielo ferite si apriranno
e l’infezione con i crampi sin nei muscoli.
Sull’orlo degli occhi colmi d’impazienza sta il ritratto
di un oboe sul tavolo, coi tarocchi in cerchio
a straziare il suono e le manie dell’urlo.

Io resto perplesso e confesso.

di quell’altro dolore che non corrompe ma spinge
mani nel fondo non c’è traccia, non la foschia
o il contorno dell’altro colore del mondo.
Seguiamo arroventati in una tregua che segua
il sole, quel qui che è pure altrove e taglia a caso
ogni alito di palpebra, ciascun punto sfuso
dell’invaso di viscere e di voce che è fatto a caso.
Brancolano in una miniera dove muore un dio minore
bestie nella mischia col muso nel non ritorno.

Io resto perplesso, confesso.

*

metafisica per il XXI Secolo
**********************************per c. milosz

 

Adesso non puoi addormentarti sulle verità
se non dietro il sogno di facce distratte,
e nemmeno stornare lo sguardo
dallo spettacolo di un grattacielo in frantumi.
Lì, nella vertigine di una storia, l’eco
di genti ha sfiorato lo sguardo di un bonsai
che si annienta inebetito;
e altrove, fra diamanti, cadaveri e cascate
un volo di pellicani si mette a disegnare
una vecchia ombra di morte
sopra le terre più sbigottite.
Ci hanno fatto cenno di scappare
e cancellare le tracce dell’uomo
da una lavagna insanguinata in ogni modo.
Ma sogna di essere un tentacolo
la mano dell’uomo fra amore ed assassinio.

*

retrovie del rimpianto

ci siamo ritrovati in uno spazio ocra e mollemente abitato
fra i bicchieri della nutella vuoti e mutandoni usati come tende:
abat-jour, mostruosi, fabbricavano parole per le notti insonni.
M’ero solo disabituato a questi verdetti da sceneggiata
dove pende, in silenzio e male amministrato, il mobilio
contiguo alla vita. Piove in un interno-giorno
il raccapriccio incostante dei nostri sforzi di innamorarsi a fatica;
poi s’incrinano gli specchi dove s’allineano
frasi mal capite, e s’ostina, nel molle spazio di corolle marine,
l’indecenza di viversi addosso il gesto mai compiuto
e andato in chiesa a farsi sacramento.
Potessero sapere in anticipo quale mostruosità
scatena l’incanto, quale vuoto ci mette in riga,
infila le nostre membra sonanti come sonagli in un sogno d’altri.
Io, malamente avvezzo al sogno, dipingo un vortice
sulla schiena del mio desiderio per non vedere
lo spazio stretto dove finisce il passato e si pubblica
il disavanzo del mio essere gettato altrove,
da una scacchiera male inquadrata fino ad una nuvola
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::[indesiderata.

*

antifrasi e smemoratezza
****************************per amelia rosselli

 

Non è vero ch’io rimo e poeto ma insisto a stingere fosse che
la luce del gesto non incrocia nell’ombra;
resta un’ipotesi di voce querula, ragionamenti di mezza sigaretta
lunghi per una marcia al contrario; o la vista di una tazza
da riempire di fogli non bruciati ma messi in archivio. Rimane
la biglia nella tasca, l’oscillazione che sfibra, la nenia
lunare di un inconsistente indirizzare, spedire, ritrovare
e buste accantonate con destinatari da correggere, bozze
di tempo accumulato con una soglia sgomenta e mente
che non puoi finire. Non è vero ch’io rimo e poeto ma insisto
a spingere la ressa che non unisce né rassembla,
e non è paesaggio, montagna o discarica: restano solo
fantasmi sbarcati da lunario con rimanenza, frasi ben
limate e mantecate all’ora giusta, qualche rottame d’allegria
procrastinata in fuoco attenuato, e cime per nodi da
dislocare, impermanenze, suonerie fuori fase, spasmi
controllatissimi, gambe sulla sedia, voci che girano dietro
le pale attaccate al lampadario, la controra che sparisce, le mani
del vecchio archivista che sorride al tuo cercare per metà vano,
e non insisti più, svicoli dalla finestra l’oblunga forma del piano
dove sosti, e insisti e non dici. Canticchi. Poi spegni.

*

©Antonino Bondì

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