Fabio Orrico, Della violenza. Una guerra di nervi

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da Della violenza. Una guerra di nervi, di Fabio Orrico, FaraEditore, 2017. Opera finalista al Concorso Versi Con-giurati.

 

“I miei genitori dovevano
tenermi stretta per impedirmi di
scavalcare il davanzale (prima dei
vent’anni non distinguevo fra penetrazione
e percosse)”- ecco, io sapevo che era
impossibile
stancarsi, nonostante avvertissi il morso
della ruggine serrare il mio corpo,
nutrirsi letteralmente di me, come
un essere che ha l’autorità per farlo, il
doppio fondo di un uomo – e immaginavo la
sua corteccia cerebrale attraversata da
denti, unghie, schegge d’osso, immaginavo
il suo cuore pulsante aperto da
un grande occhio smarrito, una specie di
marionetta inesperta che si domanda
il perché e il percome…

 

Elementi del paesaggio (II)

Una volta, tanto tempo fa, dovevo fare
il bagno
nell’acqua sporca, già usata da altre persone
e nonostante questo, avvertivo
come una luce intorno a me e organizzavo
l’epica
della mia distruzione.
Tu, invece, eri già perfetto così: frignavi
e facevi economia
ma, dicevi se un uomo da bene cade in
povertà
nessuno lo soccorre e molti se ne rallegrano
e ridevi e ridevi perché
adoravo anche solo l’idea di essere scopata
da un uomo colto.
Adesso, per cercare un po’ d’aria, sono
salita qua in cima. I
profughi hanno lasciato alle loro spalle
solo una grande
malinconia e kilometri di terra straziata.
Nemmeno gli innocenti, promettono,
saranno graziati.

 

*

Ogni volta che incrociavo
lo sguardo di qualcuno mi scoprivo
a tremare: la sensazione non so
descriverla ma era fin troppo chiaro che
l’uomo sdraiato, le braccia morte
ai lati, ero io. Questo potrebbe spiegare
tutta quella fretta nell’esaurire gli argomenti
o il gusto provato nell’accarezzare
la lama al contrario. C’era il desiderio
fisico di essere l’animale, rilassare
i muscoli e lasciarsi versare
nella scodella dell’officiante.

 

*

Pensavo che bello sarebbe incrociare
le braccia proprio qua in mezzo, mentre
l’epoca dei padri raggiunge il suo punto di
fusione e si scioglie nelle smorfie della
donna che amo (…) prima di farla venire
le sussurro di riempirmi la bocca.

 

*

L’addestramento dei cani si svolgeva nell’ex
macello
comunale. C’era uno strappo nella rete
ma era
altrettanto facile scavalcare il muro di
cinta – non molto alto.
Certe bestie avevano un sorriso così umano
da risultare complici:
inquadrate dal mirino telescopico sembravano
raccomandare
cautela; a memoria tua, mai sentite chiedere
pietà.

 

*

Nessuno si sarebbe sognato di interrompere
la processione; nell’indirizzo sulla carta
da pacchi volle riconoscere una calligrafia
femminile (“…”) la verità era che sentiva
i pensieri della figlia come dita supplementari
distribuite sulla mano. Fotografie e lettere
erano sparse nei cassetti e da qualche parte
avrebbe giurato che ci fosse ancora un
vecchio
8 mm, ormai inservibile. Quando i cavalieri
passavano davanti alla sua roulotte, la
mattina
presto, speravano di scorgere la sua ombra
oltre
le finestre per poi raccontare di averlo
visto piangere.

 

*

Un viso, uno dei tanti e nemmeno
te lo ricordi e perché dovresti? I sintomi
del male
lo terrorizzavano più del male stesso, per
questo, pensavi,
aveva sbagliato mestiere. Altroché giuramento
d’Ippocrate, qui è così caldo che tutto si
scioglie, tutto
precipita. “Siamo come sassi” diceva il
primario “la
nostra parabola è breve e tra la pelle di
un uomo e
la sua terra non c’è molta differenza”.
Durante la licenza
si raggrumava tutta l’angoscia: aveva pagato
un’indigena
perché si facesse il bagno davanti a lui, lo
pensasse marito.

 

*

Il carnet pieno – tutti i balli prenotati;
sognava
le civetterie e le confidenze della cugina
di primo grado, ogni
contrazione del muscolo cardiaco evocava
lo sbadiglio della
folla. Una nuova e terribile alterazione del
senso comune
muoveva i convenuti, li sbatteva di qua
e di là. Lui
pensava: “prove tecniche di naufragio” e
interrogava
l’oracolo, la donna amata, la prostituta
in odore
di santità. Sulle colonne del tempio tracce
di materia
fecale: “sono i prigionieri pieni di terrore
che rinunciano a
ogni controllo” ma la paura, pensava
ancora, è una specie
di onda, la paura è un’onda tremenda che
non ci risparmia
e riplasma la vita nostra e altrui,
smussandone i contorni,
schiantandone la sua sofisticatissima
struttura.

 

 

Fabio Orrico è nato, vive e lavora a Rimini. Ha pubblicato alcune raccolte di poesie (l’ultima, Strategia di contenimento, nel 2005 per Giulio Perrone Editore), ha scritto, a quattro mani con Germano Tarricone, il thriller Giostra di sangue (Echos edizioni, 2015) e, da solo, il romanzo breve Il bunker (ErosCultura, 2016). Scrive di cinema sul blog zonadidisagio.wordpress.com.

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