Il Natale è il 24

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Il Natale è il 24

di Raffaele Calvanese 

 

La scomparsa dei canditi dai panettoni classici è uno di quei segni del tempo che passa che riescono a spiegare la nostra epoca molto meglio di tanti sociologi. Si narra che pure Ludovico il Moro a Milano, assaggiando il primo panettone inventato dal suo cuoco abbia esclamato “anche a voi l’uvetta fa cagare?” Il Natale ho smesso di sentirlo arrivare da quando ho terminato la scuola e ho iniziato a lavorare, da allora arriva sempre all’improvviso, da un giorno all’altro, nonostante le numerose avvisaglie che dissemina in giro già da Novembre.

La vita dei pendolari, infatti, è un lungo “nel frattempo”. Avanti e indietro, avanti e indietro. L’autobus per me è una seconda casa, ho anche i miei posti preferiti, anzi il posto preferito. Per via delle mie gambe. Troppo lunghe per poter stare comodamente in quegli scomodi scranni tarati su altezze che ricordano i tempi delle scuole medie. Il protocollo era rigido e ben rodato, appena vedo spuntare all’angolo l’autobus comincia la corsa per stare tra i primi, due gradini per salire e buttare subito lo sguardo ai sedili vicino alla porta per la discesa, il posto più largo, se occupato adottare prontamente il piano B, ai penultimi della fila, i sedili forse più stretti e per questo sempre vuoti, lì ci entravo a malapena ma essendo molto ingombrante chiunque mi avesse visto seduto lì avrebbe desistito dal chiedere di mettersi al posto di fianco al mio onde evitare un viaggio fatto di contorsionismi. Ogni santo giorno una guerra di posizione. Durante le feste di Natale diventa tutto più complicato, perché molti passeggeri occasionali affollano le corse che prendo anche io, senza contare il traffico a fiumi per le strade. La domanda ogni anno è sempre la stessa “durante il resto dell’anno dov’è tutta la gente che gira in auto a Dicembre?”. Io non l’ho mai capito, per di più dovendo andare al lavoro mentre molti sono in ferie a caccia di regali il nervosismo è una costante quotidiana. Come se non bastasse vicino la mia fermata stavano ristrutturando un palazzo e nei giorni scorsi su una delle pareti esterne della costruzione è apparsa una figura che molti si ostinano a dire assomigli al “volto santo”.

“Scusi signora ma che è successo qui?”

“È apparso il volto santo non vede, è un miracolo, il miracolo di Natale”

Miracolo, cazzo, è un miracolo di sicuro, perché anche se sembrava impossibile immaginare ci potesse essere più traffico di quanto normalmente ce n’è a Dicembre, l’apparizione di quella immagine ha scatenato un pellegrinaggio infinito di curiosi e di fedeli. Da lì pronta adozione di un nuovo protocollo, come molti altri compagni di sventura su quel bus, scendere alla fermata precedente e fare quattro passi a piedi in più onde evitare di dover dividere in due le folle come fece Mosè col mar nero, solo che io avrei dovuto farlo in autobus.

