John Irving, Hotel New Hampshire (di Francesca Piovesan)

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John Irving, Hotel New Hampshire, Bompiani, 2000, traduzione P.F. Paolini, € 10,00, ebook € 6,99

 

La prima delle illusioni di mio padre era che gli orsi possano sopravvivere vivendo come esseri umani, e la seconda era che gli esseri umani possano sopravvivere vivendo in alberghi.

Il mio primo libro di Irving. Ho consapevolmente deciso di iniziare da questo, forse avrei avuto una strada più facile con Il mondo secondo Garp,  ma le strade in discesa non mi incuriosiscono più di tanto.
Hotel New Hampshire è la storia di una famiglia numerosa. Si potrebbe definire una classica famiglia americana con quattro figli, un cane e nonno al seguito. Tuttavia l’aggettivo “classico” non si addice molto alla famiglia Berry. Il capofamiglia, Win Berry, fin dalla sua adolescenza insegue un sogno, che per tutta la lunghezza del romanzo (447 pagine) ci sfugge. Non riusciamo veramente a capire cosa desideri questo padre per sé e per tutti i suoi cari. L’unico mezzo ricorrente per raggiungere questo stato di benessere ed appagamento è l’avventura alberghiera: gestire hotel. Hotel improvvisati, improbabili: vecchie scuole femminili restaurate con sedie inchiodate al pavimento, rifugi di prostitute e terroristi nella Vienna degli anni ’50, rovine del Maine trasformate in punti di arrivo per nuovi ciechi e donne stuprate. Un’intera famiglia che cresce e muta anche la sua fisionomia all’interno di camere numerate, e biancheria inamidata.
Irving costruisce un romanzo mastodontico e non solo per la mole. Qui troviamo tutto: le tre fasi della vita, l’amore malato e violentato, l’amore vissuto contro ogni convenzione sociale imposta, l’omosessualità mai confessata ad un padre ma sempre compresa, la morte improvvisa e violenta, il non essere cresciuti abbastanza.
Le situazioni che descrive Irving spesso hanno del grottesco, ti inducono quasi a provare un leggero fastidio per come i componenti della famiglia reagiscono. Messi di fronte a tragedie che li colpiscono ad intervalli regolari, si rialzano quasi come se il dolore percepito fosse sottile, facilmente accantonabile. In loro prevale sempre la realizzazione del sogno, il “voler passare attraverso le finestre aperte”, il non voler mai colpevolizzarsi, il vivere tutto e subito come qualcosa di irrefrenabile.
Questa matassa di emozioni mi ha un po’ stordito. Non riuscivo ad elaborare le reazioni dei personaggi, che subito subentrava un nuovo elemento di rottura che scompaginava la situazione appena delineata. Se cercate un romanzo dove un’emozione venga elaborata in forma completa, credo questo non faccia al vostro caso. Qui si vive di caos, di nani con un circo “particolare”, di orsi animali ed orsi umani, di bombe “simpatiche” fatte scoppiare eroicamente.
Nel caos io mi sono anche commossa. Poche parole gettate a caso, delle morti descritte in maniera talmente semplice e spietata che non hai nemmeno il tempo di sentire il nodo in gola. Tutto si compie mentre tu stai vivendo altro, e per Irving non ci sono tempi di attesa o di sofferenza. Per lui c’è solo la cruda realtà ed il dolore stupito.
A distanza di giorni sto interiorizzando il tutto. A fine lettura non è stato così semplice, alcuni personaggi li ho pure disprezzati: piccole icone adolescenziali che in età adulta hanno perso la magia e si sono accontentati di una vita di compromessi. Poi però ho riflettuto, ed ho capito che la banalità è stato lo strumento finale utilizzato da Irving per creare quella sconnessione che avrebbe portato il lettore a riflettere.
Ve lo consiglio solo se avrete la pazienza di leggerlo un po’ alla volta, tutto d’un fiato sarebbe una stretta allo stomaco troppo difficile da sopportare.

E così continuiamo a sognare. Così inventiamo le nostre vite. Ci diamo una madre santa, facciamo un eroe di nostro padre. E il fratello maggiore, la sorella maggiore…anch’essi diventano nostri eroi. Inventiamo ciò che amiamo e ciò che ci fa paura. C’è sempre un eroico fratello perduto – e una sorellina perduta, anche. Seguitiamo a sognare, a sognare: il miglior albergo, la famiglia ideale, la vita e le vacanze… E i sogni poi ci sfuggono, quasi altrettanto vividi e precisi di quanto noi riusciamo a immaginarli.

© Francesca Piovesan

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