Mohsin Hamid, Exit West

Mohsin Hamid, Exit West, trad. di N. Gobetti, Einaudi 2017; € 17,50, ebook € 9,99

 

Non si può scrivere di Exit West, il recente romanzo di Moshin Hamid, senza fare un ragionamento sulla bellezza delle parole e del suono che fanno, ancor prima del significato,  ancor prima che queste siano ricondotte alla trama.

Per parlare di questo romanzo bisogna immaginare l’inizio di qualcosa. La bellezza particolare del primo giorno di scuola delle elementari e poi l’uscita di scuola dopo il primo giorno. La bellezza di un campo nuovo dove si potrà coltivare. La bellezza del luogo in cui si potrà costruire una nuova casa, la propria. Il giardino in cui si potrà piantare un melograno e poi aspettarne i frutti (come dice il poeta Tomada, che questa particolare bellezza la chiama patria). La bellezza che sentono uomini e donne quando si trovano per la prima volta davanti al Giudizio Universale di Michelangelo. La bellezza che si avverte quando si parte per il primo viaggio, e quella che ti investe la prima volta che puoi far ritorno.

Un amico poeta, Stefano Pini, in uno scambio sui social in cui commentavamo una frase di Exit West, ha scritto: “E la persistente sensazione di leggere una favola bella come il soffitto di una cattedrale”. Di questa bellezza sto parlando, di quella particolare bellezza che Stefano coglie con quella frase, di una particolare bellezza che arriva dal futuro, perché è da lì, da quel posto così indeterminato, che Hamid scrive questa storia.

I telefoni erano posati fra loro a schermo in giù, come le rivoltelle di due fuorilegge a colloquio.

Questa frase la leggiamo nelle prime pagine, da qualche parte in un paese arabo, paese che non viene mai nominato – perché il punto non è un luogo, sono i luoghi, perché il futuro arriverà da ogni parte – Saeed e Nadia, che si sono conosciuti a un corso, si incontrano per un primo appuntamento. Si scrutano, si parlano, si raccontano, si piacciono da subito probabilmente, pur essendo molto diversi. Saeed è religioso, Nadia no. Saeed vive con in suoi, Nadia vive sola (situazione difficile da sostenere in quel luogo). Nadia gira coperta da capo a piedi affinché nessuno le rompa le scatole. Impareranno a guardarsi negli occhi, con i telefoni in mano che saranno il ponte con il mondo. Impareranno a toccarsi, e a proteggersi prima ancora di amarsi. Nadi non esiterà mai nel dire quello che sente, Saeed qualche volta lo farà. Nessuno mentirà mai all’altro. La situazione in città sta cambiando, arrivano i miliziani, cominciano i combattimenti e i bombardamenti, cominciano le prese dei quartieri. Ci sarà il coprifuoco, chiuderanno gli uffici. I due ragazzi non sapranno come fare per vedersi. La madre di Saeed muore; Nadia accetta di andare a vivere a casa sua, insieme al padre. Gira voce che esistono delle porte, porte che se si ha il coraggio e la fortuna di attraversarle portano altrove.

Seguendo l’indicazione di un amico, Saeed e Nadia uscirono a piedi al tramonto. Erano vestiti in conformità con le regole sull’abbigliamento e lui portava la barba in conformità con le regole sulla barba e lei aveva i capelli coperti in conformità con le regole sui capelli, ma camminavano rasente i muri, tenendosi il più possibile nell’ombra, cercando di non essere visti mentre cercavano di non dare l’impressione di cercare di non essere visti.

Hamid con grande delicatezza e con una bellissima prosa compie due operazioni: ci racconta una storia d’amore, dalla nascita alla sua evoluzione e di come questa possa passare, sopravvivere, trasformarsi dentro la guerra e dopo, attraverso il viaggio, la fuga. Hamid immagina che i flussi migratori mutino, che la gente parta non più con barcone, non più a piedi, immagina piccoli esodi, che di coppia in coppia, di famiglia in famiglia, portino migliaia, milioni di persone in ogni angolo della terra. Un uomo entra in una porta ed esce da un armadio in Nuova Zelanda, altri spuntano a Parigi, qualcuno a New York; Saeed e Nadia entreranno in una porta  (naturalmente pagando per entrarci) ed usciranno in una casa lussuosa di Londra. Hamid di casa in casa crea una comunità di immigrati che prima deve integrarsi al proprio interno. Si formeranno gruppi di famiglie, altri si capiranno con la lingua, altri con la religione, Saeed cercherà sempre chi gli somiglia, chi gli ricordi la sua famiglia o paese; Nadia cercherà sempre di capire e non smetterà di farsi domande. Eccolo il futuro, le grandi città che si vedranno invase da popoli interi spuntati nei salotti e nelle camere da letto e tenteranno l’isolamento, la forza, la violenza e poi scatterà qualcosa che non è ancora comprensione ma gli somiglia, qualcosa che è una prima forma di integrazione, un’integrazione indispensabile.

[quell’atmosfera] la fronteggiavano non esattamente con audacia, e perlopiù neanche con panico, ma piuttosto con una rassegnazione intervallata da momenti di tensione, una tensione che andava e veniva, e quando diminuiva c’era quiete, la quiete di cui si dice che è la quiete prima della tempesta, ma che è in realtà il fondamento della vita umana, sta lì ad aspettarci fra un gradino e l’altro della nostra marcia verso la mortalità, quando siamo costretti a fare una sosta e a non agire ma essere.

Hamid ci racconta di qualcosa che non si può fermare, il movimento perpetuo delle persone lo si può soltanto comprendere, attraverso qualche rinuncia, facendo dei passi avanti. Ci spiega come evolvano gli amori in tempo di pace e in tempo di guerra. Accoglienza è anche abbandono ed è soprattutto cosa inevitabile. Le porte gestiranno il destino di tutti, non sarà più soltanto un discorso di gente in fuga ma di desideri. Il passaggio dalle porte consentirà a qualcuno la salvezza, ad altri la felicità di trovare un amore, magari in Brasile, magari a sorpresa, quando mancheranno pochi anni alla morte.

Hamid usa l’immaginazione per mostrarci la realtà, farci vedere ciò che accade e intravedere ciò che accadrà. Lo fa raccontando una storia d’amore, lo fa con la carezza spietata della sua scrittura. Hamid fa ciò che deve fare, a mio avviso, la letteratura.

*

© Gianni Montieri

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