Ricordo il primo anno che cominciai a lavorare, ero l’ultimo arrivato e chiaramente il 24 non mi toccarono ferie, per anzianità, che non avevo, ed anche perché si faceva solo mezza giornata. Pensai che nessuno sarebbe venuto in ufficio la vigilia di Natale, mi immaginavo tutti intenti a impacchettare regali o a dispensare auguri. Beata ingenuità di chi non capiva il postulato secondo il quale chiunque, con una giornata libera a disposizione, aspetterà di certo l’ultimissimo momento per sbrigare una pratica, richiedere un documento o semplicemente venire a fare qualcosa di assolutamente non indispensabile. Me ne resi conto appena girai l’angolo e vidi la fila fuori la porta ad aspettare l’apertura. Il personale era ridotto all’osso e i clienti tantissimi, al punto che dovemmo chiudere mandando qualche cliente a casa in anticipo tra le bestemmie gli insulti ed anche qualche bella e fantasiosa minaccia personale. Da allora la scena è sempre pressappoco la stessa ma con meno ingenuità e più disillusione. Io ho continuato ad andare a lavoro il 24, più che altro come strategia per non farmi risucchiare subito dal via vai di auguri di circostanza, cercando di dare un tono normale ad una giornata che tutti cercano di sentire come speciale. Quest’anno non ha fatto differenza. Uscendo sempre piuttosto frastornato, con mille cose a cui correre dietro e mille persone in testa, tanti volti, familiari, che non vedo più, e che forse oggi rivedrò davanti a una bevuta, traffico permettendo, volto santo permettendo. Poi passare a casa di miei solo per farmi dire di non tornare tardi, se mi piace la pizza di scarole, che mi hanno preso anche un pezzo di quella con la salsiccia e i friarielli.

La scarola pulita bene, la pasta stesa con calma. Snocciolare le olive nere, quelle di Gaeta, un bel cucchiaio di capperi, l’olio dei nostri amici, un paio di spicchi d’aglio e i pinoli. Per anni ho sempre preferito la pizza con la salsiccia e i friarielli al rito natalizio di “appoggiarsi lo stomaco” con la pizza di scarole. A casa mia la si preparava con cura maniacale, quasi più del cenone vero e proprio. Serviva da tenere lì e da tagliare in caso di emergenza durante la giornata, tra la preparazione di un piatto e l’altro del cenone. La cucina in quella giornata cambia fisionomia, si mangia in salone, il tavolo diventa un grande piano dove appoggiare tutti i piatti pronti, ci sono pentole e zuppiere ovunque, tutte rigorosamente coperte, si pizzica un po’ di nascosto qua e la. Perché fino alla sera si doveva stare in giro senza mangiare qualcosa di sostanzioso. Poi ho capito che mi sbagliavo, e che quando ero più piccolo ero un cretino, non che adesso io sia un genio, più semplicemente mangio la pizza di scarole come fosse l’ultimo pasto di un condannato, un modo per fermare il tempo in un giorno fatto di rincorse. Tornare a casa, passare da Luigi, il mio barbiere, che intorno ad ora di pranzo fa il suo brindisi tradizionale. La prima tappa di una lunga giornata di abbracci, di pacche sulle spalle, alcune finte, altre tanto intense da far scorrere interi anni in pochi attimi. Un pomeriggio fatto di mille “come stai” “a me tutto bene e tu?” “Anche a me, saluti a casa”, “vediamoci in questi giorni”. Il Natale è il 24, è quell’attesa di rivedere gli amici che tornano a casa. Lontano da qui, in tanti posti diversi dove molti hanno trovato la loro strada, tantissimi, in tanti altrove che però quando si avvicina Natale coincidono sempre in una sola strada che li riporta qui. Credo che chiunque torni in un posto a Natale da quel luogo non è realmente mai voluto andare via. Il Natale è il 24, è un eterno ritorno ai luoghi familiari, ai volti familiari, un eterno ritorno alle persone più che alle cose. Il Natale è un enorme “come stai, prendiamo un prosecco, anzi due”. Traffico permettendo, volto santo permettendo tornerò anche io a casa dal lavoro, tornerò anche io per strada a salutare gli amici, senza bisogno di prendere un appuntamento, semplicemente camminando per strada, senza aspettarsi qualcosa in particolare tranne che bere, ridere, salutare, rivedere, pensare a quello che poteva essere qui e invece è stato altrove. Il Natale è quel magone, come se si potesse recuperare tutto il tempo perduto in poche ore.

