Michele de Virgilio, La madre rettile

parigi, foto gm

Michele de Virgilio, La madre rettile

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Quanto gliene fregasse ormai del mondo, si capiva dalla sua maniera unica di ruttare. Le sue emissioni d’aria, che risalivano dallo stomaco e si spandevano nell’oscurità, non ricordavano nemmeno un poco la bellezza dei tramonti garganici persi nel sole, ma piuttosto lo sguardo truce dei cinghiali di notte; quando la sensazione di aver oltrepassato i confini del buio si faceva pungente e la parola pudore si disfaceva nell’aria, come la parte inferiore di una moka da mezza pensione sciacquata sotto il rubinetto. In due parole: diventava optional.

Tutto nauseante, lettore. Lo comprendo. Soprattutto se ti viene quella voglia sempre malata di criticare qualcuno, ignorando che non tutti a questo mondo hanno avuto i sorrisi che hai avuto tu.  Perché correggimi se sbaglio, lettore, ma tu finora non ti sei svegliato nemmeno un giorno della tua vita con la necessità (di gran lunga più sana del tuo pregiudizio) di berti mezzo litro di Jack Daniel’s invecchiato per affrontare la vita.

Mia madre aveva solo ventiquattro anni, l’ultima volta che la vidi. Dopo aveva svolto diversi mestieri, ma quello che l’aveva limata di più nell’anima -come nelle vene varicose-, era stato pulire i cessi di un Autogrill situato nei pressi di un paesino simil-toscano, che a sua volta si affacciava come un topo unto nell’olio sulla provinciale Bari-Taranto. Ricordo ancora la scritta che fece affiggere su uno di quei muri sgranati dalla vita (da donna alta e ironica qual era, pur non avendo mai frequentato la pittura del Veermer): «Ricordate che la mano che lava questi cessi, è la stessa che vi prepara il caffè». Non aveva molto senso, dunque, pensare che fosse una donna comune pur avendo svolto i mestieri più infami (e quando dico infami dico infami) compreso quello della prostituta a ore, in un albergo romano di lusso per politici di un certo rango. Capisci, lettore? Della serie che poi mi si domanda quale sia la forma politica più consona alla mia indole, roba da mettere le mani al collo dell’indagatore-alligatore e stringere, stringere e stringere ancora più forte, fino a sentire l’odore della pelle bruciata (dal dolore, suppongo) sotto le unghia nere di sangue bugiardo.

Fatto sta che la donna moriva di bellezza dopo due anni e mezzo dal suo sedicesimo matrimonio; e morire di bellezza, fidati caro lettore, equivale al tradire l’alba per un pescatore assonnato. Nel breve: un uomo si era invaghito di lei, a una festa in spiaggia. L’uomo che frequentava in quel periodo si era ingelosito pure il sangue e un colpo era partito dalla stretta cannula di una delle sue 84 Revolver dei poveri per finire in un cranio apparentemente lucido e senza pensieri. Fine della storia. Un funerale con notizia sul giornale e due fiori facevano da sottotitoli a un film cominciato male dall’incipit.

Eppure mia madre aveva tentato, di divincolarsi dall’ambiente suo. Adattandosi alla vita di un ambiente in cui ti chiedono come stai e vogliono saperlo davvero; un ambiente in cui non sei mai un numero o un pacco postale, bensì un essere umano; un cono di luce in cui sei qualcuno a prescindere da quello che hai. Non per altro, per molti era diventata la madre rettile. A questi vertebrati atipici, l’accomunavano un forte senso dell’adattamento e del dovere, misto a un fisico greco capace di tutto. Tant’è vero che certe notti me la sognavo (se ridete a questo punto vi auguro una vita piena di concerti) addirittura con la pelle cheratinizzata e i polmoni concamerati per compensare l’assenza di respirazione transcutanea.

