Il Barbiere di Encefalonia

Parigi, 2015, foto gm

Parigi, 2015, foto gm

Il Barbiere di Encefalonia

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L’attesa

Controllò ancora una volta l’indirizzo sul foglietto di carta che gli avevano dato. Era corretto. Lo lasciava perplesso, però, l’insegna posta sulla porta d’ingresso. C’era scritto “Spaccio”. Lui aveva chiesto, al titolare del bar dove aveva fatto colazione, dove potesse trovare un buon barbiere, non tagliava i capelli da due mesi. Ora si trovava lì davanti, attraverso finestre senza tende riusciva a guardare dentro. C’erano cinque o sei persone in grande attività, ma tutto sembrava tranne che un salone da barbiere. Per togliersi ogni dubbio: entrò. Un uomo gli venne incontro con fare gentile. «Buongiorno, in cosa posso esserle utile?» «Buongiorno, stavo cercando il Barbiere.» «Venga dentro, si sbrighi. Ma è matto a urlare così in mezzo alla strada? Non sa che i barbieri sono illegali qui?» La faccia perplessa di Luciano De Rosa, commesso viaggiatore, incitò l’uomo a continuare. «Il barbiere è in un bunker qui sotto, l’attività che svolgiamo qui sopra è di copertura.» Luciano sempre più sconcertato, più perché non sapeva cosa dire che per curiosità, domandò: «E quale attività svolgete qui sopra come copertura?» «Smistiamo e spacciamo cocaina, naturalmente. È una gran rottura di scatole e rende pochissimo, ma cosa vuole è una delle poche attività rimaste che si possano svolgere legalmente.» Mentre pronunciava questa frase prese Luciano sotto il braccio e lo condusse verso un armadio a muro. «Venga che l’accompagno dal barbiere.» «Sicuro, posso stare tranquillo?» «Ma come no, Tonino Guarrattella è il miglior barbiere dello Stato, è latitante naturalmente.» «Gesù.» «Non si metta a invocare che la religione è illegale.» «La religione? Ma mi scusi cosa è rimasto di legale qui?» «Ma non lo sa? Ma dove arriva lei, mi scusi? Sono rimaste legali le solite cose: la corruzione, gli scippi, i furti con destrezza, lo spaccio di stupefacenti, gli omicidi e le stragi. Pure lo sterminio di massa, ma rende così poco che quasi nessuno ci si dedica.» «Capisco.» Disse Luciano e scosse la testa. Doveva decisamente inoltrare la domanda di pensione, questo mondo non era più il suo, le cose cambiavano troppo in fretta. L’armadio a muro si aprì con uno scatto e comparve una scala a chiocciola. «Prego, si accomodi. In fondo alla scala troverà uno degli aiutanti di Tonino ad accoglierla. Dopo, se tutto va bene, la faranno uscire da un’altra porta. Arrivederci.» «Arrivederci.»

