Riletti per voi #10: Virginia Woolf, Mrs. Dalloway

dalloway

Riletti per voi #10: Virginia Woolf, Mrs. Dalloway, trad. di Pier Francesco Paolini, ed. integrale, Newton Compton (classici moderni), 2004 (e successive edizioni); € 5,90

Che sciocchi che siamo, pensò attraversando Victoria Street. Lo sa il cielo soltanto difatti perché la si ama sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendola e creandola daccapo ogni momento; anche le persone sciatte e insulse, persino i più miseri degli sventurati che siedono là sulle soglie (e devono alla loro perdizione) si comportano allo stesso modo; non si può porre rimedio – Clarissa ne era certa – mediante Leggi dello Stato, per questa semplicissima ragione: tutti amano la vita. Negli occhi della gente, nel ciondolare, nell’andar vagabondando, nell’andare a fatica; nel frastuono e nel fragore; tra carrozze e automobili e omnibus e furgoni e uomini-sandwich dal passo strascicato e dondolante; bande musicali; organetti di Barberia; nel trionfale metallico ronzio e nella strana alta canorità di un aeroplano, lassù, era ciò che’essa amava: la vita; Londra; quel momento del mese di giugno. (p. 24).

Se Leopold Bloom è la proiezione maschile del tanto decantato flusso di coscienza, punto di forza della scrittura sperimentale del Primo Novecento, Mrs Dalloway ne è senza dubbio il corrispondente femminile. Non certo solo Joyce e la Woolf usarono lo stream of consciousness, ma ben pochi scrittori lo fecero in modo così estremo e totalizzante, la Woolf ancora più dolorosamente di Joyce, se vogliamo. Come la Mansfield, grande amica della Woolf, ho molto amato Joyce e non vi ho mai riscontrato le accuse di oscenità che la Woolf vi imputava, ciò nonostante è indubbio che abbiamo davanti due geni e sensibilità differenti, a prescindere dal genere (maschile e femminile) a cui appartenevano. E non mi riferisco neanche solo ai disturbi mentali di cui la Woolf soffrì tra allucinazioni, crisi depressive e impulsi suicidi. [È cosa nota che la Woolf finì i suoi giorni affogandosi nel fiume Ouse, nel 1941, all’età di 59 anni (relativamente ancora giovane), non sopportando più la perdita della lucidità]. È difficile non amare incondizionatamente Virginia Woolf, il suo spirito arguto, il suo femminismo fuori tempo, il suo antifascismo ostinato, il suo essere madre e spirito guida di generazioni di scrittrici incuranti di mode e pregiudizi. Se Mrs Dalloway non è giudicato dalla critica il suo capolavoro, parole ben più calorose sono tributate per il suo To the Lighthouse (Gita al faro); è difficile non ravvisarne l’unicità, la grazia, l’ eleganza, la bellezza, tutte doti che la Woolf aveva in grande quantità, quasi a riequilibrare i debiti di sofferenza che aveva col destino. Mrs Dalloway è un canto in cui la Woolf celebra il suo amore per la vita e lo fa in modo assoluto e del tutto personale, nonostante gli impulsi di morte che non riesce a sopprimere del tutto e circoscrive in un solo personaggio, per giunta maschile, sono gli uomini del suo tempo che governano il mondo, che causano e decidono le guerre, sarà il giovane Septimus Warren Smith, veterano della Prima Guerra Mondiale a morire suicida, lanciandosi da un balcone sotto gli occhi della moglie italiana. Mrs Dalloway sopravvive (a sé stessa, alla società, alla vita stessa), organizza il suo sontuoso ricevimento (ci sarà come ospite un Primo Ministro), celebra la felicità (forse futile e inconsistente) da aristocratica gran dama dell’alta borghesia di Londra di inizio Novecento. Quello che Joyce ideò per Dublino (il labirinto), lei lo fece con voluttuoso sfarzo per Londra (l’ostrica). Tutto in un giorno (di giugno). Un’altra corrispondenza.

Una differente prospettiva, differenti motivazioni. Mrs Dalloway uscì nel 1925, l’Ulisse di Joyce uscì a Parigi qualche anno prima, nel ’22, e siamo sicuri che lo lesse, la stessa Mansfield glielo portò sicura di fare dono all’amica di un capolavoro. La Woolf lo detestò visceralmente, come destava la psicanalisi, come detestava la letteratura ottocentesca d’epoca vittoriana e il suo freddo senso del concreto. Ma adorava Tolstòj e i romanzieri russi per le loro doti introspettive, non lontane da quelle che anch’essa desiderava avere, che le permettevano di parlare dei sogni, dei ricordi, delle delusioni, delle speranze dei suoi personaggi, un tessuto lieve come la tela di un ragno, fatto appunto di impalpabili suggestioni più che di certezze o verità incontestabili. Se Mrs Dalloway sia una donna felice («Dimmi» le chiese, afferrandola per le spalle. «Sei felice, Clarissa…?») è una domanda a cui è piuttosto difficile rispondere. Clarissa è una donna razionale, integrata, forse qualunquista, (Miss Kilman ne fa un ritratto ben impietoso),  che sente che la vecchiaia avanza, toccata dalla malattia, irrimediabilmente sola o meglio solitaria, non ostante il successo sociale e la ricchezza che indossa con disinvoltura come un abito da sera luccicante. Che il suo mondo sia vuoto, che l’amore per il marito sia forse solo fatto di convenzioni,  che la ricchezza non compri le cose più preziose, non fermi il tempo, non allontani la sofferenza e la solitudine, poco importa, l’attaccamento alla vita resta intatto, festoso, credibile. La bellezza di questo romanzo sta nei particolari, nelle piccole cose, la lingua inglese forse più di quella italiana è capace di celebrare la quotidianità, l’abitudine. Se avrete modo di comparare testo originale e traduzioni, ce ne sono varie e bellissime, forse la migliore è quella di Anna Nadotti, vi accorgerete di questa strana alchimia e senso di meraviglia, io ho scelto la traduzione di un uomo, per giocare coi contrasti, non credendo fino in fondo che la letteratura abbia un sesso, una generalità, non ostante i fatti mi smentiscano la Woolf è indubbiamente uno spirito femminile, anche quando ci gioca su queste ambivalenze come nell’Orlando. Mrs Dalloway più che lo specchio della Woolf lo paragonerei al ritratto di una figura femminile ibrida, sebbene è indubbio che attinse al suo vissuto per delinearne i caratteri almeno esteriori e sociali. La Woolf amava venare le sue opere di rimandi chiari solo a lei stessa quindi non lo sapremo mai, quasi che scrivesse più per sé che per i lettori, rendendo il lavoro dei critici ostico e forse quasi inutile o perlomeno ininfluente. Dire qualcosa di nuovo su Mrs Dalloway è praticamente impossibile, generazioni di critici hanno esaminato il testo quasi sotto la lente di ingrandimento. È un testo che si studia a scuola, già alle scuole superiori. Rileggendomi mi sembra di sentire cose già dette, forse anche meglio, da altri, ma ci tenevo a parlare di questo libro, che ha forgiato generazioni di ragazze dimostrandogli che tutto nella vita è possibile, che il talento trova sempre la sua strada, che leggere libri è un’esperienza che rende davvero liberi. E che ognuno ha il diritto di vedere le cose con i suoi occhi, non c’è niente di giusto o di sbagliato. Questa è la mia interpretazione, la mia Mrs Dalloway, tocca a voi (lettori) scoprire la vostra.

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© Giulietta Iannone

 

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