Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio

Milano, vista dalla Stazione Centrale, foto di Gianni Montieri

*

Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio, raccolta inedita

(le poesie qui selezionate fanno parte della prima parte della raccolta intitolata: È pioggia nel sottopasso, uscita in ebook per Poesia 2.0)

*
Abbiamo invaso il macinato dell’asfalto,
spighe su spighe in grigia direzione di viaggio,
come una nausea Milano ci resta alle spalle
mentre la strada è un incavo dove le macchine
si depositano con l’alito e il moto della cenere.
Nella celiachia dell’aria andiamo avanti dritto
nel solo verso consentito, in quinta costante,
il cielo attorno e ai lati,
con la Fiesta a comporgli contro la sua rete.
La tentazione è affidare alla meta l’ultimo strato,
lo sforzo prima che si stralci l’imballaggio
e venga giù la plastica che ricopre la vita,
centimetro per centimetro fino al fiato che manca.
Allora non è rimasto nulla da odiare,
il Carrefour a sgomberare l’incrocio dal colore,
le vene di via Mac Mahon che gli olmi abbattuti
hanno tenuto aperte -tracheotomia di non emergenzalì
dove si muoveva il pescato di ogni nostro gesto
nel solo ghiaccio in grado ancora di tenerlo vivo
tutto l’odio che cresce è un colpo alle costole.
E noi forse partiamo per non sentire il dolore,
l’autostrada il solo abbraccio che
sappiamo ancora accettare

*

Il pile che mia sorella portava in quella foto
sulle spalle ben stretto perchè l’inverno non mietesse
il grano di noi che ci cresceva addosso;
non c’era paura allora di essere vita,
la carica elettrica che stringi nel pugno.
Ed ora una Magistrale a Padova,
le spalle più larghe, il verde dei denti
per l’alleanza con la lingua che fascia parole,
le immissioni sicure in autostrada
e mio fratello che se ne va a Bologna,
l’arcata del passo che cresce e si snoda.
Se mia sorella si stringesse ancora quel pile
sulla schiena potremmo rifare quella foto,
il rotto dei vestiti vecchi lo svincolo d’aria
per lasciarci partire

*
Noi avevamo un rialzo orribile dietro via Calvino
una scala sprecata, scalini grezzi per accedere al tepore.
Da lì la vista non era granchè le prime volte
poi tre minuti d’occhio infrangevano l’obbligo
che dovesse esserci per forza cielo in prevalenza.
Con un guizzo appena di ferrovia davanti
nel di fronte che ritaglia la pupilla in aghi
scoprire che Milano sa anche aprirsi,
un raddoppio di spazio là dove l’aria stringe.
Non ci sono ancora tornato da solo,
ho pensato non valesse la pena premurarsi a cercare
il terreno esatto per la crescita dei semi d’arancia,
le legioni dei miei sputi di giovane adorante e deluso
nella finzione che il nutrimento dell’occhio sia poi
l’aratro sufficiente per le campagne del dentro.
Insieme a discutere sulle piraterie ancora possibili,
in un tempo in cui essere voce è nostalgia,
la bottega degli scherzi che il mondo mezzo aperto
avrebbe avuto ancora la pazienza di accettarci.
Si capiva appena allora che essere eroi
è l’intrallazzo da prevedere nello scarto che si apre
fra essere giovani in potenza e avere il coraggio
di diventarlo davvero

 