Arrivato in fondo alle scale, Luciano venne accolto da un ragazzo in pantaloni rosa aderenti e camicia bianca sbottonata sul petto. «Buongiorno carissimo, venga, la stavamo aspettando.» Si aprì una porta d’acciaio, proprio come quelle dei bunker e davanti a Luciano comparve qualcosa di incredibile. Una stanza immensa, con pareti coloratissime d’arancione, di giallo, di rosa. Poltrone dal design avveniristico, caschi in titanio, flaconi trasparenti di shampoo blu, verde, grigio, viola. Mentre cercava di riprendersi fu avvicinato da un uomo vestito con un completo gessato, stile gangster anni trenta, baffetti alla Poirot e senza l’ombra di un capello in testa. «Buongiorno e benvenuto, sono Tonino Guarrattella. Da questo momento lei non si deve preoccupare di niente, la sua testa è nelle nostre mani, si ricordi soltanto qualora dovesse andar via di dimenticarsi di essere stato qui.» «Qualora? Come ‘qualora’?» «Stia tranquillo, non si preoccupi, si accomodi lì, vicino a quegli altri due signori e aspetti, i ragazzi le porteranno un caffè o un bicchiere d’orzata (sono le uniche due bevande illegali rimasteci). Intanto potrà godersi lo spettacolo di vedermi all’opera, perché è il momento che preferisco della giornata: il momento dei calvi.» Luciano sempre più sbigottito, si accomodò su una poltrona color oro, in mezzo agli altri due clienti in attesa. Entrarono i calvi. Due uomini ammanettati, completamente calvi e con lo sguardo perso nel vuoto, vennero fatti accomodare su due poltrone al centro del stanza. Tonino sorrise felice, fece un inchino verso i tre clienti, che non muovevano un muscolo,  e si mise al centro delle due poltrone. L’aiutante in pantaloni rosa gli portò una Katana. Tonino la impugnò con eleganza e tagliò le teste ai due calvi. Il taglio fu così preciso che il sangue quasi non uscì. Luciano era terrorizzato. Il cliente alla sua sinistra sorrideva, quello alla sua destra ansimava. Quello che sorrideva si rivolse a Luciano: «Permette? Peppe Quagliarella» «Luciano De Rosa.» «Lei ha appena assistito alla soppressione di uomini calvi, garantita dall’Articolo 6 del Trattato Illegale dei Barbieri dello stato di Encefalonia» «Madonna del Carmine.» «Bravo, si sfoghi, qui può bestemmiare.» Detto questo si alzò e andò a sedersi su una poltrona davanti agli specchi dall’altra parte del bunker, dove subì un regolare e perfetto taglio di capelli.

Pagò, salutò e uscì. L’altro cliente continuava ad ansimare, Luciano era immobile, sempre più convinto di essere capitato dentro un incubo. Il cliente ansimante fu fatto accomodare, stava per parlare, per specificare quale taglio di capelli gradisse, quando Tonino lo fermò. «Qui esiste una sola regola mio caro, il taglio di capelli lo decido io. L’immenso, l’infinito, il sublime Tonino Guarrattella.» L’uomo tacque. In pochi minuti Tonino accorciò i capelli all’uomo, rasandoli ai lati e lasciando un unico grande ciuffo che arrivava fino alla base del collo. Tinse i capelli di biondo platino e diede ordine di fare lo shampoo verde. L’aiutante eseguì le istruzioni alla lettera e asciugò. Luciano assistette alla scena in silenzio, sorseggiando orzata; per distrarsi da quella specie di cartone animato, pensava a sua nonna, a quando dopo il riposino del pomeriggio d’estate gli preparava un bicchiere d’orzata. Dolce e ghiacciato, che bellezza. Intanto Tonino guardava la sua opera d’arte, pregò il cliente di alzarsi e disse: «Voilà, abbiamo finito. Soddisfatto, mio caro?» Il cliente si guardò allo specchio, divenne bianco come un cero, prese a sudare copiosamente, si guardò intorno come a cercare aiuto, poi guardò Tonino, sospirò e disse: «Veramente, no.» Tonino lo guardò, sorrise e fece un inchino, poi rivolto al suo aiutante disse: «Protocollo F2.» L’aiutante prese il cliente sotto il braccio e lo pregò di seguirlo, lo condusse in un’altra stanza e gli sparò alla nuca. Luciano sentì il rumore dello sparo e disse: «Ma che è successo?» Tonino rispose: «Niente, gli abbiamo sparato. Vede, fare il barbiere è illegale ma ammazzare i clienti insoddisfatti non lo è. Strano no? Sono le contraddizioni di questa strana terra.» Luciano si sentì mancare, Tonino lo prese sotto il braccio e gli disse di stare tranquillo. «A lei non succederà nulla mio caro, si vede già che lei è un cliente che mi darà grande soddisfazione, si accomodi.» Luciano si sedette, non prima di aver mandato giù un altro bicchiere d’orzata e aspettò il supplizio. A metà taglio, non seppe mai con quale coraggio, se ne uscì con una domanda: «Mi scusi Tonino, se posso, ma come mai se la soppressione dei calvi qui è garantita illegalmente, lei è vivo?» Tonino sorrise come sorridono i bambini davanti a un regalo. «Lei si sbaglia, mio caro, non vede i boccoli biondi che mi circondano la testa? I miei riccioli biondi?» Luciano stava per rispondere quando Tonino gli tagliò la gola con un rasoio.

