Helene Paraskeva, L’odor del gelsomino egeo

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Helene Paraskeva, L’odore del gelsomino egeo. Poesie
Prefazione di Plinio Perilli. Postfazione di Annamaria Ferramosca
La Vita Felice 2014

 

«E l’unica speranza/ il rapace che attorno vira, vibra, libra/ affamato, prepotente/ e scarno». Sono versi tratti da L’odore del gelsomino selvatico di Helene Paraskeva e ne indicano in modo chiaro alcune peculiarità: il respiro ampio a dispetto della brevità della misura scelta; il lavoro di montaggio e smontaggio con le parole, con coppie o triadi di termini attigui e differenziati per aggiunta o scarto di lettera, cambio di iniziale; il procedimento, che attraversa e supera il divertissement, rivelando l’intenzione pro-vocatoria (si chiama avanti, si sfida, si e-sorta vivamente alla riflessione). E ancora: il filo conduttore del viaggio (nel caso dei versi menzionati il tema è già rivelato dal titolo del componimento, Viaggio in automobile); lo scenario naturale preso, traslato e non di rado trasformato ad arte.
L’odore del gelsomino egeo si mescola ad altri odori in un itinerario che attraversa mondi diversi eppure accomunati dalla curiosità e dalla creatività di Helene che fa incontrare miti della sua terra natia e personaggi a lei familiari dalla frequentazione di lunga data con la letteratura di lingua inglese. È bosco straniato, ancor più che incantato, è piazza metropolitana, è interno, luogo di riti sociali smascherati come asfittici e ipocriti, è giardino domestico, è macchia mediterranea, è giungla preromantica allestita per l’incontro con «la lungimirante belva», la tigre di Blake, è, ancora, la selva bizzarra di incontri del paese delle meraviglie di Lewis Carroll.
Annusiamo allora quegli odori, gelsomino, origano ed incenso, candele e parate, sacro e sociale; esploriamo quei luoghi che ci sorridono ora miti ora scientemente stralunati ora palesemente beffardi: «Brucia l’origano, brucia l’incenso,/ bruciano le candele, le parate,/ i panegirici e le finte feste.// Indosseremo del Centauro Nesso la camicia/ che, insieme al resto, l’acuta fitta cauterizza./ Sì, cauterizza.»
Il nostos – molto di più di un tema, qui, è un personaggio di primo piano – è ripreso e talvolta persino strattonato, così che perfino la nostalgia ha odore, sapore, connotazione introvabili altrove: «Non lo cercare/ il mondo che tu conoscevi, non c’è più,/ Ti sfugge, corre, scorre,/ vola via, evapora./ Né quella vecchia/ divisione regge più,/ sembra un’idea romantica.» Eppure, non si depone del tutto la speranza e il ritorno si palesa per ciò che appare più caro e familiare e prezioso a colei che scrive, il racconto, memoria e affabulazione, memoria e trasmissione di affabulazioni: «Pensa alle storie incantate/ che ascoltavi con piacere,/ nereidi, fauni e mostri antropofagi./ Pensa alle principesse, alle festose lavandaie,/ ai principi guerrieri/ e ai titanici serpenti che/ divenivano divini fiumi.// E torna a raccontare!»
E se lo sguardo, acuto e tagliente, affronta con puntigliosa precisione il pirandelliano passaggio dall’avvertimento al sentimento del contrario («Quando la vedi, ridi poco./ Si concia lei, si agghinda/ e si presenta nel ridicolo./ Dice banalità e odora/ di aloe brevifoglie/ e fognature antiche»), si fa strada, con arguto metodo, la ferma volontà di tramandare ricordo e storie, di non permettere al farmaco-veleno della dimenticanza di ottundere la coscienza. Si insinua, con la parvenza ferina e l’astuzia della ragione, attraverso i sentieri familiari (i soli riservati, si legge il sarcasmo tra le righe, al muliebre pensiero) e risuona con il timbro della bellezza feroce, denuncia e denuda. L’invito, rivolto a Milly-Molly (Bloom), a cantare, l’esortazione rovesciata alla musa terrena e femminile di odori e luoghi «molli» è dunque ancora una volta espresso con il gioco-lavoro di montaggio e smontaggio. Svela, mostra, palesa, manifesta la ferita aperta, sanguinante e dichiara, fiera, indomita, l’intento di combattere ogni violenza, ogni sopruso, di scoperchiare ogni insabbiatura, chiamando per nome e collocando nel tempo, di volta in volta, la prevaricazione perpetrata. La poesia Cose da donne si fa così insieme invocazione dagli odori e dai colori penetranti e autorevole manifesto poetico: «Cantaci, Milly-Molly, mollemente,/ di private, misteriose,/ odorose cose femminili!// Negavano alle detenute/ i colonnelli acqua e servizi. […]// Di ghigno vesti la retorica,/ di autorità travesti la sopraffazione / e cantaci, oh, Musa Milly-Molly,/ cantaci di quelle vergognose cose, femminili e molli!»
Sarà allora necessario tornare più di una volta su ciascuno dei testi, riattraversare boschi e giungle e macchie e corridoi, tuffarci insieme a Saffo da uno scoglio, passare l’imboscata di Procuste, incontrare sguardi ferini e occhi strambi come quelli del Cappellaio Matto per comprendere appieno la ricchezza e la profondità di senso dell’eclettismo che ha preso dimora tra le pagine scritte da Helene Paraskeva.

© Anna Maria Curci

 

Viaggio in automobile

Brulli
d’inverno i nidi
si stagliano sugli alberi
spogli lungo l’autostrada.

E l’unica speranza
il rapace che attorno vira, vibra, libra
affamato, prepotente
e scarno.

 

Ti riconosco

Ti riconosco
dai riflessi azzurri,
d’oro o meglio ancora platino
della carta di credito.
Dai multi-liberatori-creditori
e dai procacciatori-profittatori.
Ti riconosco
dal marchio commerciale
sull’aria respirata
e sull’acqua avvelenata
a liberazione ultimata.
Dalle vacanze da trascorrere
a inquinare luoghi intatti
e scorrazzare al sole,
prima di rincasare
nelle periferie sterminate,
nidi di sogni e fantasie sbagliate.

 

Quando la vedi 

Quando la vedi, ridi poco.
Si concia lei, si agghinda
e si presenta nel ridicolo.
Dice banalità e odora
di aloe brevifoglie
e fognature antiche.

Anche se porta
lo chignon posticcio, lei,
tu aggiusta quella protesi
di anima tua e gioisci poco.
È la tua ombra ton sur ton
vestita di organza azzurra
e fiorellini blu.

 

Cose da donne 

Cantaci, Milly-Molly, mollemente,
di private, misteriose,
odorose cose femminili!

Negavano alle detenute
i colonnelli acqua e servizi.
«Osano ribellarsi?
Nel loro sangue falle marcire allora.
Femmine sono! Donne!
Sono ferite aperte, sanguinanti!
Devono ubbidienza anche per questo!»

Di ghigno vesti la retorica,
di autorità travesti la sopraffazione
e cantaci, oh, Musa Milly-Molly,
cantaci di quelle vergognose cose, femminili e molli!

 

Il canto di Ecuba

La gioventù è una malattia mortale

Fra nuvole d’acciaio
e onde di piombo
navigava
e dagli antipodi, Ecuba
cupi canti cantava.

«All almost appeared blue
Clear eyes, face youthful,
Life lay light
Striped summer wearing white

E il coro replicava:
«Mi brucerei ancora
sui carboni ardenti della gioventù.
Ancora.»

 


Nata ad Atene, Helene Paraskeva vive a Roma da anni. Il suo percorso di immigrata ed extracomunitaria “ante litteram” la spinge a confrontarsi con la precarietà quotidiana pur trovandosi adesso a far parte dei cittadini dell’Unione Europea. Oltre all’insegnamento curriculare nel Liceo Linguistico, ha portato avanti progetti interculturali collaborando con ONG, Enti Locali e Università. Autrice di poesie, ha scritto anche teatro e prosa (numerosi racconti e un romanzo). Una certa “teatralità mediterranea”, dicono, non la abbandona mai. Ultimamente è tornata a scrivere e pubblicare poesie anche in greco. Fa parte della Compagnia delle Poete.

 

2 commenti su “Helene Paraskeva, L’odor del gelsomino egeo

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