Peppe Stamegna, Devo finire il fumetto

Peppe Stamegna, Devo finire il fumetto

*

 Mi sono scordato di prendere il fumetto al piano di sotto, mancano poche pagine da leggere, e stasera voglio proprio finirlo. Quando comincio una storia poi devo finirla, non riesco mica come fa Sofia a ritornarci su dopo mesi e ricominciarla come se fosse passato un solo minuto. Come sono fredde queste scale di marmo, chissà perché i miei si sono comprati questa casa mezza moderna e mezza antica. A pensarci bene hanno fatto sempre scelte strane, che poi non sono mai state scelte decise fino in fondo da loro. Per esempio, a comprare questa casa li ha convinti una mia vecchia zia acida, mezza zitella. È vero che mio padre, dopo aver faticato tantissimo da quando aveva otto anni, aveva il desiderio di una casetta tutta per noi, ma di comprare proprio questa con le scale di marmo non l’ha deciso di certo lui. Dopo il periodo da cassaintegrato in fabbrica ha lavorato per tre. Usciva di notte e rientrava la notte. Lo ammiravo. Qualche volta piangevo, quando non lo vedevo per l’intera giornata. Poi, la domenica mattina, quando mi comprava dieci bustine di figurine, io, accanto a lui lungo il viale dei platani, ridevo con le gengive tutte di fuori; mi sentivo un re con quelle bustine profumate ancora chiuse nella tasca del cappotto grigio.

Ora sta in pensione, anticipata, ma lavora ancora sodo. Mia madre gli vuole bene. Gli prepara da mangiare e gli lava tutti i vestiti da lavoro: metà sanno di mare e l’altra metà di terra. Ogni tanto litigano facendo scenate esagerate, quando succede, mi tappo le orecchie e fischietto canzoncine sceme sceme. Nel rimbombo mi pare di stare dentro ad una navicella diretta verso un altro pianeta.  Poi smetto, ma succede a volte che non hanno ancora finito di litigare, così mi tocca lo stesso sentire il suono secco della forchetta che prende in pieno il vetro della porta, dopo aver attraversato come un missile l’intero salone. Il vetro comunque non si rompe mai. Oppure sento porte sbattute in sequenza, camera bagno ingresso, con tutta la forza del mondo. A quel punto mio padre esce e sparisce tra gli alberi della pineta. Invece mia madre, stremata dallo scontro, si stende sul letto che pare una morta. Allora io passo silenzioso accanto alla stanza e mi vado a mangiare i biscotti Colussi in cucina. A volte cominciano a litigare proprio mentre sto pensando a Sofia nuda: la immagino, e mi sembra già grande come mia madre, coi seni le cosce e tutto quello che fa una donna una femmina. Spesso succede proprio nel momento che sto con gli occhi chiusi e le gambe tese, che sento le prime urla, bestemmie o porte che sbattono. E così ricomincio a tapparmi le orecchie.

Il fumetto l’ho scordato giù in cucina perché prima sono salito di corsa per fare una partitella a pallone in cameretta con mio fratello. Siamo grandi e grossi, pensiamo alle nostre Sofie nude, eppure, quando scatta la voglia della partitella, non resistiamo e ci scanniamo come nei peggiori derby. La palletta da gioco è grande quanto un uovo, ma i dribbling glieli faccio lo stesso alla Bruno Conti.

Sono qui all’altezza della camera dei miei, e me li immagino sdraiati a pancia all’insù che fanno il loro solito e dolce resoconto della giornata, o che parlano male di qualche parente, questo dipende dai loro umori che si mischiano; invece mi pare proprio di sentire sempre più chiaramente un discorso che mi riguarda.

“Chissà se riuscirà a combinare qualcosa di buono nella vita?”

“Speriamo che trov’ nu buon lavoro, ché quello non sa fa’ quasi niente”

Non faccio in tempo a tapparmi le orecchie. Vorrei partire con le canzoncine sceme, ma a questo punto farlo non servirebbe più: il peggio l’hanno già detto. Vorrei fare un salto fino a giù, ma mi sentirebbero e allora sarebbe anche peggio. Di farmi vedere ora sarebbe vergognoso quasi come se li vedessi mentre fanno l’amore. Devo congelarmi. Magari mi tappo lo stesso le orecchie e mi sento ancora un po’ marziano, pensando alle cose più assurde. No, sarebbe davvero troppo assurdo. Magari aspetto paziente qualche altra frase di spiegazione, un accenno di pentimento. Magari erano arrabbiati con me e allora hanno deciso di sostituirmi nei cattivi discorsi a qualche parente fetente? forse sono solo stanchi? Non li sento più. Fuori i gatti miagolano come donne innamorate. Stasera c’è un silenzio che non avevo mai sentito. Non mi muovo. Le mani sfiorano le orecchie. Gli occhi bloccati. La bocca neanche la sento. Davanti ai miei occhi c’è il cristo nel poster con tutti quegli schizzi di vernice bianca sul corpo martoriato – residui di pennellate mai cancellate da mio padre – che sta in alto al centro della parete, con la lampadina dritta sulla fronte: mi sembra pure sorridente stasera. Si vede che qualcuno gli ha soffiato il posto, e lui se la ride per godersi il diversivo serale. Il silenzio aumenta. Mi paralizzo sul gradino di marmo, vedo nel buio le vene blu e non so se sono le mie o del marmo di Coreno. Sto a tre metri dai miei che sono coricati sul lettone, morti di sonno, appena svuotati di parole amare per me, e comunque non mi va neppure di entrare per farmi spiegare, né di aggredirli. Ho sedici anni, l’età giusta per farmi valere e dirgliene quattro. Non mi muovo. Spero, ancora una volta spero, oggi ancora di più, nella parola buona dell’ultimo minuto. Che sgonfi il dolore. Ma non c’è. Allora mi sdraio lentamente.

Mi sveglio in piena notte, sdraiato e freddo con tutta la bocca amara, impastata come di birra, come quella che bevo di nascosto il sabato sera con gli amici. Rumori di materasso mosso da corpi mi agitano e mi fanno capire dove sono, così scappo come un fantasma pauroso nel mio letto. Il fumetto è sul comodino, non si è mai mosso da lì.

*

© Peppe Stamegna

 

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