Laura Liberale, incidenti

parigi 2015, foto gm
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Incidenti

(un racconto a due voci)

 

Sono come una marionetta rotta, con gli occhi caduti al di dentro

(E. Cioran)

Gli occhi dietro le palpebre si sono rovesciati e ora guardano dentro

(R. M. Rilke)

*

Non l’avevo certo scritto sulla scheda attitudinale del corso. Anziché al tirocinio mi avrebbero gentilmente spedita da un approfonditore. Quattro anni di cura – dai dodici ai sedici, per disturbo post-traumatico – con madame “approfondiremo” potevano bastare. Avevo approfondito tutto l’approfondibile. Ero ripetutamente scesa, agganciata a madame, nel fondale della mia tragedia, ci avevo nuotato in apnea, smuovendo qualche pietra qua e là, strappando qualche alga insidiosa, raggirando qualche ostruzione, sollevando spesso un pulviscolo sabbioso davanti agli occhi che m’uscivano dalla testa nello sforzo di spalancarsi. Quando avrei voluto soltanto che una voragine s’inghiottisse il mio mare, che un bastone biblico lo squarciasse in due per farmici passare in mezzo, cieca. I miei occhi in cambio del potere di dimenticare. Mammina che allatta un’ultima volta il suo piccino. Mammina che a dicembre vuole fare l’uccellino.

Ne erano già passati quattordici.
In verità ai primi anni dopo l’incidente preferiva non pensare.
Lui si era portato dietro le ombre frullanti e spietate di tutti i bambini futuri di cui avrebbe potuto prendersi cura.

Motivazioni: “Amo i neonati” (piccoli sbadigli bradipi). “Credo nelle potenzialità che ogni nuova esistenza reca con sé” (fiati zuccherati, occhietti che andirivengono fra due mondi, senza appartenere più all’uno né ancora all’altro).

Esperienze: “Cresciuto un fratello minore di dodici anni” (sono stata il sughero storto e smangiato messo a tappare mamma-assenza).
Questo avevo scritto e non: “Sono le madri a interessarmi davvero. Il motivo autentico per cui voglio questo lavoro”.
Le madri al loro esordio, al principio dell’avventura vitalizia. Le madri, prima che, assieme al latte, arrivi qualcos’altro a portarsele via, facendole volare dalla finestra.

Non si era mai sposata.
Ed era stato tutt’altro che un problema. Le mamme che le affidavano i propri figli pensavano che così avrebbe avuto una maggiore disponibilità nei loro confronti. In effetti, non avrebbero potuto ottenerne di più da lei. Ci sono delle persone fortunate che scoprono molto presto con che cosa vogliono tenersi occupate a questo mondo. La sua scoperta erano stati i bambini.
Tutto era cominciato col figlio della sorella, quando aveva appena diciassette anni.
«Da allora ne è passata di pipì sotto i ponti» aveva ripetuto spesso, col suo rassicurante sorriso.
Fino all’anno del cinquantasettesimo compleanno, quando il ponte era crollato di colpo, seppellendo la casa lasciatale dai genitori, l’altalena e la grotta delle meraviglie in giardino, il forno in cui cuoceva le sue torte, lo scaffale di libri per l’infanzia, la cesta dei giochi, il letto su cui poche volte aveva sofferto la solitudine. Davvero poche. Perché i bambini, anche se altrui, sono materia a espansione, riescono a infiltrarsi nei buchi più nascosti della tua vita, fungendo da collante per tutti i tuoi pezzi rotti o mal incastrati.

Era iniziato come tutti gli altri giorni.
Mi ritrovavo davanti alla scuola ancora prima di essere del tutto sveglia. Mi ci accompagnava mio padre, che negli ultimi tempi era diventato sempre più silenzioso durante il tragitto. Ma andava bene così. Non mi è mai piaciuto parlare appena alzata, neanche da bambina. Ogni mattina guardavo le cose dal mio bozzolo di sonnolenza (che non si sarebbe sfilacciato del tutto prima delle due ore successive al risveglio e comunque ben dopo l’inizio delle lezioni). Un guardare da narcosi, senza domande, senza bisogni, come un animale tondo e pieno che si gode il suo caldo senza sapere di goderne. Un guardare senza veggenza. Adesso non è più così, tranne forse le volte in cui ho la febbre e fisso i rettangoli di luce delle tapparelle in camera da letto. Non lo è più da allora. Oggi mi sveglio sempre come appena predata. Vigile, scarna, unghiata e zannuta. Pronta a scattare. L’avevo guardata senza vedere che stava per morire. E non era successo un giorno solo. Perché lei era morta a poco a poco.

