Gianni Montieri, Fuori dai cantieri (serie completa)

East Side Gallery, foto Gianni Montieri

*

Fuori dai cantieri (serie completa), poesie pubblicate in parte qui in due momenti, oggi nella loro veste (quasi) definitiva; poesie che andranno a formare una delle sezioni sul libro in costruzione, che sarà un libro sulle cose che restano, le rimanenze nel bene e nel male.

*

 

Alle 9,30 a Porta Venezia
era l’appuntamento, il segnale,
piovesse o meno non mancavamo,
non esistevano gite fuori porta,
fidanzate, amici che tenessero,
quel giorno si manifestava
riconoscersi sotto gli striscioni
chi con i confederali, chi con gli autonomi
più distanti ma presenti i Lotta Comunista:
avevamo cose da sognare, sogni da lottare,
diritti, avevamo da vivere e lo dicevamo
(Il Manifesto stretto tra le mani).

 

*
Qualche volta di pomeriggio
ci spostavamo a Porta Ticinese
al MayDay per sentirci giovani
a rimescolarci il sangue coi precari

conservo una foto sul carro di SDB
vaghi ricordi di birre annacquate
bevute con amici venuti da lontano.

 

*

Le grigliate all’Idroscalo le fanno oggi
le hanno fatte allora, forse hanno ragione:
il Lavoro si festeggia mangiando, bevendo,
e ha torto la vecchia che dice:
“Adesso le fanno solo i cinesi, gli africani”
ha torto chi il lavoro ce l’ha tolto, chiuso
ogni due di maggio fuori da una fabbrica,
tra le lamiere all’ingresso di un cantiere.

*

Giù: il volo da una gru, lo schianto, il coma
colpito da un palo scivolato a terra,
al cuore da un rifiuto, da un male
senza cura. Arso vivo a un passo dal Natale,
da un contratto vero, sottoterra in miniera,
sottopelle nessun respiro, nessun ritorno.
 

*

Oggi che mancano due giorni al primo maggio
e piove con quella pioggia come a novembre
al cantiere non si lavora, fermi i macchinari,
i manovali  in nero oggi non guadagnano
vanno a casa, ogni tanto gli occhi al cielo.

 *

Dietro le baracche di lamiera
dove si conservano i guanti
e i piccoli utensili
gli operai, nel pomeriggio
che sfuma, riprendono le cose
che hanno lasciato all’alba:
un giaccone pesante
il pensiero di un figlio
le chiavi della macchina.

 

*

Il pranzo, convocato
a mezzogiorno in punto:
chi viene dal magazzino
chi scende piano dalla gru
come una processione
arriva anche il capocantiere
e poi il gessista, si mangia
si raccontano storie
ci si dimentica, e l’olio
cola dal pane sulla polvere.

 

*

Hanno portato le tute nuove
i caschi gialli, gli scarponi
antinfortunistica, quale fortuna
ci toccherà oggi, il punto dove
non cadere, la mensa, una parete
tirata a regola d’arte, una pacca
sulla spalla, verso sera una casa.

 

*

 

Dice che la casa l’ha tirata su
da solo, pietra per pietra
mattone dopo mattone, la malta
impastata in cortile, la moglie
per aiutante, dalle sei di sera,
a volte, fino a mezzanotte,
il cemento preso a poco prezzo,
qualche scarto dal cantiere,
le tegole donate dal padrone,
brava persona, dice, un signore.

 

 *

 

Ha mostrato a suo figlio
i tagli sulle mani, i calli
poi lo ha accarezzato
adesso guarda i libri sul comodino
e pensa che potrebbe sceglierne
uno e tenerlo tra le dita ruvide.

 

 *

Gli occhi umidi di Beppe:
mi allunga Lotta Comunista
e mi racconta di suo padre,
così presente, manca
come mancherebbe un amico,
mi dice. Come mancano
le rivoluzioni, penso.
Gli passo i soldi per il giornale
c’è tenerezza in tutto questo.

 *

(e quindi un cantiere nel palazzo
scarpe da tennis che scompaiono
polvere, impalcature, operai infine
e io che li accuso mentalmente
voi, voi, voi ladri di vecchie Adidas
e la racconto e la dimentico
poi è marzo, i lavori finiscono
i ponteggi smontati in un giorno
cortile pulito, lenzuola stese
Adidas più sporche che mai,
come in un racconto di Barthelme,
riapparse sul bordo del balcone
di un vicino, do l’acqua ai fiori
in questa vita in città, di ringhiera).

 

*
© Gianni Montieri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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