Pietro Grossi, Il Passaggio

Pietro Grossi, Il Passaggio, Feltrinelli, 2016, € 15,00, ebook € 3,99

di Martino Baldi

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Carlo vive a Londra, lavora in uno studio di architettura e ha una vita regolare e soddisfacente con la moglie Francesca e due figli gemelli. Da tredici anni ormai si tiene a distanza di sicurezza dal padre, figura strabordante e dominante con cui gli scontri erano arrivati a un livello impossibile da sopportare, e da sette anni ha abbandonato la sua passione per le barche, che lo aveva portato a vagabondare nei mari di mezzo mondo. Sembra ci sia un muro invalicabile tra il suo passato e il suo presente. Un giorno giunge però una telefonata inattesa: suo padre lo chiama per chiedere il suo aiuto in una missione che più avventurosa e rischiosa non si può: tornare a navigare con lui per aiutarlo a portare una barca che gli è stata affidata dalla Groenlandia al Canada, lungo la rotta del celebre Passaggio a Nord Ovest. Due sfide in una e chissà quante altre dentro le due principali: ritrovare il padre e ritrovare il mare.

Il passaggio è una storia marina e famigliare; un racconto pieno di acqua, di luce e di vento, di rabbia e di amore; una saggio di arte e avventura marinaresche; un romanzo di formazione a scoppio ritardato, come si addice forse perfettamente alla generazione dei quarantenni. Ed è soprattutto il libro che ci restituisce uno scrittore che dopo un libro ammiratissimo come Pugni, si era un po’ smarrito nei meandri di meccanismi narrativi meno convincenti (o, forse, vorrei tornarci prima o poi, autosabotanti) e che torna adesso con un romanzo semplice ma profondo, in equilibrio tra il realismo delle piccole sfumature, l’afflato dell’epopea e il vento di una grande visione etica della vita e delle relazioni di cui è intessuta.

E col vento in poppa sembra procedere anche la narrazione, una “narrazione a vela” si potrebbe dire, per la naturalezza con cui procede, senza farci sentire mai il rumore del motore, e anzi resa ariosa dalla pulizia stessa della pagina, con la rinuncia alle interpunzioni del discorso diretto, per esempio. Nessuna virgoletta, nessun trattino, nessun disse o rispose o esclamò. Tutto sembra accadere dentro il silenzio del vento e del mare, punteggiato casomai da un interessante fittissimo uso del lessico nautico che fa l’effetto dei rumori della barca, proprio quelli e non altri, nel piano del materiale sonoro che intesse l’intero racconto.

I modelli letterari, se da una parte fanno tremare i polsi, dall’altra segnano una strada sicura. Eppure anche su questo piano, Grossi gioca la carta della sfida, proponendo un protagonista che è esattamente opposto a quelli della tradizione della grande letteratura marinaresca (Conrad, London e Melville prima di ogni altro, ovviamente). Carlo ha lasciato l’avventura alla spalle, vive in una comfort zone che è quella della famiglia: la moglie che lo aspetta a casa sul divano davanti alla tv, il telefono cordless per parlare con mamma e sorella, due figli già a letto nella camera accanto… quanto di più distante dall’individualismo degli eroi del mare. Il suo temperamento è quieto: Carlo è quello che ascolta e rispetta gli elementi della natura e gli altri naviganti, cerca una simbiosi che si basa su una responsabilità. Se c’è un Ismaele nel libro, quello è il padre, dal carattere impetuoso ed estremo, prometeico, e viene naturale pensare che allora il confronto del figlio col padre può essere letto anche come un confronto metaletterario (ma anch’esso biografico, visto che si parla della vita di uno scrittore) con la tradizione del grande romanzo americano, e con tutti quei modelli nei confronti dei quali bisogna in fondo prima di tutto conquistare una indipendenza pacifica per poter essere adulti. Nella scrittura come nella vita. E non lo si fa con la volontà.

Anche per questi motivi Il passaggio mi sembra, tra tutti i libri di Grossi, il più “naturale”, il più necessario, il meno dettato da modelli esterni o da doveri editoriali. Di nuovo, come in tanti suoi plot precedenti, la prova a cui è sottoposto il protagonista è una prova che ne tempra e ne misura tanto l’eccezionalità quanto la capacità di essere, nel momento del massimo cimento, all’altezza delle aspettative che la rete di sentimenti che ha intorno comporta. In questo senso i personaggi di Grossi sono quasi sempre portatori di una visione etica; che siano uomini comuni o eccezionali la vera prova è saper vivere nel mondo, mantenendo fede alle attese. E non è un caso se, anche qui come in Incanto, ma non possiamo svelare troppo, è lo stesso cerchio degli affetti ad avere un misterioso ruolo proattivo nello spingere il protagonista sulla strada del confronto con se stesso, coi propri sogni e coi propri fantasmi. Di fronte alle grandi sfide, non si è soli nemmeno quando si pensa di esserlo.

Grossi riprende dunque qui le fila di tanti temi lasciati aperti nelle narrazioni che hanno preceduto quella anomala fuga nei terreni di un surreale quasi cortazariano rappresentata da L’uomo nell’armadio e altri due racconti che non capisco ma ricompare improvvisamente in un equilibrio perfetto tra ambizioni e mezzi. Come se nel frattempo avesse compreso molto di sé, come se si fosse assentato per un lungo viaggio e fosse tornato per chiudere i conti lasciati aperti, avendo portato a compimento altrove una definitiva maturazione. E da quel viaggio torna a bordo di un libro-nave che sulle onde va come una fucilata e porta con sé il lettore proprio dove ci si aspetta che lo porti, attraversando i pericoli, dritto al cuore delle cose che contano.

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© Martino Baldi

 

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