Poi si era ritrovata di nuovo alla luce. Forse all’inizio erano state le mani di Dio a scavare fra le macerie fino a lei. Aveva ripreso a uscire di casa, ad accettare che l’universo dei bambini fosse diventato un mondo parallelo percettibile solo da lontano. Irraggiungibile. Ma confidava ancora in un segnale. Come un piccolo, fiducioso radar spalancato sul cielo immenso.

 Ero stata troppo occupata a decidere cosa provare nei confronti di mio fratello per accorgermi di qualcosa. Doveva per forza essermi stata davanti qualche volta piangendo. Anche solo silenziosamente. Con discrezione. Con il rispetto per l’incolumità dei miei dodici anni. Doveva avermi mostrato, anche solo involontariamente, un po’ della paura che le aveva rovesciato gli occhi all’indentro, schiaffandoglieli da qualche parte, allo stretto, tra le pareti imbottite del cervello. Perché è così che funziona. Adesso lo so.
Troppo occupata a contorcermi fra la più pura tenerezza e l’odio più limpido per il bambino. Troppo occupata a gestire l’incandescenza della gelosia, a raffreddarla nell’amore e poi a riportarla, di colpo, senza preavviso, alla temperatura più alta che potessi sopportare.

 Le disgrazie ti tatuano la faccia, che tu ne sia o meno responsabile. Fino a quando la memoria della gente non fa sbiadire le linee. Sotto pelle, però, la scarificazione si rinnova  continuamente, esatta e invisibile.
Nessuna madre, da allora, s’era arrischiata a concederle il proprio figlio per medicarla, per alleviarle il dolore.
Certe disgrazie hanno l’assolutezza di un esilio a vita.
Prendeva l’autobus, quasi ogni giorno, col bel tempo, per andare in uno dei tanti paesi vicini. A volte arrivava fino in città. Camminava per le strade, lungo i vialetti dei parchi, nei giardini pubblici. Come per puro diletto.
Per un po’, dopo l’incidente, le era sembrato che quei pochi bambini entrati ancora a casa sua venissero guardati a vista da chi li accompagnava.  Come se la disgrazia si fosse incarnata in una bestia in letargo e bastasse la loro presenza a riaccenderne la fame. Poi era invecchiata, i bambini erano cresciuti e di nuovi in visita non ce n’erano più stati.

 La bidella era entrata senza bussare.
(Ho sonno.)
Si era avvicinata alla professoressa di matematica che scriveva alla lavagna e le aveva messo una mano sul braccio.
(Ha il camice scucito sotto l’ascella. Devo dirglielo nell’intervallo.)
L’aveva presa per il braccio e portata fuori dall’aula, senza parlare.
(Sta succedendo qualcosa. Di colpo sono sveglia.)
La prof era rientrata senza chiudere la porta.
(Aspetto. Come tutti. È troppo seria. Non promette bene.)
Era restata in piedi, mi aveva guardata e mi aveva chiesto di uscire con lei.
(Io? Perché? Delle sedie stridono sul pavimento.)
Mi aveva invitata a seguirla in presidenza, mettendomi un braccio attorno alle spalle.
(Almeno non ce l’ha con me.)
La preside si era alzata dalla sua poltrona, si era avvicinata e, prima di parlare, mi aveva fatta sedere.

Si sedeva dove capitava. Spesso non troppo distante da altri vecchi che, come lei, guardavano.
Riusciva a vederne i pensieri. Accarezzavano con meraviglia e venerazione la bellezza dei bambini. Faceva loro da ponte sul tempo. Un ponte sospeso sul niente, che invitava a piangere. E non poteva evitare di leggere, quando succedeva, anche quelli che s’appiccicavano come merda alle loro gambette saltellanti. Allora i suoi occhi diventavano le ganasce di una morsa. Strizzava e spappolava, fino a sentire dolore.
Guardava quelli che li guardavano pensando alla magnificenza dell’inizio, alla bianchezza su cui tutto deve ancora scriversi. E il cuore le si afflosciava nella pancia. Guardava quelli che soffrivano guardandoli, intossicati dal profumo del nuovo. E la sua pena era infinita. S’allargava e si tendeva senza mai rompersi. Senza dare pace.
A volte il male si trasformava in voce. In grido d’avvertimento. Allora per  un po’ seguiva una madre, un padre, un nonno, una sorella, sempre sul punto di fermarli e avvisarli del pericolo. Fino a quando passava, e la voce s’azzittiva.

