Oswaldo Reynoso, Niente miracoli a ottobre

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Oswaldo Reynoso, Niente miracoli a ottobre, Edizioni Sur, 2015 (trad. di Federica Niola), € 16,00, ebook € 9,99

di Martina Mantovan

 

Tra le strade di Lima viene messa in scena la caleidoscopica commedia umana di un corpo sociale in trasformazione, diviso e ferito dalle marcate iniquità di ceto e da un inurbamento massiccio e dissociato da un parallelo processo di industrializzazione. Nella Lima degli anni Sessanta non c’è spazio per gli ultimi: l’ingranaggio sociale si alimenta delle miserie quotidiane, del sangue e del sudore dei sommersi che cercano di farsi salvati, di tenere alta la testa per non affogare in un mare di ingiustizia e folla.

E il cielo color cenere brucia lentamente, e diventa arancione, sopra le case vecchie e grigie al centro di Lima. A occidente si annuncia l’ora delle streghe. I volti bruni diventano color mattone scuro e quelli pallidi acquisiscono una magica tonalità rosata. E nella via stretta, fra i muri delle case, la folla neroviola avanza come un’onda, ritmica, spingendo, pregando, ammassandosi.

Nel giorno della processione del Signore dei miracoli, patrono del Perù, l’autore ci invita ad immergerci nelle vite di una famiglia, nella sua tragedia casalinga; nei piccoli grandi drammi personali, nelle fatiche e preoccupazioni, negli orgogli e nelle modeste meschinità: Don Lucho, padre e impiegato di banca, si oppone alle conseguenze di uno sfratto che reputa declassante, terrorizzato all’idea di veder scivolare la propria dignità tra la melma delle barriadas di periferia. I capitoli scandiscono le dodici ore entro cui si svolgono gli avvenimenti: la frenetica corsa di Don Lucho; la preghiera della madre, angelo del focolare e di un’economia domestica divenuta sistematica lotta per la sopravvivenza; le miopi illusioni della figlia Bety circa la possibilità di una scalata sociale attraverso il proprio corpo; l’insofferenza e imminente deflagrazione di un figlio in cerca di riscatto attraverso un senso indefinito di rivolta.È dalla “violenta mareggiata” degli individui, dall’agglomerato umano, che Reynoso fa emergere i suoi personaggi, ritraendoli nell’impietosa verità dei loro corpi, nel loro essere profondamente mondani, umani e condannati. Nell’indistinzione della massa che si fa processione il potere affonda le sue radici; dalle fluttuazioni sinuose e sensuali del profano si innalza il sacro: un cristo crocefisso quale trasfigurazione dell’umanità sofferente che se ne fa carico, testimonianza simbolica della dominazione, del potere che dall’alto piega le schiene e asserve gli animi. Solo nella profanazione del sacro, e dunque del potere, si apre uno spiraglio di dignità; rompendo le righe dell’accondiscendenza e del timore del venerabile in tutte le sue degenerazioni, divine e umane, Reynoso vede quell’urgenza necessaria alla creazione di una consapevolezza politica e rivoluzionaria.

E furono gli schiavi, solo gli schiavi, che nelle loro immonde stalle ritrovarono, nel Cristo dipinto su un muro a Pachacamilla, la magia selvaggia dei loro antichi dèi africani. Quel Cristo, dipinto da una mano schiava su un muro miserabile, apparteneva a loro: che differenza rispetto ai lussuosi Cristi che i loro padroni veneravano nelle chiese di pietra scolpita adorni d’oro e d’argento: che differenza rispetto ai Cristi vestiti di raso e seta che i loro signori portavano in processione, tra fiori, incenso e profumi, per le vie di Lima. Magico muro innalzato con il sangue che resisteva alla violenza dei terremoti che spazza ogni cosa.

Dall’alto della sua imperturbabile superiorità e del suo terrazzo osserva la moltitudine Don Manuel, deus ex machina delle sorti cittadine: speculatore e ricco bancario, effige del potente capriccioso e dispotico, Don Manuel ha una spina nel fianco, croce e delizia della sua autorità. Questa fenditura da cui cola la sua debolezza dimora nella vita privata: è nell’indomabilità e nell’impotenza di sottomettere nella totalità Tito, giovane efebo cresciuto nella povertà e indotto alla prostituzione, che Don Manuel opera quello scollamento che finisce per sgretolarne l’immagine granitica e tirannica.
La decisione di mettere a nudo il potere e la sua natura violenta, di dimostrarne il carattere trasversale e pervasivo, è il motivo intimo per cui quest’opera, quando uscì nel 1965, fece scandalo. Il rapporti sessuali tra Don Manuel e Tito sono una delle tante declinazioni del dominio di un uomo su un altro.

Dal ventesimo piano del palazzo del suo Banco contemplò Lima: Babilonia della porcheria: ai suoi piedi, case basse e sporche e, ogni tanto, un grattacielo di cemento, vetro e acciaio; pochi parchi; per le strade, strette e lunghe, auto e tram sgangherati, ammucchiati agli angoli; e il cielo grigio, triste, zozzo; discariche pensili, aeree, color terra marcita. A posto così: se il suo Tito fosse stato un amante incondizionato, appiccicoso, come molti, lui si sarebbe già stancato, ma la sua tenera ribellione lo rendeva, ogni volta, più appetibile: lo avrebbe sopportato fino al momento del ribrezzo, della noia, a quel punto lo avrebbe cacciato come un cane, come un cane, dai suoi vasti domini, ossia dalla sua città.

Reynoso incrocia e mescola i destini e gli odori, i linguaggi e le vicende. La sua prosa è la concretizzazione del disegno profondo della sua narrazione: da scrittore marxista, con una vocazione etica, politica e creativa completamente tesa all’analisi e alla rivoluzione sociale, egli dimostra la capacità di coniugare la parlata gergale con il disquisire colto, evitando in ogni caso la deriva ideologica e pedagogica e l’accusa di “populismo intellettuale”. L’umanità variegata, infelice e splendente, che si raduna nell’affresco di Niente miracoli a ottobre mostra, nella sua minuziosa caratterizzazione, la coerenza e fedeltà contestuale della prosa dell’autore: la sua estetica letteraria non eccede mai sull’etica e sul reale.
Sotto il balcone nero coloniale del potere ribolle il magma viola: nel vociare e tra i volti che compongono la processione Reynoso trova gli elementi di quel barocco che compone il reale: la risata volgare e il trasporto estatico sono le facce della stessa medaglia; l’incenso, il sudore, i fiori, il pisco, l’essenza distillata dell’ennesima promessa tradita. Poiché non è sufficiente una tunica viola a realizzare l’uguaglianza: l’atto idealmente salvifico è solo un’altra arma del potente. Non ci saranno miracoli a ottobre; non  questo, e nemmeno i seguenti.

Ma mentre tutti finiscono allo stesso modo nella polvere, nel nulla; mentre tutti divengono uguali grazie alla magia ruffiana di una tunica viola, ci sono alcuni, seppure pochi, che aspettano la morte livellatrice saziandosi abbondantemente dei frutti saporiti della vita e lasciando ai molti la scorza dura della terra, la fame e l’incerta speranza nei piaceri di un paradiso nell’oltretomba.

© Martina Mantovan

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