Ostri ritmi #8: Uroš Zupan

Detajl

V rdeči svetlobi,
sedeča za mizo
sama, se neznanka pripravlja,
da si bo prižgala cigareto.

Odpre tobačnico,
z vajenim gibom vzame
iz nje cigareto,
si jo vtakne v usta.

Z levo roko si
umakne lase z obraza,
z desnico vzame vžigalnik,
ga s palcem odpre
in zavrti kolešček.

Iz vžigalnika skoči plamen
v njene oci,
na njene lase,
s cigareto se mu počasi približa
in poželjivo,
v nekem brezčasnem predahu
med svojim neopaznim staranjem

potegne v pljuča
prvi dim.

*

Dettaglio

Nella luce rossastra,
seduta al tavolo
sola, una sconosciuta si prepara
ad accendere una sigaretta.

Apre il porta-sigarette,
con gesto esperto
ne estrae una,
se la infila in bocca.

Con la mano sinistra si
scosta i capelli dal viso,
con la destra prende l’accendino,
lo apre col pollice
e fa girare la rotella.

Dall’accendino schizza la fiamma
nei suoi occhi,
sui suoi capelli,
con la sigaretta le si avvicina con lentezza
e avidamente,
in una pausa senza tempo
del suo impercettibile invecchiamento,

aspira nei polmoni
il primo fumo.

***

Hölderlinski stolp

Chengdujska 34, stanovanje številka 5,
prvo nadstropje, po trojih stopnicah
in potem naravnost, da se ti v obraz zaleti
velika ploščica, največja na Fužinah, če že ne
v vsej Ljubljani – dostojna pesnika. Na vrata
jo je nalepil moj oče, na njej piše ZUPAN.
To je moj hölderlinski stolp.
Ni mi ga sicer poklonil mizar,
ki naj bi mu v zahvalo priklical božanstva,
ampak mi ga je dala v najem Skupščina
občine Ljubljana Center, s točno istim namenom.
Zdaj večino časa prebijem v njem. Ležim, spim,
čakam Natašo, pritiskam gumbe na daljincu,
čakam, kdaj se bo na kakšnem kanalu začel
nogomet. Marjan Rožanc bi rekel, maša
dvajsetega stoletja. Se vrtim okrog
štedilnika. Pripravljam rižote, pašte, juhe.
Pripravljam čudeže iz pečice. Mešam solate.
Rukola je obvezna. Namakam kruh v olivno
olje. Jem Mediteran. Ko pride Nataša
domov, tudi ona je Mediteran. Še najraje
od vsega pa sem slepi potnik na ladji,
ki pelje v otroštvo. Potem vse to zapišem.
Nekateri berejo in branje z gnusom odložijo.
Nekateri berejo in se v zapisano zaljubijo.
Te imam rajši. Nikamor mi ni treba iti.
Vrtim neviden globus. Vanj zapikujem
zastavice svojih bivših in bodočih odprav.
Zvečer zaklenem usta knjigam, da se ne
prerekajo. Zunaj teče Ljubljanica, ki misli,
da je Neckar. Ampak Neckar je lahko samo
Trboveljščica. Hodim ob Ljubljanici. Se
vozim z rolerji. Čedalje manj previdno. Že sem
začel skakati čez pločnike. Za zdaj še brez
posledic. Namesto da bi z vsem dolžnim
spoštovanjem do veličine venomer bebljal:
“Palakš. Palakš,” glasno kričim na igrišcu:
“Dej žogo. Bejz u ubrambo. Njahi sulirat.”
Ljudje me kličejo po telefonu, me budijo
iz pesniških transov in sprašujejo:
“Gospod Zupan, ali ste že mogoče prebrali
moje pesmi? Kaj mislite o njih?” Ne vem
več, kako naj se izgovorim. Rad bi prenehal
opravljati to težaško delo. Ne znajdem se dobro
v polju nežnih duš. Na obisk ne pride nikoli
nihče. Pesniške energije v tem prostoru
bi lahko ljudi preveč osrečile in tega se
bojijo. Bog si ga vedi, česa me sumijo sosedje.
Pranja denarja. Trgovine z orožjem. Trgovine z
belim blagom. Preprodajanja sanj. Mešetarjenja
z besedami, ki zacelijo najhujše rane.
Moje fotografije so objavljene v časopisih.
Zadnjič sem z izbranimi besedami in v skrbno
premišljenih in dodelanih stavkih govoril v
osrednjem dnevniku na privatni televizijski
postaji. In ljudje so zopet pomislili: “Tale,
tale je šigurno bogat!” Jaz se ne gledam
na televiziji. Kamera me preveč zredi.
Včasih sem si želel pozornosti, bleščic
in svetlobe, želel sem si, da bi me
neznana lepotica pocukala za rokav in
rekla: “Dolgo časa te že išcem,
še lepši si kot na fotografiji, si to sploh ti?”
Danes uživam, če živim v ilegali. Če berem
kombinirano teološke razprave in športne
strani. Najprej pol ure Težnost in milost,
potem pol ure Međunarodni nogomet.
Vrstni red ni najpomembnejši
in učinki so že zdaj presenetljivi.

*

La torre di Hölderlin

Chengdujska 34, palazzo numero 5,
primo piano, dopo tre scalini
e poi dritto, finchè non ti ritrovi in faccia
una grande targhetta, la più grande a Fužine, se non proprio
in tutta Ljubljana – consona a un poeta. Sulla porta
l’ha attaccata mio padre, sopra c’è scritto ZUPAN.
Questa è la mia torre di Hölderlin.
Certo non me l’ha regalata un falegname,
che per ringraziarlo avrei dovuto evocare gli dei,
ma me l’ha affittata il Comitato
del comune di Ljubljana Centro, con lo stesso preciso scopo.
Ora ci sto per la maggior parte del tempo. Mi stendo, dormo,
aspetto Nataša, schiaccio i bottoni sul telecomando,
aspetto che su qualche canale inizi
il calcio. Marjan Rožanc direbbe, la messa
del ventesimo secolo. Giro attorno
al gas. Preparo risotti, paste, zuppe.
Preparo miracoli dal forno. Mischio insalate.
La rucola è obbligatoria. Mi spalmo il pane con l’olio
d’oliva. Mangio il Mediterraneo. Quando arriva Nataša
a casa, anche lei mangia il Mediterraneo. Ma soprattutto
sono il passeggero cieco di una nave
che porta all’infanzia. Poi mi scrivo tutto.
Alcuni leggono e rimandano la lettura con schifo.
Alcuni leggono e s’innamorano delle lettere.
Questi li preferisco. Non devo andarmene da nessuna parte.
Giro un mappamondo invisibile. Ci pianto
le bandierine delle mie passate e future spedizioni.
La sera tappo la bocca hai libri, che non si
accapiglino. Fuori scorre la Ljubljanica, che pensa
di essere il Neckar. Ma solo la Trboveljščica può essere
il Neckar. Cammino lungo la Ljubljanica. Vado
sui roller. Sempre meno cauto. Comincio
già a saltare oltre i marciapiedi. Per ora ancora
senza conseguenze. Invece che blaterare all’infinito
con tutto il dovuto rispetto verso la maggioranza:
“Palaksh. Palaksh,” grido forte sul campo:
“Passa la palla. Corri in difesa. Fai squadra.”
La gente mi chiama al telefono, mi riscuotono
dalla trance poetica e chiedono:
“Signor Zupan, ha mica letto
le mie poesie? Cosa ne pensa?” Non so
più che scusa accampare. Vorrei smetterla di fare
questo lavoro sporco. Non mi trovo bene
nel campo degli spiriti puri. Nessuno viene mai
in visita. Le energie poetiche in questo spazio
potrebbero rallegrare troppo la gente e di questo ha
paura. Dio sa di cosa mi sospettano i vicini.
Riciclo di denaro. Traffico d’armi. Tratta di
bianche. Spaccio di sogni. Compravendita
di parole che curano le peggiori ferite.
Le mie fotografie vengono pubblicate sui giornali.
L’ultima volta, a parole scelte e frasi
premurosamente ponderate e polite, ho parlato al
notiziario centrale su un canale televisivo
privato. E la gente ha di nuovo pensato: “Questo,
questo sì che è ricco!” Io non mi guardo
in televisione. La telecamera m’ingrassa troppo.
A volte volevo l’attenzione, le pailette
e la luce, volevo che
una bella sconosciuta mi tirasse per la manica e
mi dicesse: “È tanto tempo che ti cerco,
sei ancora più bello che in foto, sei proprio tu?”
Oggi mi godo la clandestinità. La lettura
combinata di trattati teologici e pagine
sportive. Prima mezz’ora di L’ombra e la grazia,
poi mezz’ora di Calcio internazionale.
L’ordine non è molto importante
e gli effetti sono fin da ora sorprendenti.

Fonti:
U. Zupan, Drevo in vrabec (L’albero e il passero), Lud Literatura, Ljubljana 1999
U. Zupan, Sutre (Sūtra), Alef, Ljubljana 1991

© Traduzione a cura di Amalia Stulin

Classe 1963, Uroš Zupan nasce nella città industriale di Trbovlje. Dopo il liceo, si laurea alla “Filosofska fakulteta” di Ljubljana in Letterature comparate e rimane a vivere nella capitale come scrittore freelance. La sua prima raccolta di poesia, cui seguono molte altre, viene pubblicata nel 1991 col titolo Sutre (Sūtra). Si dedica anche alla saggistica di argomento letterario e alla traduzione dall’inglese, collaborando anche con svariati periodici di letteratura.
La lirica di Zupan si rifà alla poesia modernista, traendo ispirazione direttamente dai maestri americani, William Carlos Williams su tutti. Non nega però mai l’importanza che hanno avuto nella definizione della propria poetica le espressioni letterarie europee: in particolar modo risente dell’influsso del premio Nobel Czesław Miłosz e di Cesare Pavese.
Alla base della sua opera sta la volontà di spogliare la poesia dai simboli, dall’ermetismo, dalle corrispondenze metafisiche per riportarla sulla terra, ricostruendo un solido legame tra significante e significato, parola e cosa, dove le parole e le cose sono quelle visibili agli occhi di tutti. La quotidianità non è un porto sicuro, un rifugio fatto di piccole cose da salvaguardare e celebrare con toni sentimentali; è una lotta continua, cruda, ma senza mai alcuna connotazione negativa. I gesti inconsapevoli, i tic, i passatempi di scarso rilievo, anche la bruttura di alcuni paesaggi urbani non voglio rappresentare nulla. Non sono simboli che rimandano a un “aldilà”, non sono slogan di denuncia: tutto è semplicemente ciò che è, nulla di più, nulla di meno. Zupan propone fotogrammi nitidi, che compongono spesso flussi di coscienza disordinati e vivi. Nei suoi versi c’è il rifiuto di creare gerarchie di esperienze, dove le panoramiche contano più dei dettagli e lo stil novo più delle filastrocche nonsense. Tutto ha una propria dignità, sembrano dire, e non dobbiamo negarla.

© A cura di Amalia Stulin

3 comments

  1. I don’t know shall I write in English or in Slovene. Thank you for translations. I was surprised. I still am. So far only Michele Obit and Jolka Milič translated me into Italian language.
    Best wishes from Ljubljana, Uroš Zupan

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