Vengo da dove veniva Fausto

 

fausto mesolella foto di fiorella passante

Vengo da dove veniva Fausto

di Raffaele Calvanese

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Una volta ho comprato una rivista con Lemmy dei Motorhead in copertina. Il titolo recitava testuale “mi sono salvato perché sono brutto”. Ironia della sorte: ho trovato un concetto simile nella biografia di Keith Richards. Se mi fermo a pensarci è così, è questa l’essenza del rock, della musica in generale, alcuni riescono ad affrontarla di petto, senza orpelli, ci sbattono la faccia e non nascondono le cicatrici, quelli sono i veri immortali. Sono musicisti, troppo impegnati ad inseguire un accordo, un giro di basso, una melodia, troppo lontani dalla realtà che siamo abituati a popolare noi che raramente riusciamo a sollevarci da terra come fa un chitarrista, come fa un musicista nell’atto di fare l’amore con il proprio strumento, nell’atto di creare qualcosa di nuovo, nell’atto di fare musica, che poi è come viaggiare. L’ironia della sorte ha poi voluto che la band di Fausto Mesolella prendesse il nome da un’agenzia di viaggi della sua città.

Mia madre mi diceva sempre che mio nonno quello lì in casa non ce lo voleva. Era un tipo strano, coi capelli troppo lunghi e la barba incolta, e poi era brutto, faceva spavento. Mia madre e le sue amiche gli passavano i compiti, Fausto passava a prenderli la sera tardi o la mattina presto lungo la strada per il magistrale. A Caserta lo conoscevano in molti, perché un tipo così non passa inosservato, e poi il tempo per studiare era poco, sempre in giro a suonare ai concertini della zona, sempre a provare, sempre con la chitarra in spalla. I racconti di mia madre li avrò ascoltati un miliardo di volte ed ogni volta che li riascoltavo era come vedere delle fotografie di un tempo che fugge dalle mani, e che forse ogni tanto grazie ad una canzone riusciamo a trattenere qualche secondo in più, qualche momento ancora.

E a quei racconti spesso mi ci aggrappavo, come ci si aggrappava lei, come tutti ci aggrappiamo alle persone che reputiamo migliori di noi o semplicemente in grado di farci stare meglio. Succede a tutti, succede specialmente a chi giorno dopo giorno è abituato a sentir parlare della propria terra come di un posto da cui scappare e da cui effettivamente in tantissimi scappano. E alla fine un po’ cominci a credere anche tu che forse è meglio scappare, abbandonare la nave, ricominciare da zero, darsi una ripulita, mettere il vestito migliore e sfoggiare un sorriso da fotografia. Perché fuori c’è chi grida, chi alza il volume, chi scrive di più, chi suona di più, chi costruisce di più, insomma lì fuori c’è sempre qualcuno in qualche altro posto che è qualcosa di più.

La tentazione è forte, ed è per questo che mi torna spesso in mente quella copertina con Lemmy Kilmister, quella biografia di Keith Richards, quel film di Fabrizio Bentivoglio dedicato a Fausto Mesolella. C’è una scena in cui si vede Tony Servillo nei panni del Maestro Falasca che indica il gruppo in cui suona Fausto, il giovane protagonista, e dice proprio a lui

Questi vengono a suonare in montagna perché non tengono nessun altro posto in cui potrebbero suonare, tu invece no. Tu devi sempre chiedere se è montagna, se è mare o se è campagna. Se è montagna non vai, se è mare vai, se è campagna…fai comm cazz vuo’ tu.

Ed è tutta qui la spiegazione di chi era Fausto Mesolella, uno dei chitarristi italiani più importanti dal dopoguerra ad oggi, finissimo musicista che non ha vacillato, non è scappato, che ha fatto “come cazzo voleva lui” perché musicisti così la vita la prendono di petto senza per forza dover sfoggiare il sorriso di plastica, senza dover sembrare più belli o più bravi, semplicemente perché l’unico viaggio di cui aveva bisogno una persona come Fausto era la musica e grazie a lui anche noi che gli stavamo vicino, anche noi che gli passavamo i compiti a tarda sera al ritorno dalla sala prove, grazie a lui anche noi riuscivamo a trovare la forza di poter dire “vengo da lì, da dove viene Fausto”.

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Perché è questo che fa la musica, ti avvicina. Avvicina alle persone, riavvicina ai ricordi. Nel caso di Fausto mi sembra di avere tutti più vicini, come aprire un grande album dei ricordi in cui tutti hanno scritto la loro pagina. La mia è quella di un campanello che suona all’ora di cena, di mio nonno che guarda in cagnesco mia madre che corre a prendere il quaderno e lo allunga ad un ragazzo bruttissimo sul pianerottolo, una storia che ho sentito mille volte e che da oggi credo che comincerò a raccontare anche io, solo per dire che si, anche io vengo da dove veniva Fausto e si, anche io ho avuto la fortuna di vederlo suonare.

Ciao Fausto.

© Raffaeele Calvanese

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