La prima radice di Simone Weil

immagine dal sito L’intellettuale dissidente

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Non so se esista una bibbia dello sradicamento. Di certo La prima radice di Simone Weil, sul tema, è un libro imprescindibile.
La filosofa francese sostiene che la prima fonte del moderno sradicamento degli individui rispetto alla società sia insita nel potere del denaro. È la dominazione economica a generare sradicamento. La dominazione economica, la nostra cultura tecnologica e materialista, contribuisce a privare la società di cultura spirituale, ciò genera sradicamento.  Qualsiasi tipo di cultura che non presupponga una preparazione morale, sostiene Weil, genera problemi sociali nonché “disprezzo e repulsione” in luogo di “compassione e amore”. È incredibile quanto la studiosa sembri rispondere alla società europea odierna, intrisa di un razzismo, nutrita di cinismo e xenofobia verso l’altro.
Solo il senso morale, solo il senso morale dato da un pensiero religioso “autentico”, e quindi “universale”, sostiene Weil, può incidere positivamente su una società in preda all’odio, alla paura e alla disgregazione.

Proseguendo nell’analisi, Weil, portando alla mente Gramsci e Carlo Levi, sottolinea la mentalità coloniale della città con i contadini e la campagna. Un rapporto squilibrato, fondato sullo sfruttamento della campagna a uso e consumo della città, che genera lo sradicamento dei contadini. Laddove non c’è reciprocità, laddove la forza si impone, avviene la morte delle caratteristiche peculiari, e con esse della libertà. Dove non c’è cura del passato, e si fomenta l’ignoranza, è lì che la società si sfalda. A questo, Weil oppone una civiltà fondata sulla “spiritualità del lavoro”. E qui ritorna la lezione successiva di un altro Levi, Primo, quando ricorda l’importanza della dignità che il lavoro è in grado di donare all’essere umano. Levi, nell’intervista concessa a Philip Roth, narra del muratore italiano dei lager: l’uomo odia il tedesco con tutto l’animo, ma quando lo si obbliga a tirar su un muro, ebbene questo sarà perfetto come fosse stato costruito per la propria dimora. Su questo, sulla spiritualità del lavoro, credo che Primo Levi sia dalla parte di Weil.

laprimaOltre al denaro, l’altra fonte di sradicamento è lo Stato nazionale. Memorabili le pagine di Cristo si è fermato a Eboli, su questo aspetto. Questi due elementi sostituiscono la famiglia e la professione, secondo la filosofa. Anche lo Stato utilizza paura e speranza a cui fa seguire minacce e promesse. Anche la suggestione, ricorda Weil, è dominio. Ed è lo Stato totalitario (la Francia di Luigi XIV) a imprimere nei francesi una perdita della memoria del passato collettivo, è il totalitarismo a divorare “la sostanza morale del Paese”.  E non basta ammantare lo Stato di patriottismo. Quando la patria ha torto, e in essa sono assenti virtù, giustizia, verità, essa diventa “un’idolatria pagana”, qualcosa che risale direttamente alla venerazione che i romani avevano per se stessi, ricorda la studiosa.

Contro la xenofobia, contro il razzismo imperante, contro il narcisismo e ogni fanatismo, e con Weil, vale la pena ricordare che il patriottismo è valido solo se si concilia con i valori universali, solo se non viene nutrito di fiele e menzogna. Solo se poggia le basi su verità e giustizia. Allora forse scopriremo che questi valori non hanno nazionalità né colore o latitudine. E scopriremo che amare la patria, questo sostiene Weil, deve essere prima di tutto “compassione per la fragilità”, spinta verso la “grandezza spirituale”, perché sempre quella materiale è esclusiva.

Guardando alla situazione mondiale odierna, alla luce dalla lettura de La prima radice, e consapevole dell’inesaustività dello spunto, come nota a margine mi permetto di inserire alcune “ingenue” riflessioni: innanzitutto mi chiedo se oggi non sia il caso di parlare di diritto di ognuno al radicamento, la libertà di restare (non solo quella di muoversi e migrare), perché l’essere umano privo di relazioni non può vivere degnamente. La democrazia, la ricerca della libertà, passano anche per le distinzioni di Weil. La democrazia stessa è nutrimento della vita “locale”. È conoscenza e risposta alle esigenze di un territorio che passa per la partecipazione delle comunità. Lo stesso cosmopolitismo, privo di memoria e passato, privo di strumenti culturali e risorse economiche (reddito minimo garantito?) che consentano il radicamento nel mondo di chi decide liberamente di partire, corre il rischio di risolversi in una truffa a buon mercato, in una svendita dell’immaginario collettivo per creduloni, il tutto ad uso e consumo, se non a favore del capitale.

Quando si perdono di vista l’importanza dei luoghi e il rapporto tra territori, quando si smarriscono le distinzioni, la necessità delle differenze e delle esigenze, per correre verso una produzione irrazionale, verso mondi di solitudine, disgregazione, emarginazione, dai costi individuali altissimi; non si capisce più dove stiamo andando e, soprattutto, non si capisce perché.

© Sandro Abruzzese

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Libro: La prima radice, SE, ultima edizione 2013, trad. di Franco Fortini

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