La vigilia è un lunghissimo pomeriggio in cui non dovrebbe esserci futuro, un grande momento punk, un  “no future”, dove tutti sono sospesi come nella luce di un fuoco d’artificio che non muore, per evitare di pensare al biglietto del ritorno, alla nebbia, alla metropolitana piena, all’autobus fermo nel traffico, ai messaggi su whatsapp e alle frasi di circostanza “vienimi a trovare qualche volta, porta la mozzarella mi raccomando”. La vita va così, ho una folle tentazione, di fermarmi alla stazione, senza amici e senza amore. In ufficio, il giorno della vigilia ascolto Piero Ciampi, lascio entrare quella canzone nella mente, lascio che quell’atmosfera mi prenda e mi calmi, per sfuggire alla frenesia di quelle luci tutte accese, di quelle persone tutte accese, più delle luci, per mettere meglio a fuoco quei momenti, quelle persone, quelli che il Natale lo vedono dove le luci sono spente. La musica dei bar nel centro invece è sempre più alta del normale, come quando durante un film in Televisione parte la pubblicità, che ti obbliga ad urlare per poter parlare con qualcuno, forse per evitare di ascoltare certi pensieri, certi dubbi, certe domande che è meglio porsi domani, dopo il cenone, col pandoro o il panettone già aperto. Col brodo sulla tavola. Al lavoro sono arrivati, finalmente, i biglietti da visita da dare ai clienti, “Tommaso Rondelli – Consulatte” hanno anche sbagliato a scrivere – consulente- sono tutti da buttare. Evviva la magia del Natale. Almeno i numeri di telefono sono quelli giusti, ne terrò uno per farlo vedere a casa e riderci un po’ su. Scendo prima, di corsa, altrimenti arriverei direttamente col bus al tempio dei fedeli improvvisato con candele e fiori davanti al volto santo vicino alla fermata, saltello nella corsia centrale e chiamo la fermata, salto giù ed è subito un “come stai” “due prosecchi” “A me tutto bene e a te” “tutto ok, salutami a casa”.

Il Natale è quel periodo in cui al supermercato i pandori occupano il posto delle birre in offerta. E’ un periodo tragico, in cui rimpiangi i tempi della scelta semplice tra pandoro e panettone. Ora le opzioni sono mille. Hai il pandoro classico, quello con le gocce di cioccolata, quello farcito sopra, quello farcito sotto. Quello al limoncello. Poi hai il panettone classico, quello coi canditi e l’uvetta, quello senza nulla, quello con le gocce di cioccolato, quello farcito sopra e quello farcito sotto, quello farcito sopra e sotto, ma in questo bailamme non trovi più lo scaffale delle birre. Forse a Natale si può bere solo spumante e prosecco per qualche legge su cui nessuno ci ha davvero mai messo in guardia. Poi per strada le persone sembrano dei panettoni, quelle farcite sopra, quelle farcite sotto, quelle farcite sopra e sotto, quelle addobbate a festa, quelle con il puntale e quelle con due puntali. Il Natale è un periodo a statuto speciale. E’ tutto un accendersi senza un apparente  motivo, con quelle canzoni fatte di zucchero a velo, di sorrisi e di cappelli rossi. E’ una lunga rincorsa che parte quasi a Novembre con la graduale comparsa di cesti da regalare, pieni di paccottiglie e di finto fieno per riempire i vuoti tra una bottiglie e un torrone. In città spuntano come funghi, in base ad un piano regolatore fantasma, una serie di casupole per vendere i botti da sparare a capodanno. Ogni anno sempre negli stessi angoli, compaiono all’immacolata e spariscono subito dopo l’epifania con degli inquilini strani. Rivenditori di fuochi d’artificio che sembrano usciti da una puntata di Narcos o di Gomorra la serie. Gli effetti del Natale sulla gente. Per questo quando sono al lavoro ascolto sempre Piero Ciampi. Per fermarmi, per guardare a destra e sinistra tutti quelli che a Natale non corrono, la vita va così, senza traffico rischi di accelerare e perderti le immagini che ti scorrono a fianco.

