Inediti di Ottavia Taini

23 aprile 2006

Ti ho chiesto un giorno:
«insegnami
la numerosità dei numeri
la geometria piana dei sentimenti
la direzione del tempo».

«Ma io – tu mi hai risposto –
conto ancora con le dita della mano sinistra
copio l’amore dai bambini
e sento il tempo soprattutto da fermo.
Come il primo bacio.
La prima interrogazione di filosofia.
Il primo vagito del ventre.
L’ultimo saluto
quello dato di fretta sulle scale.
Ché lì sono
la numerosità dei numeri
la geometria piana dei sentimenti
la direzione del tempo».

A Matteo Guerini, 23 aprile 2006

*

A Giulia

A te, sola, le cose da ricordare.

Imparare a contare con le dita.
Guardare il cielo -scuro- prima del temporale.
Immaginare come sarà, dopo.

Sapere il nome del ragno che si dondola dal ramo.
Chiedere a chi ti ama il nome dell’albero
cui il ramo appartiene.
Abbandonare la tua stanchezza alle braccia
di chi ti ha insegnato il nome dell’albero.

E l’albero
maestoso e buono.
E il ragno
incantato nel vento.
E le braccia.
Il temporale.

Ad altri resterà da fare il resto.

Avvolgere il sudario del tuo dolore bambino.
Scegliere i fiori della tua ultima passeggiata nel verde.
Raccogliere le tue poche cose.
Custodirne la gelosa inutilità.

Guardare, ancora, il cielo -scuro- prima del temporale.

E l’albero
maestoso e buono.
E il ragno
ormai sceso dal ramo.
E le braccia.
Il temporale.

*

Ancora

Continua il racconto
nonna.
Continua
l’incanto
di Turandot
e l’amore
assoluto
di Violetta.

Guarda
la stella cometa
-bala co’ la cûa
si dice, nonna,
hai ragione-.

Ridi
le labbra
rosse
-sono le tue-
baciate dal pudore
ruvido
della bocca meridionale
di Giuseppe
giovane del dopo ‘43
-l’Italia divisa
e violentata dalle bombe
ha battezzato il tuo amore-.
Abbraccia
il prigioniero dei Ronchi
e del tuo sguardo di cerbiatta.
Allunga le mani su di lui
signore del tuo regno
-schegge di vetro
e bellezza-.

Ricorda
i campi e l’amore
antico
-un solo uomo
dentro il tuo sesso
per tutta la vita-.

Danza
dietro il furgone dell’idraulico
nascosta agli sguardi
indiscreti
di chi non sa
quali parole sussurra
al tuo orecchio
il contadino del Salento
che ti strinse
nel fienile
per sempre.

Avvolgi il tuo cuore
nel collo di pelliccia
e il silenzio sospiroso
-occhi smarriti
ricatto di silenzio
e sgomento-.

Guarda.
Il mondo è qui
nel sale
che scivola
sulle guance
che ti somigliano:
sono le mie
-memoria della carne
certezza indecifrabile
di mappa-.

*

Il fuoco raccontato ai bambini

Quando
con incredulo pudore
la luna bacia sulla fronte il giorno che l’insegue
l’albero cammina
oltre la trasparenza tremula del vetro.
E le lumache parlano.
Raccontano il coraggio ramingo delle radici
la forza tenera del tronco
la generosità dei rami aguzzi.
Ma la saggezza,
cantano le foglie volubili,
è tutta nel ceppo
che arde e si azzurra alla meraviglia del fuoco
e il fuoco lo avvolge
come la terra le radici
la nebbia il tronco
le foglie e i nidi i rami.

Nel tempo breve del suo bruciare
il ceppo ricorda d’esser stato radice
e poi tronco e ramo e foglia.
Alle lumache spetta il raccontare la sua storia.
A noi
di qua dalla trasparenza tremula del vetro
riecheggia una memoria che si fa fiamma prima
poi brace e cenere e polvere.

Ma nella luce incredula del mio mattino
l’albero cammina.
Le foglie cantano.

Noi stiamo ad ascoltare.

*

La vita bambina
(Benedetta che gioca)

Sono l’agnello.
La vacca.
Il maiale.
Il verde dell’erba sotto gli zoccoli indulgenti.
Sono le cose chiamate col loro nome.
L’accento sbagliato.
La sillaba spezzata.
Sono lo sguardo al soffitto.
La noia buona.
Sono il piede sinistro.
Il ginocchio sbucciato.
La crosta lattea delle costellazioni a venire.
E mi scorre una linfa sottile
le vene azzurre ai polsi.
Sono il tempo della luna addormentata.
I bruchi mi parlano
e le lumache.
Sono l’istante piccolo del
«Mi racconti una storia?»

Sono la rugiada
e la brina.
E poi mi scioglie
il sole
nel mattino che già bussa
alla trasparente allegria d’un vetro.

*

Una promessa
(con accento siciliano)

“Me la fai questa promessa?”
Il telefono parla un dialetto di terra
briciole di bruma e salsedine.
“Me la fai questa promessa?”
Sulla piega benigna delle labbra
si schiudono cristalli e buccia d’arancia.
Arancia candita d’antica preghiera
arancia di zucchero
per i bambini buoni.
Promettimi
la tua cocciuta allegria
muscoli d’ambra
e poi parole.

“Me la fai questa promessa?”


© Ottavia Taini

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