Marco Mantello, Non cercare di spiegarmi la morte

Marco Mantello, Non cercare di spiegarmi la morte, Sartoria Utopia, 2017; € 22,00

*

Dalla sezione Shakespeare a Berlino

*

Gli esperti hanno scoperto una malattia
che non causa problemi al cuore
si manifesta in condizioni stabili
di benessere fisico e sanità mentale
il solo sintomo conosciuto è la felicità
ma sovente è associata con la bellezza
e un feroce desiderio di libertà
Non esiste ancora un farmaco per curarla
profilassi tastate sugli animali
confermano che ammalarsi è necessario
e che l’origine del morbo è la catarsi
Trattamenti naturali come inedia
pallidità o tenere due lacrime su un diario
non producono giovamenti a lungo termine
per questo male che è progressivo
e aumenta l’aspettativa media
di superare il centesimo anno di età
Come detto. Non esistono cure al momento
come quella del famoso professore
che parlava l’altro ieri alla tv
è una malattia che non si può curare
e si guarisce soltanto con il dolore

*

Il mio angelo e il tuo hanno la stessa età
lo stesso volto dell’identico avversario
le stesse barbe tagliate con un rasoio
le stesse giacche, le stesse cravatte
che camminano nude nel corridoio.
Il mio angelo e il tuo hanno un velo
a seconda degli usi e del fuso orario
e volano in terra e cadono in cielo
alla ricerca di un tempio o un bunker
dove scrivere e andare in rovina.
Ci sono due corpi almeno, che al mio
angelo e al tuo hanno tenuto testa
Non hanno spine. Non hanno lacrime né corone
e neppure i disturbi all’addome
provocati dai sacerdoti in festa
quando sfilano i coltelli dalla guaina.
Il mio angelo e il tuo hanno lo stesso nome
le stesse facce di cristo e hitler
mescolate in un unico immaginario
dove i creatori sono arrivati tardi
e tutti i giudici condannati
dai tribunali dei giudicati
Il mio angelo e il tuo sono due bastardi
e dormono ancora sotto alla stessa lapide
con gli occhi in fuori e le gambe storte
perché nessuno li ha separati mai
da questa specie di addio alla morte

*

Il presidente era pagato da twitter
e l’opponente da Il pranzo è servito
Il calciatore dal campionato
Il costruttore dall’edilizia
Il poliziotto dalla perizia
il premiolino dalla litania
di Loro inguardabili. E Noi che ci miglioriamo
Era questo apparato di cazzo e ano
e l’oblìo delle vacanze al mare
in quei piccoli paesini del sud
dove ciccione faceva rima con ombrellone
e pallone con sottoproletario
Era una mamma con la minuscola
l’asinello i re magi il bue
e le cene che tornavano in orario
Era uno che si credeva Napoleone
di guerra e pace volume 2
dei copia-incolla, dei Fred e Wilma
mutati in droni con la memoria
Il moralistico senso di pena
per l’uomo che invece della realtà
credeva di vivere nella Storia

Queste cose belle e preziose
esistevano come la statistica
come la punta del mio dito
come la gobba di Leopardi
come il negro di Porgy and Bess
e il suo uso dell’infinito
Esistevano. E tutti non ci credevano

*

Come se essere dimenticati o meno
dipendesse da cosa pensi o scrivi
dalla prossima volta che si amerà
qualcosa o qualcuno a pelle
da come i morti parlano ai vivi
da un albergo senza le stelle e il cielo
e dalla tara del ricordare immagini
Da una città, che si svuota nei mesi estivi
e d’inverno ricomincia a uccidere
da queste tende e dalla carta da parati
che si scollano la mattina ai margini
Da una durevole assenza di pietà
per la materia che la pretende
solo per sé e ciò che vede
da una telecamera. Dalla santa sede
Dalle laiche leggende di libertà
tramutate in natura umana o fede
da una visibile mano che investe
in sicurezza e balsami. Dai vinceremo
dai lampadari che spacciarono per cristalli
e che ruppero loro le teste. Di cani e galli
di servi e ultrà nello stadio pieno

*

Dalla sezione Selkie

*

A natale avevamo visto al cinema
“Il canto del mare”
Tua madre si era commossa
e io mi ero sentito male
C’era la storia del gigante triste
e della foca scappata in mare
Una strega con la faccia di tua nonna
pietrificava tutto e tutti
per impedire al gigante di soffrire
C’era la fuga della donna foca
da sette anni di ménage familiare
si era ripresa la sua pelle indietro
e qualche pillola ormonale
per tornare a vivere e amare
lo scarto di qualcun altra.
Ma alla fine finiva tutto bene
La guarigione dell’ex marito
venne cucita sulla sua pelle
e lo rese passivo, obbediente
come l’immagine che doveva essere
per garantire al mito di esistere
e a quegli sguardi da fototessere
la loro fede in tipologie umane
la loro gioia di sottomettere.
Anche tua nonna era diventata buona
e il gigante spietrificato
La foca aveva avuto un figlio
dopo quel pallido: “Puoi restare
non mi devi seguire in mare”
che disse a te dagli scogli
consegnandoti a me, padre
con la maiuscola e il prefisso Ur
E a un fratellino che sembravo io da piccolo
quando avevo paura che qualcuno
mi portasse via tutto.

*

C’è stato un tempo che il tuo papà
passava ore con te su una spiaggia
che dopo sassi nuvole e bici
portava dritta alle tue radici.
Mi ricordo le meduse vicino all’orma
mentre uscivano dalla gabbia
di una bassa marea a metà
Non pungevano mai gli umani
e cambiavano colori e forma
trasformandosi tutte in sabbia

*
Ti amo perché sei la prevedibilità assoluta
di ogni cosa che è mia
Amo tutto di te, anche la malattia
Ti amo come il prossimo dei miei nemici
perché i costi del nostro amore
sono minori dei benefici
ti amo perché siamo identici
alle prestazioni che ci scambiamo all’alba
Ti amo perché la nostra identità
è una forma di identificazione collettiva
Ti amo perché sei personale
Ti amo perché mi sento buona con noi
e con loro cattiva.
Ti amo quando mi aspetti in mare
col cellulare carico e la nostra culla
Ti amo perché non lasci impronte
quando esci dal mio portone in strada
e i tuoi occhi non devono raccontare nulla
Ti amo per le variazioni di calore
che puoi sentire attraverso il muro
Ti amo perché sei il futuro
Ti amo perché sei programmabile
come una lavatrice in tempo di pace
ti amo perché sei caricabile
come un drone con la mitragliatrice
ti amo perché sei innocente
io ti amo, sì, vivo o morto, amo tutto di te
anche il fatto che sei normale
anche il fatto che sei risorto…

*

io sono un poeta
io sono inumano
io sono un caso di selezione avversa
del primitivo e del razionale
dal religioso e dal secolare
la mia poesia è diversa
da Dioniso Mitra e Bromio
dalla laicità, dall’etica, dalla morale
quando diventano il manicheo
o un manicomio. Io conosco me stesso
e tutto quello che torna dal mare

Il giglio bianco il catrame nero
il sasso piatto e il paguro vuoto
la rete rossa con l’escremento
Il legno umido, il sughero intero,
il riccio aperto e il cristallo eroso
di una bottiglia che non si apriva
assieme a chele, ai gabbiani e al vento
e a tutti i resti del leviatano esploso
dopo che l’onda era tornata a riva

***
© Marco Mantello

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