Altri dischi #11: Red Crayola, The Parable of Arable Land

coverRed Crayola, The Parable of Arable Land
International Artists, 1967

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di Ciro Bertini

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C’era una volta la musica rock, c’erano le strofe e i ritornelli, la melodia, il canto e l’accompagnamento, e un ordine superiore presieduto dal dio Apollo a garantire che tutti gli elementi fossero al posto giusto e fluissero armoniosamente. Poi arrivò Mayo Thompson. Scelse di incarnarsi nel Texas conservatore e tradizionalista, circondandosi di uno stuolo di cerimonianti dediti a rituali folli e selvaggi, e in pochi mesi scardinò quell’ordine fino alle fondamenta, a tal punto che di esso non rimasero che le ceneri. Non sembra essere molto diversa dalla tragedia narrata da Euripide nelle sue Baccanti, questa parabola della terra coltivabile, con Thompson a interpretare naturalmente Dioniso, dio dell’ebbrezza e del furore artistico, giunto sulla terra per ribadire la sua natura divina, The Familiar Ugly, i suoi seguaci, a incarnare Agave e le Baccanti e il povero Apollo, simbolo della tradizione, nei panni del re Penteo, che rifiuta di riconoscere e accettare la divinità di Dioniso e come tale verrà fatto a pezzi.

Nessuno, all’interno di quel gigantesco calderone che chiamiamo musica rock, aveva osato tanto: elevare il Rumore a forma d’arte, renderlo protagonista della melodia al pari delle note suonate da una chitarra elettrica. Estimatore di Edgard Varèse e John Cage e della musica d’avanguardia in generale, di Frank Zappa, del free-jazz e del garage psichedelico, Mayo Thompson fondò i Red Crayola con altri due studenti d’arte, il bassista Steve Cunningham e il batterista Rick Barthelme, e insieme iniziarono a girovagare per il Texas predicando il nuovo verbo. Si racconta di soldi pagati alla band affinché smettesse di “suonare”, di performance sospinte o affossate da smodate quantità di droghe allucinogene, di oggetti di ogni tipo usati per creare “musica”, dai fiammiferi ai martelli al ghiaccio lasciato gocciolare su una lastra di alluminio. Le ambizioni e i piani che frullavano nella mente di quei tre pazzi texani poco più che ventenni non potevano però trovare applicazione concreta all’interno di una line-up di soli tre strumentisti. Ecco quindi The Familiar Ugly. Un ensemble di colti musicisti d’avanguardia? Neanche per idea. Diciamo più un coacervo di amici-parenti-conoscenti il cui numero poteva variare dai cinquanta ai cento elementi, ingaggiati da Thompson ad un unico scopo: creare rumore. No matter what. Un’orchestra sinfonica del Caos priva di direttore e direzione, lasciata libera di esprimersi edificando grattacieli di frastuono che a intervalli regolari sostituiscono le melodie (ammesso che così si possano chiamare) del trio.

Fu registrato in presa diretta in una sola notte, The Parable of Arable Land, nel marzo 1967, e mi piace pensare alla confusione e al delirio panico coadiuvato dall’LSD che accompagnarono quella registrazione. L’inizio di Hurricane Fighter Plane, il brano apripista, non potrebbe essere più programmatico: un caos primordiale generato da campanelli, trombette, piatti, bicchieri, martelli pneumatici, lattine e chissà cos’altro si scatena senza alcun preambolo, saturando l’aria per più di un minuto. Un ritmo marziale di basso e batteria inizia a farsi strada in mezzo al marasma, entrano le schitarrate e il canto di Thompson e l’organo lisergico dell’ospite Roky Erickson. La “canzone” diventa insomma una canzone. Basta poco però prima che una nuova orgia luciferina si scateni, riconducendo quella scorribanda al pandemonio che l’aveva generata. Il medesimo schema si ripete pressoché identico nel corso delle altre cinque tracce, introdotte e/o concluse da una lunga sezione rumoristica, sempre uguale e sempre diversa, propriamente battezzata Free Form Freak-Out. Fa eccezione la strumentale title track, tre minuti di caos in libertà ma con una logica interna che, per quanto buffonesca e oltraggiosa, riesce a renderla qualcosa di simile ad un brano musicale. Simili esperimenti sarebbero stati riprodotti di lì a pochi mesi anche nel Regno Unito da un certo signor Syd Barrett e i suoi Pink Floyd.

Se un limite vogliamo trovare al debutto discografico dei Red Crayola è proprio la schematica alternanza fra le sezioni musicali e le sezioni rumoristiche che, con poche eccezioni, procedono lungo due binari paralleli, con scarsi punti di contatto. Un limite totalmente trascurabile se paragonato alla portata rivoluzionaria dell’album, capostipite della grande stagione psichedelica, straordinario anticipatore del punk e della musica industriale ed esempio fra i più riusciti e autorevoli di avanguardia colta compressa nel formato della canzone rock. Un disco che, a quasi cinquant’anni di distanza, sorprende ancora per sperimentazione, intelligenza, coraggio e anarchia compositiva. Citando il titolo del loro secondo album, “God Bless the Red Krayola and All Who Sail With It”.

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© Ciro Bertini

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