Comunque. Dopo il funerale sentivo nel petto un bel cane rabbioso, sai lettore, di quelli da tirargli il collare appena passa qualcuno: mandibola garibaldina e zampe alte sulle falangi. Per liberarlo decisi dapprima di incontrare colui che aveva sparato. Si comincia dalla testa, o sbaglio? Costui viveva in una elegante dimora alla periferia di Bari. A fargli compagnia (l’ordine è sparso): tre donne; una giraffa; una caffettiera in oro zecchino da dodici; una gigantografia di Domenico Modugno con autografo originale (valore stimato intorno ai 1.200 €); 100 paia di scarpe da tennis, un angolo piscina, un attaccapanni a forma di Leonardo Da Vinci a grandezza naturale di quello presente all’aeroporto di Fiumicino e venti cellulari di marche diverse (uno dei quali era appartenuto al noto calciatore barese nonmiricordocomesichiama). Sembrava pure simpatico, per dirla tutta, ma appena lo vidi, un senso di amara voluttà si appiccicò al mio lobo frontale: dopo essermi fatto offrire un caffè, lo abbandonai legato mani e piedi sull’unica sedia normale che avesse in casa (le altre, ahilui, erano tutte in vera pelle); poi gli sequestrai le sue tre donne di grossa cilindrata (le feci portare via su una Porsche Cayman S 981 che feci arrivare apposta da Dresda) e non da ultimo lo feci cagare sotto, non mi ci far pensare lettore, sparandogli per scherzo un capello. Se non avemmo grossi dialoghi fu soltanto perché la giraffa era una di poche parole.

Poi incontrai tutti e quindici gli uomini che aveva avuto -il sedicesimo no, perché era stato già freddato alla periferia di Saint Denis per aver perso una scommessa sulla finale di Champions League del 2005-2006- e da ognuno di loro mi feci offrire un caffè o un espresso freddo con panna a seconda della temperatura, per farmi raccontare i loro ricordi da cani romantici legati ai periodi trascorsi con mia madre. Era bello, sentirli parlare. Peccato non aver mai pensato chessò, a un incontro tra di loro. Magari una festa privata sulla Costiera amalfitana, sarebbe stata una cosa dolcissima. Il contrario della Storia con la S maiuscola. Tuttavia alle volte facevano un po’ gli sdolcinati e questo mi faceva scendere la troia lacrima. Ora, puoi immaginarlo lettore caro, non andava proprio bene per Don Pasquale, ossia me. Il mito dal sangue rappreso che aveva saputo commettere e ordinare personalmente quegli oltre trecentocinquanta delitti, che ancora oggi non riusciva a ricordarseli tutti, uno per uno, i nomi di quelli che aveva saputo cresimare. E dimmi, che cazzo di figura ci facevo? Ma ti giuro. Ad ascoltarli, sembravano tanti agnellini cotti nel sugo. Agnellini sudati e appiccicaticci nel rimembrare. Davanti a me avevano il dovere di essere commossi ma io, un occhio, ce l’avevo frecato. Non tutti e due. E me ne accorgevo, se qualcheduno fingeva. Eccome, se me ne accorgevo. Per dire, uno di loro minacciò di togliersi la vita davanti a me (A ME). «Per il troppo dolore», aveva detto. Ma non appena gli avevo ribadito che, se avesse voluto avrebbe potuto chiedermi aiuto, MIRACULUM: ricominciò a trovare la gioia di esistere. Vabbè, vabbè, lo ammetto: sparai solo al tredicesimo. Ma solo perché Gesù, la pazienza ha un limite, lo sanno pure i vermi, e io non ne potevo veramente più di vederlo fissare con timore i suoi famigliari per paura che li ammazzassi. Sembrava una caciotta ricavata dalla diarrea di una capra affebbrata.

Con la voce del destino che mi si impennava nella gola e la felicità che usciva fuori da tutte le finestre della mia vita, rientravo a casa certo che non avrei mai dimenticato il racconto di quegli uomini. Il loro coraggio da leoni, la loro premura da facchini, il loro sudore azzurrino. Conoscerli, era stato un vero privilegio. Come quello mancato di conoscere mia madre. Ma sai, lettore, non c’è modo migliore che conoscere certe persone, che saperle attraverso le persone-barchette che le hanno amate. Altrimenti devo ammettere di non aver capito una minchia della vita.

All’epoca dovetti salutare mia madre per questioni serie, capisci cosa intendo lettore?, e l’unica maniera che trovai per cambiare rotta, almeno parzialmente, fu quella di introdurmi negli ambienti ecclesiastici, dove avrei potuto (ho potuto) nascondere molto bene sia la mia fedina penale, che la mia fantasia. Scontarle sarebbe stato più difficile, insomma. Se adesso ho paura di essere scoperto? Gesù e Maria, ancora, ma che domande sono? Penso che tu sia abbastanza armadillo, lettore, da capire che certe vite cambiano in maniera irreversibile dal momento in cui le metti in pratica, certe troiate. Voglio dire: in certi casi si è scoperti in partenza, a se stessi. Ma io sono un prete, adesso. Non posso parlare in questo modo. Il cielo si è fatto rame, la luna è spuntata come un capezzolo sul petto di una donna africana. E’ quasi sera. Non mi resta che aprire l’agenda e ricordarmi di quante persone devo ancora confessare.

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© Michele De Virgilio

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