*
Sull’orlo del pomeriggio dallo spacco che una
veneziana concede alla vista della strada,
gli occhi ancora vivi nella penombra,
serbare lacci di un Angie acousticversion
in uno di quei giorni che non fa pesare i minuti
contratto appena nel petto un fragile desiderio
di navigare dolcemente le dita fra capelli esplosi
nei riccioli che formano la tua restia eloquenza.
E penso alla casa di Busto,
al tempo che corteggia le sue tegole
con l’insistenza di un ragazzo
aspettando il giorno in cui come denti marciti
cadranno giù a frantumare un cranio;
e poi la mia casa di cent’anni,
il suo sorriso a V che arriccia nel vano della piazza,
protetta forse da un fondo patrimoniale,
i miei libri all’interno, l’asse storta del cesso,
le poche foto a ripetere la nostra infanzia,
la calce dei muri che nelle notti trattenute
hanno roso i tarli dei pensieri
forse al punto che ora non contengono più
le parole non dette lasciate alla discrezione di piazza
Diocleziano -imperatorecinque
letti e fra di essi neanche uno
dove dormire con te

*

M5 BIGNAMI-SAN SIRO

Guardo le scollature delle signore nella metropolitana,
con una forchetta orchestro i pensieri in orge di fumo
come se fumassi e formassi piccoli anelli grigi
da sputare contro l’annuncio del treno al binario due.
La metro arriva ed è una freccia che arranca,
io la sento sotto le unghie questa ferocia stemperata
mentre contengo a malapena l’insistenza dei tuoi occhi;
poi di lilla c’è soltanto un’intuizione
scalfita di poco contro lo spaccio Milka orizzontale,
tu non lo senti ma la voce che annuncia i treni
sembra un grido di donna con cappello
punta sullo zigomo da vento scambiato per tafano.
Se fossi l’assessore ai trasporti manterrei l’aria
condizionata al punto giusto da screpolare le tue labbra
nella smorfia sufficiente a far cadere la crosta
delle tue parole

*
Mio zio dice vieni a studiare a Trento
adesso c’è una squadra iscritta alla C2
si punta a salire fino alla B
io fracasso i pomeriggi scendendo al campetto
restando fino a tardi per una partita ai vantaggi
Al rientro a volte non osservo il decoro
di non cenare con gli altri a torso nudo
consumo il mio pasto come fosse un simbolo
il segno di una fame che esiste da sola
e sfiatarla via è la sola lotta intestina
che ci è rimasta davanti agli occhi
Mio fratello accende il dibattito
cerca parole da colpo allo zigomo
ma è poi il silenzio sbigottito che rimane
e il livido che non riesce a formare la sua traccia
le forchette plagiano un’ouverture d’archi
battendo contro il centro dei piatti
poi mio padre mette in tavola le pesche
ci sono sere in cui ciascuno ha lingua sufficiente
per completare ogni esercizio retorico
ogni filosofia di carta velina che è un piacere
veder bruciare al primo accenno al pragmatismo
Io mangio l’interno dei semi di mela
ritocco ogni buccia dalla polpa che resta appesa
noi siamo il mercato del pesce
la carne che si aggrappa alla lisca per essere sostanza
ma alla fine poi vendono tutto insieme
e non fa differenza

*

230 ABBIATEGRASSO-BASIGLIO

Sulla spiaggia di via dei Missaglia il delirio cammina
extracity beach su cui si muove il venticentesimi del sole
rotolando
La luce inforchetta il transito del personale umano
ogni compito è incarnato da unghie su mani
occhi accesi ad alimentare l’elettrone
tutto questo fa del mattino una schietta metafora
e noi siamo la fretta di percorrere lo spazio
necessario a comporre l’analogia
È qui che ogni maledettismo è forzato a cadere
dove si squarcia la scorza e si è costretti alla purezza
questo cielo inesistente sottrae millimetri alla posa
usciti di fuori tratteniamo lo sbuffo
la facciata del caffè per risvegliarci
qui la sbronza passa solo quando l’orrendo
ha trangugiato via dal petto ogni sicura ostentazione
e il popolo che viene dal dentro è preso a schiaffi dal fuori
un’iniziazione netta come un taglio al piede
Qui l’occhio affonda nei cocci sparsi
per lacrimare il sangue dell’offeso
unica gradazione di rosso adatta a riempire
la forma più autentica di vuoto

*

© Lorenzo Vercesi

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