Parigi 2015, foto gm

Parigi 2015, foto gm

La messa

Tonino Guarrattella era uomo energico e deciso sia come persona che come barbiere. Era intelligentissimo e completamente pazzo. Era l’uomo più temuto di Encefalonia.  Da qualche tempo aveva un pensiero che gli dava fastidio, una specie di retrogusto amaro rispetto a una cosa che aveva fatto. Nei momenti più impensabili, durante il lavoro o durante la pennica pomeridiana (abitudine che aveva adottato e subito adorato da quando era diventata illegale), gli tornava in mente la faccia di Luciano De Rosa, l’uomo che aveva sgozzato con un colpo secco di rasoio un paio di mesi prima. Aveva la sensazione di aver fatto fuori una persona intelligente e di particolare sensibilità. De Rosa gli appariva adesso come qualcuno che con un po’ di educazione, con la giusta pazienza, avrebbe capito, compreso. E, dopo, avrebbe visto i riccioli biondi che gli coprivano la testa e la fronte. I suoi morbidissimi e splendenti riccioli da angelo. Questo pensiero che tornava lo sorprendeva e lo spaventava:, restava un paio di minuti con la testa fra le mani, poi lo ricacciava indietro, sapendo che lui, Tonino Guarrattella, non poteva sbagliarsi. Si guardò allo specchio, i riccioli erano perfetti, l’aiutante quel pomeriggio aveva fatto un ottimo lavoro, prese la giacca e si avviò verso la porta di casa. Era l’una di notte, tra poco sarebbe cominciata la messa. Mise in moto la macchina e si diresse verso la discoteca “El cubo magico”.

Pasquale Gervasetta (questo era il nome dell’aiutante in pantaloni rosa) girava per casa in comodi e aderentissimi pantaloncini arancioni, la sera della messa era sempre particolarmente nervoso. Tonino lo voleva costantemente al suo fianco durante la funzione e, quindi, sotto gli occhi di tutta la Encefalonia che contava. Merda, pensò, i pantaloni rosa erano sporchi, quelli dorati (i suoi preferiti) li aveva indossati la settimana precedente, non restavano che quelli neri: lucidi e bellissimi, ma stretti, porca puttana. Comunque doveva sbrigarsi altrimenti chi l’avrebbe sentito a quello. Gesù, pensò, un’intera città in balia di un calvo che pensava di essere Shirley Temple, la riccioli d’oro dei miei coglioni. Sorrise al ricordo di quando capì la fissa di Tonino e gli accarezzò il cranio lucido sussurandogli: «Madonna mia Tonino, io capelli così morbidi non li ho mai toccati.» Quella volta il viso di Tonino si era illuminato, seppur ciccione, si era inginocchiato con agilità impressionante e gli aveva fatto un pompino. Che schifo, ma la vita e i soldi valevano tutto, un pompino illegale fatto da un ciccione poteva sopportarlo.

