Scritture ducali, parte I: Modena e A. Delfini

delfini-001Sono sempre scettico quando mi trovo di fronte a antologie o testi di critica che si sviluppano attorno a produzioni letterarie definite per luoghi o contesti geografici, perché il più delle volte tendono a un elogio della creatività locale trascurando di approfondirne le relazioni sociali, culturali, e perché no, antropologiche. Non è assolutamente il caso di questa ricerca condotta da Alberto Bertoni, professore presso l’Università di Bologna che apre altre interessanti chiavi di lettura su due protagonisti della letteratura italiana della prima metà del novecento: Antonio Delfini e Silvio d’Arzo. Se nel caso di Delfini la pubblicazione delle Poesie della fine del mondo all’interno della  collezione di poesia Einaudi ha temporaneamente rispolverato il dibattito attorno a una figura così interessante e complessa; nel caso di Silvio d’Arzo, morto all’età di 32 anni, il silenzio è decisamente più  marcato, se si esclude qualche rimando sul web e un interessante articolo  uscito su Minima e Moralia.

Il testo di Bertoni, che non vuole essere una pubblicazione “locale” non può però fare a meno di scavare, nel caso di Antonio Delfini, alla ricerca di una “modenesità” letteraria, evidenziando nel Tassoni de La Secchia rapita se non le origini, quanto meno la dimostrazione di una morfologia antropologica di una città che sembra raccogliersi attorno a una piazza e che è Piazza nel suo essere “Piccola città, bastardo posto” (e la citazione di Guccini non è assolutamente casuale) luogo di scambio, interazione, vociare, passeggio. Scrive infatti Bertoni, dopo aver citato un passo del Tassoni: «In queste quattro ottave è riconoscibile una sorta di essenza della modenesità radunata in piazza Grande, col suo chiacchiericcio vano, gli assembramenti immediati e colossali davanti alle stranezze e ai proclami…». La stessa modenesità che si ritrova negli scritti dei viaggiatori del Grand Tour, come un Charles Dickens di fronte ai contrasti sensoriali di colori, rumori, odori ma soprattutto antropologici e comportamentali di una Piazza che sembra mutare ad ogni angolo, La  stessa piazza che non viene dimenticata da Piovene nel suo Viaggio in Italia o da Marc Augè, in visita a Modena nel 2010. La piazza Grande, intreccio antropologico più che urbanistico  di energie, vitali e mortali  è anche e soprattutto il “locus” in cui Delfini non a caso inserisce i suoi protagonisti più complessi, più contraddittori come quella Caterina detta la morte,  la cui descrizione  appare nella sua introduzione a I racconti della Basca. La Piazza diventa quindi per Bertoni lo stimolo antropologico, più che geografico per approfondire la lettura di Delfini, anche nei suoi viaggi, nei suoi rapporti con la cultura di oltralpe e evidenziare attraverso quei peculiari caratteri di “modenesità”, la sua importanza come scrittore del novecento, ben lungi da un provincialismo locale.

Alberto Bertoni, Scrittori da un ducato in fiamme. Delfini, D’Arzo e il novecento, Corsiero Editore 2016.

 

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