La nostra vicina di casa mi stava aspettando nell’atrio.
Avrei preferito vedere mio padre (vero che va tutto bene? Vero?), magari mio nonno – l’unico rimastomi – che però abitava a cinque ore di macchina da noi.
Ci sarebbero volute le loro braccia. Invece c’erano solo quelle altre a disposizione. Solo quella voce (la stessa che la sera, d’estate, grida dal balcone chiamando il marito in giardino, quand’è pronta la cena).
La preside mi aveva detto che mia madre aveva avuto un incidente e che erano venuti a prendermi.
La vicina credeva che sapessi. Mi si era avventata addosso e frignando aveva balbettato che le dispiaceva, che era terribile.
La prof e la preside non avevano fatto in tempo a fermarla.
Nessuno poteva più fermare me, che cadevo, cadevo, cadevo, cadevo dalla torretta dei miei dodici anni, sfracellandomi a terra.
Come mia madre.

Prima uno soltanto.
Da un cielo indifferentemente chiaro o scuro.
Poi qualcuno. Un ticchettio sul tetto e, di nuovo, il silenzio.
Poi sempre di più. Come la pioggia.
Uno scroscio ritmico, cadenzato. Una musica percussiva.
Cadono tutt’intorno, senza violenza. Come grandine buona.
Mai su di lei. Mai al di là della sua casa.  Simili a tanti piombini srotolati con ordine dall’alto.
Sassolini. Di ogni forma e colore.
Tutte le volte questo sogno la svegliava e, prima di riaddormentarsi, tendeva l’orecchio e tratteneva il respiro, quasi a volerne cogliere ancora l’eco.

Ho iniziato da poco. Meno di un anno.
Tragicamente buffo che io lavori al nido di un ospedale e mia madre si sia uccisa lanciandosi da una finestra. Aveva partorito mio fratello da quattro mesi. Era tornata a casa come da una guerra e, ad aspettarla, c’erano una figlia che non vedeva niente e un marito che sicuramente vedeva ma che non aveva saputo fare nulla.
Ho perdonato prima lui di me.

Varca la porta automatica e si gode il cambio di temperatura. Percorre il corridoio leggermente in salita. Arrivata in fondo, svolta a sinistra, oltre la cappella, fino agli ascensori. Anche l’ospedale, ad agosto, sembra meno affollato. E fa fresco. Si respira.
Sale al quarto piano. Gli orari sono gli stessi di un anno prima, si è informata per tempo.
Entra in reparto. Supera tutte le stanze e si trova davanti alla maniglia rossa. Quando avrà aperto, la temperatura cambierà di nuovo.
Inspira a fondo.

 So tutto della depressione post-parto. E con questo lavoro voglio riuscire a vedere, a intervenire, se possibile. Ma soprattutto voglio riuscire ad assolvermi.
Il mio lavoro è prendermi cura dei neonati.
Ma tengo d’occhio anche le madri. Una specie di part-time supplementare in un tempo pieno.

Solo un vetro la separa dai nuovi nati.
Non ha occhi per quanti s’affaccendano lì intorno.
È abbagliata dalla loro luce.

Tre giorni – il tempo normale di degenza – sono pochi. Niente.
Li sfrutto come posso. Ho preparato una specie di questionario verbale a cui, un po’ per volta, faccio rispondere tutte, quando vengono ad attaccare al seno i loro figli o durante il bagno e il cambio.
«Perché me lo chiede?» è la controdomanda più frequente che mi rivolgono. Spesso perché nessun dottore gli ha mai fatto prima questo genere di domande. E non parlo di “approfonditori”.
Si scoprono molte cose a interrogare con interesse delle donne che sono appena diventate madri.
E le osservo.
(Osservo mia madre.)
Qualche volta mi è capitato di vedere qualcosa. D’intuire.
(Si è seduta e l’ha attaccato al seno. È da sola nella stanza dell’allattamento, ma la porta che comunica con la nursery è aperta. Posso vederla, fingendo di fare altro. Resiste pochi minuti appena, poi si alza di scatto e s’affretta a riporlo nella culla carrello. Se i punti dell’episiotomia non glielo impedissero, si metterebbe a correre, ne sono sicura. S’allontana con una mano alla gola, come allarmata dalle  pulsazioni del suo cuore. Gli occhi non sanno a cosa aggrapparsi. Glieli vedo come risucchiati in una voragine interna…)
Allora ho contattato il distretto sanitario di competenza, per far effettuare degli accertamenti periodici.
(Non ti lascio più sola. Ti vedo. Questa volta ti vedo.)
In qualche caso è stato utile.

 Una donna in camicia da notte le chiede, sorridendo, per quale di loro è venuta.
«Per tutti. Sono tutti miei.»

