Festlet #1: Dietro il sipario

Per vedere il profilo di Mantova, il taxi deve svoltare lasciandosi a destra il Palazzo Ducale.
Mentre mi lascia davanti al campeggio, il tassista mi racconta che lì c’era un ostello. Non capisco bene, perché smangiucchia le parole, è un tipo silenzioso, cosa che ho molto apprezzato durante il viaggio. Di noi medesimi abbiamo saputo solo che annusiamo l’aria di Festlet, lui come cittadino di ferro, io come innamorata al quarto anno di frequentazione.
Al campo incontro Antonia. Con lei ci sono stati scambi di messaggi per definire il dovecome dormire, la conosco dall’anno scorso, la ricordo con maglietta e berretto e con un’improvvisa gonna lunga il giorno della festa dei volontari, un anno fa. Mi accompagna alla tenda, mi lascia tempo e spazio per organizzare le mie cose. Il fatto di essere di nuovo al Festival. Di stare per mettere piede in un centro storico che conosco come le mie tasche ma che non ho mai visto in altra veste che in tendoni e strutture e brusio di umani e volti noti che attraversano l’angolo della strada. Com’è Mantova in una giornata pigra invernale?
Mi scaravento fuori dalla tenda per andare in città. Devo accreditarmi, ritirare Miss Lemon, la fedele bicicletta. Andando via dal campo, chiedo ad Antonia e Francesco di raccontarmi la loro storia con il Festlet. Francesco è giovanissimo ma è volontario dal 2011, si è occupato di campeggio, guardaroba, accredito volontari. Dice che il volontariato è fondamentale in una comunità, è quasi un po’ altisonante, e il sorriso rivela che si diverte, si diverte dannatamente. Antonia ricorda quando aveva dodici anni e aiutava a consultare il punto informazioni di Piazza Canossa. Da quel momento ha fatto di tutto: box office, vendita biglietti, ufficio stampa, accoglienza, epiche battaglie contro la popolazione volante del campeggio affinché noi ospiti non ci accorgessimo neanche di un ronzio. Ricorda l’incontro con Vassalli, quando gli ha raccontato di chiamarsi Antonia come il personaggio de La chimera, di essere nata il suo stesso giorno, di aver avuto anche lei un imprevisto con il fuoco. Anche Francesco ha un ricordo, è Rodotà. Gli chiedo se può usare un’unica parola per spiegarmi il festival, dice “festa”. Ma è perplesso lui per primo. Forse lo trova irrispettoso. Io no.
Percorro il Ponte San Giorgio a piedi, la skyline di Mantova mi viene incontro, tutta Rinascimento e gru. So dove andrò a prendere il primo dolcetto e dove il caffè. Raggiungo i ragazzi in redazione, saluto visi che conosco. Scopro con piacevole sorpresa di essere considerata l’entusiasmo per il Festival fatto organismo umano. Lo sono. Se uso la paratassi è per non farvelo scontare.
Un secondo Francesco mi consegna una bicicletta. Mi spiega bene come trattare le chiavi, mi dice attenta, non far scolorire il numeretto, non scambiare il lucchetto. Improvvisamente lo immagino passare una giornata a tagliare serrature, e vedo tutto il sommerso che c’è dietro il Festlet. Più di quello che posso vedere nel loro montare assi e sequenze video, cucinare pasti caldi, smistare biglietti.
Alle undici e trenta a Piazza Sordello una bottiglia si stappa per aprire il Festlet. I primi eventi cominceranno poco prima che voi leggiate questo post. Qualche ragazzo con il pass di volontario potrà ingannarvi con quell’arietta già un po’ stanca, ma non avete visto che il suo tesserino porta un leone?

© Giovanna Amato

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