Ostri ritmi #12: Zvezdana Majhen

Prinašaš mi, doslej zaman iskan,
navdih, ki poeziji narekuje,
naj z jadri intuicije potuje
v neznano čez časovni ocean.

Na barki sva le jaz — star kapitan
in prvi krajec, ki me razsvetljuje,
ko Pluton Jupitru drobovje ruje
in stene biča silovit orkan.

Jadram in jadram… Jadram kot cigan
sledeč življenju, da me nadaljuje
v neskončni plovbi, ki ne potrebuje

magnetne igle, da preveri stran.
Med ujmo, pred potopom, me varuje
na premcu vžgan skrivnostni talisman.

Mi porti, finora vanamente ricercata,
l’ispirazione, che impone alla poesia
di viaggiare sulla nave dell’intuizione
nell’ignoto, attraverso l’oceano del tempo.

Sulla barca ci siamo solo io — vecchio capitano
e il primo quarto, che mi rischiara,
quando Plutone strappa a Giove le budella
e sferza le pareti un violento uragano.

Navigo e navigo… Navigo come uno zingaro
che segue la vita, perché mi continui
in un’infinita traversata, che non ha bisogno

di un ago magnetico, per controllare la direzione.
Mi protegge nella calamità, dall’annegamento,
un arcano talismano impresso nella prua.

*

Z zatajevanjem čustev se ponašaš,
za umom skrivaš šibkost moške slave;
s predsodki, da smo ženske klepetave,
obrambni jezik starcev oponašaš.

Ekvator nežnosti z osi spodnašaš,
— jekleni temelj najine trdnjave —
in tiho potrjuješ, da oprave,
ki krona te v Človeka, ne prenašaš.

Ljubezen noče močne povečave,
ki stvarnost z iluzijo bi prekrila
in hkrati samo sebe zatajila.

Le tu in tam zašepetaj v višave
Besede, ki imajo plaha krila…
Na njih bom tvojo čast in moč nosila.

Ti vanti, occultando i sentimenti,
nascondi dietro la ragione la debolezza della gloria maschile;
col pregiudizio che noi donne siamo chiacchierone
imiti la lingua difensiva dei vecchi.

Scalzi dall’asse l’equatore della tenerezza,
— le fondamenta d’acciaio della nostra fortezza —
e in silenzio confermi che non porti
i panni che ti elevano a Uomo.

L’amore non vuole forti aumenti,
che la materialità celerebbe nell’illusione
e allo stesso tempo ingannerebbe se stessa.

Ma qua e là, bisbiglia tu ai cieli
Parole che abbiano ali lievi…
Porterò lì sopra il tuo onore e la tua forza.

*

Nocoj sem v sanjah obiskala vrt —
nikoli viden budnemu očesu;
sedel si na mareličnem drevesu —
na rogovili, brez moči oprt.

Zaznala sem — do tal si bil potrt!
Umikajoč se mojemu ušesu,
iskal si varno mesto, da slovesu
odpišeš donhuanovski načrt.

Kot bi nad tabo plapolala smrt,
si krilil v zrak, po zbeganem mrčesu,
oblegajočem te v spiralnem plesu.

Ura je polnoč zlila čez četrt…
Iz sanj si klical, da je pelo v lesu —
in budno obviselo na peresu.

Stanotte in sogno ho visitato un giardino —
invisibile all’occhio sveglio;
Stavi seduto sull’albero di albicocche —
abbandonato senza forze sulla biforcazione d’un ramo.

Lo sentivo — eri completamente distrutto!
Scostandoti dal mio orecchio,
cercavi un posto sicuro per sollevare
dalla reputazione il piano dongiovannesco.

Come se la morte ti ardesse addosso,
annaspavi nell’aria, dietro un insetto confuso,
che ti costringe in una danza a spirale.

L’ora riversa la mezzanotte oltre il quarto…
Dai sogni gridavi che qualcosa cantava nel bosco —
e pendeva vigile su una penna.

*

V večerni štreni se umikam v mir,
da samost s prsti zehajoče ure
pod noč prepiše temne signature
begavih, nerazrešenih ovir.

Trak etra ni več zanesljiv kurir;
namesto v amforo literature
po sanjarijah zliva dih lazure
in z madeži presoj paca papir.

Celo razum je izgubljen fakir.
Z rapirjem dolbe žlebaste gravure;
naj meditiram ali molim súre,

izpovedi usmerja v slepi tir…
Kreacijo načenjajo frakture —
čim prej mi pošlji sončev eleksir!

Mi muovo in pace nella matassa della sera,
affinché la solitudine con dita di un’ora che sbadiglia
trascriva sotto la notte i segni scuri
di ostacoli confusi, risolti.

La striscia dell’etere non è più una staffetta sicura;
invece che nell’anfora della letteratura
versa un soffio di smalto azzurro nelle fantasticherie
e macchia la carta di calcoli.

Persino l’intelletto è un fachiro smarrito.
Col fioretto incide segni scavati;
che io mediti o preghi le sure,

convoglia le confessioni su un binario morto…
Le fratture iniziano la creazione —
quanto prima mandami l’elisir solare!

Fonte:
Z. Majhen, Talisman (Talismano), Mladinska knjiga, Ljubljana 2005

© Traduzione a cura di Amalia Stulin

Zvezdana Majhen nasce il 9 dicembre 1950 a Ljubljana, dove vive tutt’oggi. Oltre ad essere impegnata nel campo della cultura, lavora come psicologa, collaborando con diverse riviste di settore, in particolar modo per quanto concerne la psicologia dello sviluppo.
Questo approccio attento ai continui mutamenti dell’individuo si rispecchia chiaramente nella sua poesia. La raccolta del 2005 Talisman (Talismano, da cui sono tratti i versi qui proposti) è un esempio dell’interesse dell’autrice verso il sentimento, inteso come un’espressione dell’uomo − ma forse, in questo caso particolare, soprattutto della donna − che valica la dimensione degli affetti “materiali” e quotidiani e si spinge verso orizzonti quasi metafisici. Il legame tra questi due aspetti rimane però ben saldo, in quanto questa visione cosmica trasfigura la condizione terrena, non la relega uno stato di miseria e deperimento. Non c’è un approccio mistico alla vita, solo forse onirico, mutevole, ispirato da una forte attrazione verso l’antichità classica, qui presentata nel suo aspetto più mitico e mitizzato, che influisce anche sulle scelte lessicali.
Majhen è anche poetessa per l’infanzia con all’attivo numerose pubblicazioni, alcune delle quali sono state registrate in forma di audio-libro. Oltre a Talisman, l’autrice ha all’attivo altre due pubblicazioni: Zvezdne konice (Punte di stelle, 2003) e Složitje (2007).

© a cura di Amalia Stulin

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