Libri in parallelo: Sarah Bernhardt, le mongolfiere e l’importanza del tostapane

nuovavitalivelli-di-vita1

Julian Barnes, Livelli di vita, Einaudi 2013, € 16,50, ebook € 9,99, traduzione di Susanna Basso
Roger Rosenblatt, Una nuova vita, Nutrimenti , 2016, € 15,00, ebook € 7,99, traduzione di Nicola Manuppelli

Libri in parallelo: Sarah Bernhardt, le mongolfiere e l’importanza del tostapane

di Giulia Guida

*

«You put together two things that have not been put together before. And the world is changed. People may not notice at the time, but that doesn’t matter. The world has been changed nonetheless». Metti insieme due cose – scrive Barnes nell’incipit del suo “Livelli di vita” – apparentemente molto distanti l’una dall’altra e l’assetto dell’universo potrebbe uscirne non solo mutato, ma divelto a tal punto da divenire irriconoscibile a chi lo ha abitato fino a pochi istanti prima: in questo cosmo sottosopra, violentemente illuminato o sfigurato dalla comparsa di una frattura, le strutture rapidamente si sfilacciano o si esaltano, la prospettiva abituale schizza impazzita fuori fuoco, i valori si sovvertono, i contorni si sgranano, deformandosi dentro schegge di colore caotiche, affamate e incuranti delle conseguenze causate dall’esplosione innescata da quel piccolo taglio nella tela. Ѐ una lacerazione sottilissima, quasi non ci si accorge della differenza. Ogni cosa appare uguale a se stessa, mentre tutto diventa alieno come un codice cifrato.

Nelle ultime settimane mi è capitato di leggere due libri in parallelo, due libri che tramite percorsi diversi tentano di venire a patti con la morte di una persona cara. E paradossalmente entrambi – con una tenacia buffa e dolorosa – contengono nei rispettivi titoli la parola vita. Tra immagini che si inseguono in un gioco di correlativi oggettivi, gli autori riflettono sulla distanza che si instaura tra due persone che sono state intimamente legate l’una all’altra, ma che la morte di una delle due ha relegato su livelli di esistenza inconciliabili. Pertanto, mi è sembrato naturale e necessario seguire il consiglio di Barnes e rileggere il suo romanzo alla luce di Una nuova vita di Roger Rosenblatt, pubblicato questo gennaio da Nutrimenti nella bella traduzione di Nicola Manuppelli. Ho deciso di mettere insieme due uomini, Rosenblatt e Barnes, entrambi artigiani della parola (sebbene negli ultimi anni si sia dedicato principalmente al memoir e alla saggistica, Rosenblatt è stato un nome di punta del giornalismo statunitense, lavorando tra gli altri per il New York Times e il Washington Post), il cui status quo viene improvvisamente sconquassato da una perdita inaspettata: per Rosenblatt la figlia Amy, deceduta a causa di un infarto dovuto a una malformazione cardiaca congenita, e per Barnes la moglie Pat, morta morta poco tempo dopo che le era stato diagnosticato un cancro. Nei giorni successivi al lutto, il corso del tempo si arresta, il presente si sospende in un limbo privo di accadimenti, il corpo si prosciuga fino a trasformarsi in un groviglio informe e bellicoso di linee spezzate, le mani compiono sovrappensiero i gesti di sempre – versare il latte nella tazza, rispondere al telefono, rassettare i cuscini del divano – come se queste azioni potessero ancora reclamare un significato dentro schemi condivisi, ma gli occhi sono altrove, rovesciati tra i fotogrammi della memoria, le rughe si disegnano sulla fronte cave come lo scheletro di un feretro. Di fronte a queste morti – in cui a mancare non è soltanto la presenza fisica della persona, ma soprattutto quella morale –  Rosenblatt e Barnes si sentono d’un tratto vecchissimi, colpevoli di essere sopravvissuti e soli. Di una solitudine che – la lingua originale in questo caso ci aiuta – non è solitude, isolamento ricercato e goduto, ma loneliness, senso di abbandono e incomunicabilità. I due uomini sono soli nel mondo, soli con il loro carico di sofferenza da sbobinare nel processo senza fine che Barnes definisce grief-work, il lavoro da compiere sul e attraverso il dolore per poter costruire un nuovo schema, che abbia interlocutori e oggetti diversi, ma che permetta al sopravvissuto di orientarsi nel mondo-voragine che gli si dischiude davanti. In quanto scrittori, è nella reinvenzione della lingua che i due individuano lo strumento per rapportarsi a una realtà ormai permanentemente danneggiata. La lingua non deve essere edulcorata, non può pretendere consolazione, da qui l’insofferenza degli autori per il ripetersi di formule come “mi dispiace per la scomparsa di tua figlia” o “nonostante la sua battaglia contro il cancro, è venuta a mancare”: per diventare reale, la morte ha bisogno di una lingua precisa, che non faccia giri di parole, che sia lo specchio diretto dell’assenza.