Ricordo gli anni in cui la scatola del pandoro diventava un elmetto, molto prima del Signore degli anelli o di Game of Thrones. Il momento in cui si metteva lo zucchero sul pandoro e poi si chiudeva nella busta per shakerarla in modo da distribuire lo zucchero, lo faceva sempre mio padre e io guardavo dall’altezza del tavolo, ora lo faccio io, e forse è una delle poche cose che ha conservato quel sapore inspiegabile di tradizione, di Natale. Fino a quando ero a scuola mangiavo pandoro da Novembre a Gennaio, quando nei supermercati ricominciano a fare capolino le birre e le centinaia di panettoni natalizi avanzati con le farciture in ogni dove vengono venduti a prezzi stracciati, con buona pace dei propositi di rimettersi a dieta dopo i bagordi delle feste.

“Ciao Luigi auguri”

“A te e famiglia, prendi un prosecco e un po’ di pizza di scarole”

Il Natale credo sia fatto al 80% dall’insalata di rinforzo, e per la restante parte da prosecco. Io ho sempre pensato che il rinforzo servisse a dare manforte all’anima provata da troppe emozioni, alcune belle e alcune brutte, dal ritorno di troppi amici, dal rivedere troppe persone rivivendo troppi momenti passati, e forse alla fine è anche così, perché digerirla richiede molte energie, da sottrarre inevitabilmente alla malinconia che il 24 porta con sé. L’insalata di rinforzo poi è un piatto che contribuiscono a dare forma alla propria identità. Sul perché si chiami “di rinforzo” poi ci si accapiglia ancora. Quest’insalata è come il red carpet durante la notte degli oscar, c’è una parata di stelle, dove di sicuro l’oscar per l’attore protagonista va alle papaccelle, per poi via via distribuire gli altri premi alle olive, ai capperi e alle acciughe con la regia di aceto abbondantemente versato.

“Ciao Tommaso come stai”

“Tutto bene, ti va un prosecco?”

Ed in quel momento capii di aver perso il portafogli. Ottimo modo di celebrare lo spirito del Natale. Il Natale è il 24, quando le banche sono chiuse, tutti gli uffici pubblici stanno chiudendo e non hai i soldi, non hai il bancomat, non hai i documenti e tutto è rimandato al 27 Dicembre. Una corsa al commissariato per fare la denuncia di smarrimento. Citofono, nessuna risposta. Citofono di nuovo, nessuna risposta. Provo la terza volta:

“chi è”

“devo fare una denuncia di smarrimento”

Aprono il cancello, entro e non trovo nessuno, sento soltanto risate e chiacchiere da una porta in fondo al corridoio, poi il rumore di una bottiglia stappata, qualche applauso, gli auguri. Finalmente spunta un uomo in divisa, ha dello zucchero sul petto, mi chiede cosa è successo, gli spiego che ho perso il portafogli e vorrei fare la denuncia di smarrimento, mi guarda interdetto, con l’espressione che ho fatto di sicuro io qualche ora prima in ufficio. Quell’espressione come a dire “ma proprio oggi, proprio qui, proprio adesso, proprio a me?” Ci scambiamo qualche altro sguardo poi mezzo scoraggiato gli dico che posso tornare anche il 27 mattina, lui rincuorato mi risponde di non preoccuparmi tanto durante le feste sono tutti chiusi, non succederà nulla. Provo a credere a questa bugia, vado via, sento un’altra bottiglia che si stappa, prima di uscire il poliziotto mi chiede se voglio un po’ di prosecco. Di regali ne ho comprati pochi, sempre alle stesse persone. Alcuni scelti in fretta, altri più ragionati. Credo si possano contare sulla punta delle dita di una mano.

Il Natale è il 24, quando corro dietro alle persone a cui vorrei dare in tempo il regalo, spesso l’unico momento in settimane in cui riusciamo a vederci, fuggendo tra un appuntamento di lavoro e l’altro, tra un incontro saltato e l’altro. Intanto il sole cala e i prosecchi salgono.

“come stai”

“Auguri a te e famiglia”

“che si dice qui in città, novità?”

Essere belli almeno a Natale, mettendo il vestito nuovo, tornare a casa sempre troppo tardi, con le lamentele dei miei, quelle del “potevi dare una mano”, aiutare a finire di apparecchiare, portare un cesto o una bottiglia, aspettare i parenti, alzare il riscaldamento, evitare di bere ancora prima di sedersi a tavola. La frutta secca, il cesto grande con i datteri, le castagne del prete, le noci le mandorle, i pistacchi utili anche per segnare i numeri della tombola. Una portata che dura tutte le feste e per terminarlo si arriva quasi a fine Gennaio. Da mangiare a fine pranzo, ancora con i bicchieri di vino sul tavolo, facendo due chiacchiere, quando magari spunta una chitarra, non a caso chiamato “lo spasso”. Uno dei momenti attorno a cui gira la vigilia di Natale. Gianni si è trasferito a Milano ormai dieci anni fa, quest’anno aspetta il secondo figlio, scenderanno per le feste. Ci vedremo al volo, berremo un prosecco insieme, chiameremo anche Luca che invece resta a Torino perché la bimba è piccola, starà con la famiglia della moglie, non so se lì berrà un prosecco con qualcuno, noi aspetteremo di vederci tutti insieme per chiamarlo e mettere in viva voce, solo per il gusto di gridargli qualche insulto, alla vecchia maniera, pochi minuti a fine pomeriggio dopo i “come stai” di circostanza per bere qualcosa tutti insieme, lontani dalla musica assordante dei bar del centro, due chiacchiere alla vecchia maniera, quando sale il magone di quei pomeriggi di qualche anno fa. Filippo è atterrato ieri, studia in Germania dove ha trovato i fondi per fare ricerca, Antonio torna da Roma e cerca di fare in tempo, altrimenti ci vedremo domani.

“un brindisi al mio portafogli, vittima della magia del Natale”

Il Natale è il 24 fuori un bar a bere Gragnano, a rincorrersi al telefono dalle prime ore della mattina, passando di tartina in tartina, parlando di partite a carte, quelle del giorno prima, quelle della sera dopo, di grandi mani di poker, e poi il conto del barista infame. Maledetto quel Gragnano, che ancora a desso ne parliamo al telefono con Luca, come rituale natalizio. Il Natale è il 24 come quel magone che ti prende un po’ alla volta, col passare delle ore. Che quando c’è ancora casino sembra quasi di non sentirlo, sembra che puoi dimenticarlo, ma quando i bar cominciano a svuotarsi, mentre sale l’umidità e la musica trash da discoteca comincia a scemare irrompe in tutta la sua potenza. E’ quel magone che ha il sapore di quello che sarebbe potuto essere tutti i giorni e invece non è. E’ il magone dei biglietti del treno presi qualche mese prima sia per l’andata che per il ritorno, perché tanto a Natale torni sempre a casa. Le mani gelate, la tavola è già quasi pronta, giusto il tempo di sistemare le ultime cose. Le telefonate “Dove sei, quando torni, qui è quasi pronto, zia sta arrivando” Gli spaghetti alle vongole, subito dopo l’antipasto col polipo, poi il baccalà, vero principe della serata. Il capitone, che se non te lo mangi a Natale io vorrei sapere quando te lo vorresti mangiare. L’insalata di rinforzo, e via andare fino agli struffoli. Montagne di struffoli, oro natalizio, mostaccioli e roccocò, che si pronunciano sempre insieme, tipo Dolce e Gabbana. Poi lo spasso e poi la morte probabilmente.

