In memoria di Goliarda Sapienza (10 maggio 1924 – 30 agosto 1996)

Nel ventennale della morte di Goliarda Sapienza, avvenuta il 30 agosto 1996, proponiamo una selezione di citazioni dell’autrice che seguiranno un ordine cronologico di scrittura e non di pubblicazione delle opere da cui sono tratte. Nel pomeriggio seguirà un altro post sull’autrice, cui il nostro blog ha più volte dedicato pagine critiche e di approfondimento.

la redazione

copyright Archivio Sapienza-Pellegrino

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Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani.

In Ancestrale (Milano, La Vita Felice, 2013)

Qualcuno mi spingeva giù verso le scale buie. In fondo c’era una notte. Tre volte ho visto il mio corpo rigirare su se stesso, poi ho battuto la testa una volta, due volte, tre volte. Mi sono seduta e ho frugato con le dita fra il sangue del palato appena in tempo per raccogliere nel palmo della mano tre denti bianchi lisci come pietre.

In Destino coatto (Roma, Empirìa, 2002)

ogni individuo ha diritto al suo segreto… non violate questo segreto, non lo sezionate, non lo catalogate per vostra tranquillità, per paura di percepire il profumo del vostro segreto sconosciuto e insondabile a voi stessi. Ogni individuo ha il suo segreto, ogni individuo ha la sua morte in solitudine… morte per ferro, morte per dolcezza, morte per fuoco, morte per acqua, morte per sazietà unica e irripetibile. Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto ed alla sua morte. E come posso io vivere o morire se non rientro in possesso di questo mio diritto? È per questo che ho scritto, per chiedere a voi di ridarmi questo diritto…

In Il filo di mezzogiorno (Milano, Garzanti, 1969)

Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango fin sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare.

In L’arte della gioia (Roma, Stampa Alternativa, 1994 e 1998²)

Io, che con Jean Gabin ho imparato ad amare le donne, mi trovo ora con la fotografia di Margareth Thatcher davanti – sul giornale, beninteso, che da buona cittadina postrivoluzione francese compro tutte le mattine –, e comincio a pensare che qualcosa non è andato per il verso giusto in questi ultimi vent’anni di democrazia. Jean Gabin non ne sapeva nulla di lady di ferro, donne poliziotto, soldate e culturiste. I suoi occhi azzurri – di Jean, intendo – sognavano una donna che fosse come un fiume, un grande fiume languido e vertiginoso che andava a nutrire con le sue acque limpide il mare. Questo ho imparato da lui, e per me la donna è sempre stata il mare. […] il mare segreto della vita, avventura magnifica o disperata, bara o culla sibilla muta e risposta sicura; spazio immenso in cui misurare il nostro coraggio di individualisti incalliti, ladri al ricco e donatori al povero, tutti d’accordo su una precisa breve frase: «Sempre fuori da tutti i poteri costituiti», soli, ma con l’orgoglio di sapere la rettitudine che soltanto l’outsider alligna.

In Io, Jean Gabin (Torino, Einaudi, 2009)

A sirene spiegate (o io sono diventata una criminale molto importante, o loro – sono quasi le dieci – hanno solo fretta di tornare alle rispettive case), percorriamo la città che mi appare più sontuosa e immensa.
La vicinanza di quei carabinieri dai corpi scattanti già protesi alle loro vite private allenta la morsa dei nervi che, ora comprendo, era solo paura della loro forza fisica. Un’altra volta ho provato quel terrore d’essere fra uomini ostili. Quel poco di sicurezza che la donna crede d’avere, tutta la superiorità che a volte t’attribuisce un amante, l’amico, il figlio, spariscono davanti all’inferiorità muscolare – semplicemente muscolare – avvertita in mezzo a due o tre uomini che non hanno più bisogno di fingere rispetto, ammirazione, pietà perché sei femmina e più debole.
Un’altra volta mi sono trovata in una situazione come questa, ed è stato sotto i tedeschi.

In L’università di Rebibbia (Milano, Rizzoli, 1983)

Ecco, quella lunga sfilata di quinte rocciose, che chiudono in un abbraccio vertiginoso la piccola baia e il mio corpo, sono per me una delle infinite forme magnifiche che il diavolo, trasformista per antonomasia, sa prendere.

In Appuntamento a Positano (Torino, Einaudi, 2015)

Anche la puntualità rigorosa di Roberta è identica a quella che aveva in carcere. Qualcuno che non conosce il carcere potrebbe dire: bella forza essere puntuali in un posto dove tutto è tenuto in piedi e sotto chiave da orari precisi, serrature e chiavistelli! Ma non è così. Solo in quel posto scoprii che c’è un’altra puntualità non temporale ma interna, rispondente alle esigenze emotive e spirituali delle compagne: quando spegnere la propria luce se l’altra ha troppo sonno, non far raffreddare il caffè che l’altra gentilmente t’ha preparato, eccetera. Puntualità mistica che probabilmente muoveva i gesti dei frati nelle cento abbazie che ancora s’ergono alte, improvvise isole di silenzio fra le montagne del nostro Sud e che ancora, specialmente al tramonto, vibrano di quella puntualità magica quasi ultraterrena.

In Le certezze del dubbio (Roma, Pellicanolibri, 1987)

Da quando sono nata niente mi sorprende, niente mi entusiasma, ma questo senza dolore o invidia per gli altri che «vivono». A tredici anni vidi mia sorella piangere disperatamente e poi ridere come solo lei sa ridere di gioia. La sua gioia mi fece capire che nessuno poteva essere bello come lei. Nessuno, e capii che sarei morta presto. Lo capii, senza sofferenza né paura, come ora che sono morta da tanto, e nessun rimpianto mi prende di quella che fu la vita.

In Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989 (Torino, Einaudi, 2011)

Ci sono gli attori, le prove, gli innumerevoli spostamenti. Ci sono le parti assegnate. I palchi e i camerini. Poi finalmente c’è il pubblico che se li mangia. E non gli piace la carne di questi artisti! A me piace essere mangiata dal pubblico, è per questo che piaccio a mia volta.

In La mia parte di gioia (Torino, Einaudi, 2013)

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