Il parcheggio della discoteca era affollatissimo. I vigili e i poliziotti all’ingresso controllavano che tutte le donne avessero il tacco dodici, un numero sufficiente di pailettes e i gioielli per l’occasione. Controllavano poi che gli uomini portassero scarpe lucide nere, punta stretta, cravatte (come legge imponeva) non abbinate al colore degli abiti. Lentamente e ordinatamente tutti entrarono in discoteca. La musica dance anni ’70 pompava dalle casse, le stroboscopiche e le luci colorate facevano il resto. Più o meno tutti ballavano o bevevano caffè e orzata, le bevande legali, ma lo facevano quasi svogliatamente. Tutti quanti erano in attesa di un segnale. Pasquale avvisò Tonino che le porte erano state sigillate. Tonino sorrise, si avvicinò al microfono del deejay  e disse: «Miei cari, è l’ora. Che si disponga tutto per la cerimonia.» Le casse tacquero, le luci si spensero, le luci stroboscopiche furono risucchiate dal soffitto. Da ogni angolo fecero il loro ingresso candele accese, statue di madonne colorate, altare principale e altarini laterali. Dall’alto venne calato un Gesù sulla croce, la croce era verde pistacchio. Sulla testa del Cristo, in luogo della vecchia e legale scritta INRI campeggiava la frase: Solo al Calvario il vero pistacchio di Bronte. La parte centrale del pavimento si aprì come una porta a scrigno e salirono alla ribalta banchi da chiesa, poltrone da cinema e sgabelli da picnic. Tutti con ordine e rapidità si accomodarono. Tonino Guarrattella salì sull’altare insieme a Pasquale e disse: «Nel nome del capello, della tetropeloctomia, del rasoio manuale e dello shampoo santo, amen» «Sia lodato il ricciolo.» Rispose l’assemblea. Tonino proseguì: «Fratelli, prima di inaugurare ufficialmente il settimo anno della messa illegale, raccogliamoci in silenzio e pensiamo a quelle piccole attività legali che abbiamo dovuto svolgere questa settimana.  Vedo in prima fila le sorelle Russaglia costrette anche in questi giorni a fare volontariato. Prego per voi. Lamberto Cinnella, lo so, hai dovuto soccorrere un ferito in pieno giorno, so il tuo dolore, la vergogna quando si è salvato. Prego per te. Prego per tutti voi, fratelli miei, che i vostri capelli siano sempre così come li vedo stanotte: puliti, folti, lucenti, neri, castani, biondi, rossi. Tanti. Vi amo tutti, ogni volta mi commuovete. Amen.» «Che il barbiere sia lodato.» Esclamò Pasquale. «Sempre sia lodato.» Risposero i fedeli in coro, toccandosi i capelli. Tonino fece un cenno a Pasquale, che senza indugiare scese tra la folla, prese una donna dalla terza fila, una donna dai bellissimi capelli rossi e la condusse davanti all’altare. Tonino scese dall’altare e si mise di fronte alla donna. Pasquale la fece inginocchiare. Tonino la guardò negli occhi, le accarezzò i capelli e parlò: «Adelaide, mia adorata, come dobbiamo fare con te? Soltanto questa settimana hai totalizzato venti comportamenti legali, capisci anche tu che non posso passarci sopra.» Adelaide acconsentì con un movimento del capo, lacrimoni le scendevano sulle guance. «Io ti perdonerei, anzi ti ho perdonata, ma non posso dimostrarmi debole di fronte a quest’assemblea, gente che si comporta illegalmente, con devozione, per tutta la settimana. Tu rappresenti il mio più grande dolore, il mio fallimento. Guardami. Come sono i miei capelli?» Adelaide sollevò la testa e disse con commozione: «Sono bellissimi, i riccioli biondi, morbidi come sempre.» Non aveva notato i nuovi riflessi cenere. Pasquale, nel frattempo aveva passato un pugnale a Tonino, che la guardò, la abbracciò e, con un movimento solo, la scalpò. Pasquale e altri due vestiti come le gemelle Kessler, ai tempi del varietà, la portarono via. Tonino fece un largo sorriso rivolto all’assemblea e disse: «Fratelli, con la gioia nel cuore vi invito a pregare con me, recitiamo insieme il primo canto dei radicali liberi.» Si alzarono tutti insieme e cominciarono a pregare.

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© Gianni Montieri

 

 

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