Io la odio questa gioia del Natale, quest’euforia che nasconde il magone che sale perché i ricordi sono troppi, le persone sono tante e i saluti e gli abbracci forse non ti sono bastati. Odio questo correre per poi sentire solo l’affanno di rimanere in silenzio a fine cena, ebbri di troppi legami, tutti insieme, giusto il tempo di riassaporarli ed è già il 25, che ti svegli ancora con la tesa provata dai prosecchi, col telefono che squilla. Il natale è il 24, quando è tutto un “ci sentiamo dopo cena e ci andiamo a bere una cosa, magari facciamo una partita a carte” “ti faccio sapere” “ci aggiorniamo”. E poi dopo cena ti ricordi che la mattina sei andato a lavorare e un po’ la sveglia, un po’ per il prosecco non riesci o non vuoi alzarti da tavola, i parenti cominciano ad andare via e pensi che infondo andare a dormire non è un’idea così malvagia.

“pronto chi è?”

“ Buongiorno il signor Tommaso, consulatte?”

“eh?”

Consulatte?”

“Sono Tommaso, lei chi è?”

“Buongiorno, ho trovato il suo portafogli sull’autobus”

Ed eccolo lì lo spirito del Natale, una telefonata di prima mattina da una sconosciuta che ha trovato il mio portafogli sull’autobus, facendomi riprendere tutto ad un tratto fiducia nel genere umano, nelle festività ed anche nei commissariati che ti fanno desistere dal fare denunce di smarrimento durante i brindisi della vigilia. Sono corso a vestirmi, ho comprato un profumo e l’ho messo in tasca, l’ho fatto istintivamente, volentieri. Mi sono fatto trovare proprio davanti al volto santo, dall’autobus è scesa Maria, è ucraina. Fa da badante ad un signore che è rimasto vedovo ed hanno passato il 24 insieme, i figli non sono tornati a casa per le feste e quindi si è occupata lei di tutto, ha trovato il mio portafogli tornando a casa per cambiarsi. Il mio regalo le ha fatto piacere ed è sicuramente quello che io ho fatto più volentieri in questo Natale. Il Natale è il 24 quando capisci che certi magoni servono, come la luce serve a certi bui, che non sono quelli del poker. Quando capisci che durante la cena i tuoi pensano sempre un po’ a quelli che a quel tavolo non ci sono più e che se anche tutto intorno è pieno di luci belle si può stare bene anche con la tristezza. Il Natale è il 24, quando più che con i regali puoi passare un po’ di tempo lontano dalle giornate tutte uguali, parlando di quello che è stato e di quello che poteva essere, se non fossimo tutti troppo lontani, legati da ricordi in comune, da un po’ malinconia per il tempo che passa, del pandoro sbattuto da mio padre che adesso sbatto io, dei figli degli amici che ci guardano mettere lo facciamo.

E quindi col Natale ci ho fatto anche pace, perché il dolore serve come serve la felicità, le feste servono come servono le giornate tutte uguali passate ad aspettare il prossimo Natale dove forse succederà qualcosa di bello. Tipo una telefonata di una sconosciuta che ti restituisce il portafogli, tipo regalare un profumo, tipo rivedere un amico o prenotare un biglietto per andarlo a trovare per portargli quella famosa mozzarella. Ho fatto pace anche con i “che fai a capodanno”, ”spero che il prossimo anno sarà migliore di queste” “beviamoci qualcosa” come un eterno loop che quasi ti fa venire voglia di tornare a lavorare. Perché certe frasi le stai a sentire come fossero le luci di Natale, che tanto fra pochi giorni smontano tutto, anche quei modi di dire. Ci penso prendendo l’autobus dopo l’epifania, quando le ferie finiscono per davvero ed è tutto un “cominciano i saldi”. Ci penso quando scendo alla fermata dove c’era il volto santo, che in realtà s’è scoperto essere solo una macchia di umidità sul muro, dove prima c’erano fiori e ceri votivi e tanti curiosi a bloccare la strada e adesso c’è un lounge bar uguale a molti di quei bar del centro, con la musica uguale e coi cocktail identici a mille altri bar dove pochi giorni fa era tutto un

“ciao come stai”

“tanti auguri a te e famiglia”

“beviamoci un prosecco”

*

©  Raffaele Calvanese

 

 

 

 

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