Quel che m’interessa si svolge qui dentro. Non bado quasi mai a ciò che avviene dall’altra parte durante gli orari di visita.
Le facce, gli aloni che le bocche aperte lasciano sul vetro, le dita che puntano, i nasi dei bambini più grandi schiacciati contro la vetrina dei fratellini e delle sorelline…
Questa volta, però, sento parlare due colleghe.
«Ah, ah! Voltati un po’… Indovina chi è tornata?»
«Quella della sedia! È già passato un anno, allora!»
Mi volto anch’io.
Quattro, cinque facce. Non di più per il momento.
Chi è quella della sedia?
«Non lo sai perché sei nuova. È…»
«Quella in fondo, nell’angolo a sinistra.»
Si contendono la parola.
«L’ha già aperta la sedia?»
«Uh! È presto, ancora. Lascia che si stanchi prima, no?»
Tornano a occuparsi delle loro medicazioni ombelicali. Ma non smettono di parlare.
«È una che ogni anno, ad agosto, viene qui tutte le mattine.»
«Per tutto il mese, eh!»
«Resta fino alla fine delle visite. Quand’è stanca di starsene in piedi, si siede su quel trabiccolo pieghevole che si porta dietro.»
«Sai, tipo le sedie da spiaggia.»
«Tanto fra poco la apre, così vedi. Sono anni, eh, che ‘sta storia va avanti.»
«Sì, ma è innocua. Se ne sta lì, tranquilla, a guardare.»
E qual è la sua storia?
«Vai a chiederglielo, no? Dai, non ci starà con la testa.»
«Le parlano, ogni tanto, non preoccuparti. Non passa mica inosservata.»
«Un anno fa le ho chiesto se aveva bisogno di qualcosa.»
«Poi capita di vederla parlare con qualche mamma, con qualcuno là fuori.»
«Avrà perso un figlio, o magari ne ha sempre voluto uno e non l’ha avuto.»
«Sì, o magari faceva la puericultrice. È una pensionata nostalgica.»
Ma non volete sapere?
Non volete vedere al posto di guardare?

Il sole mattutino fa le sue magie di luce dentro la grotta.
Il bambino ha cinque anni.
Rovescia il sacchetto di sassi che da un po’ di tempo raccoglie durante le passeggiate pomeridiane lungo l’argine del fiume con la sua Nani.
La Nani si chiama così perché non è una nonna vera. È la signora con cui sta di giorno, quando i suoi genitori lavorano.
Allinea i sassi come dei soldati. Dai più importanti ai meno importanti.
L’importanza di un sassetto dipende dalla sua forma e dal suo colore.
I colori non sono tanti. Non è come per i vetrini levigati che suo padre gli ha raccolto al mare. Il fiume ha meno colori. Variano dal grigio delle strade a quello del cielo quando è nuvoloso. Dal marrone della cacca di Colla al beige del pelo di Colla. Qualcuno è bianchiccio come il latte, qualcun altro è quasi nero come il buio. I più importanti sono quelli neri e lunghi, e più lucidi sono meglio è. Sono anche i più rari. Ieri ne ha trovato uno. Il più bello della collezione. Non spera di essere tanto fortunato anche oggi. Certe fortune capitano poche volte.
Vuole sistemarli e guardarseli un po’ prima di andare a mangiare. La Nani gli ha dato dieci minuti di tempo. Non è sicuro di quanto siano dieci minuti. Però sa che non sono né tanti né pochi. Altre volte in dieci minuti è riuscito a fare le cose che voleva.
La Nani sa che gli piace pulire i suoi sassi, così gli ha dato uno straccetto e uno spruzzino per l’acqua. Comincia dai meno importanti.  La luce della grotta glieli fa sembrare ancora più belli. La grotta non è una vera grotta. È solo una tenda, ma la Nani la chiama così. La grotta delle meraviglie. Forse proprio per quella luce.
Quando arriva al sasso Generale ha finito tutta l’acqua.
Si sdraia sulla coperta verde come l’erba di sotto e alza il Generale verso la punta della tenda, verso la luce e le ombre ballerine delle foglie. Allunga tutto il braccio, stringendo il Capo nella mano. Felice.
Poi pensa che non può pulirlo come vuole. Non c’è più acqua. E non c’è nemmeno il tempo di andarla a prendere. Se torna in casa la Nani non lo farà più uscire. Però può lavarlo con la saliva. Dovrebbe andare bene. Se lo porta alla bocca e succhiare per bagnarlo gli è spontaneo come alle foglie dell’albero sopra di lui ballare al vento.
Non pensa che non dovrebbe farlo, che i sassi non sono nell’elenco delle cose che può mettere in bocca.
Ma il Generale è speciale.
Il Generale è nero come il buio.                                

*

© Laura Liberale

 

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