Alla morte della figlia, Rosenblatt si trasferisce con la moglie nella casa che Amy condivideva con il marito Harris e i loro tre figli, Jessie, Sammy e James. I ritmi regolari della sua vita precedente e l’ordine quasi innaturale della casa di Quogue vengono completamente ribaltati. I coniugi Rosenblatt si trovano giocoforza a distanza di vent’anni a essere di nuovo investiti del ruolo di genitori: i corsi universitari di scrittura creativa vengono sostituiti da lezioni di pianoforte, danza, basket e piscina, le giornate cominciano a essere scandite da compiti da supervisionare, zaini da preparare, canzoni da cantare, giochi da inventare e toast da cucinare. A questo proposito, a partire dal titolo del romanzo in lingua originale, Making a toast, il toast si trasforma nel simbolo della riscoperta del rito come mezzo di ritorno alla vita: ogni mattina Rosenblatt prepara i toast per i suoi nipoti – c’è chi lo preferisce con il miele, chi soltanto con il formaggio, chi con la marmellata – e l’autore comprende come in questo gesto, in queste due mani che armeggiano con cura intorno al tostapane, si rinnovi giorno per giorno l’essenza più profonda della famiglia. Così come, e si torna all’importanza della lingua, Rosenblatt istituisce il gioco “la parola del giorno”, proponendo ogni mattina una nuova parola scritta su un post-it giallo, intorno alla quale i bambini possano discutere, disegnare, suggerire sinonimi e contrari, ampliando le proprie conoscenze e stimolando la fantasia. La seconda vita dei Rosenblatt si fortifica grazie alla costruzione di una nuova serie di tradizioni («tutti hanno bisogno di uno schema» scrive Barnes), che si interfacciano con il gioco, con il sogno e con l’immaginazione. E nella tradizione ritorna in vita Amy, che nei racconti dei familiari e degli amici, viene tratteggiata come una donna trasparente, altruista, sempre disposta all’ascolto, dotata di un senso di comunità contagioso, molto critica e intelligente, seppur in alcuni momenti testarda e ferma nelle sue posizioni. Amy, riflette il padre, «aveva il dono di rendere tutto rito e tradizione, le due qualità  che Yeats desiderava  per la figlia nei versi “Una preghiera per mia figlia”». Una delle immagini più potenti del componimento si traduce nel verso «May she become a flourishing hidden tree», che ben si adatta a Amy, un albero saggio dalle radici salde, amante della famiglia e dello stare insieme, cresciuto in disparte non per contrarietà ma per spirito d’indipendenza.

Mentre attraverso la parola Rosenblatt riscopre come una luminosa intuizione la dimensione del quotidiano e la crucialità del rito, Barnes traccia con una lingua elegante, piana, seppur non esente da parentesi liriche, una parabola fiabesca sulla distanza tra le persone e sull’impossibilità di vivere allo stesso livello quando la morte interferisce nelle vicende umane o quando le prospettive e le intenzioni con cui si guarda il mondo divergono. Contrariamente a Rosenblatt, che sceglie la struttura del memoir puro, Barnes costruisce un trittico di narrazioni, in cui la storia e la fiction si mescolano con l’autobiografia, tirando in ballo il fotografo Nadar, il pioniere dell’aerostatica Fred Burnaby e il suo amore impossibile per la “Divina” Sarah Bernhardt, che preferisce viaggiare sulle mongolfiere piuttosto che sui veicoli a motore perché “il pericolo è preferibile alla sicurezza”, la libertà alla stabilità, l’avventura all’abitudine. Quest’amore sognato e poi negato, che capovolge il mondo di Burnaby, è la storia-simbolo dello scontro tra due dimensioni incompatibili, il cielo e la terra, tra due livelli di profondità che non possono coincidere, ma che beffardamente continuano a parlarsi.

Cosa rimane, infine, di tutto questo dolore? Per Barnes emerge una consapevolezza nuova, semplice ma dirompente: vivere, riflette l’autore, significa saper dare il giusto valore al tempo che passa, fare della propria vita un rito la cui ripetizione non scada nella monotonia – che poi alle volte la monotonia ci può e ci deve stare – accogliere l’amore anche se amore può voler dire vulnerabilità. Barnes, da parte sua, chiude il romanzo con un interrogativo: sono gli uomini a combattere il dolore o è il dolore a spostarsi, a cambiare dimensione, tempo, referente? Siamo forse esseri in perenne movimento? Se così fosse, un giorno, sulla spinta di un vento buono, potremmo salire a bordo della mongolfiera giusta e ritrovarci on the same level again.

*

© Giulia Guida

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: