Questo Natale #24: Silvia Tebaldi, Le variazioni Goldberg della pioggia

cielo_e_acqua_1- Escher - fonte google

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Le variazioni Goldberg della pioggia

Lei forse riderà, ma quando ho visto la scritta Bruegel (anzi, Brueghel) su fondo rosso e la facciata del palazzo, nella neve, il portale barocco, e ho pensato a una mattina di luglio incandescente, a noi due sotto i portici, adagio, al riparo dei portici, dall’Archiginnasio al Collegio di Spagna su fino al largo di via Saragozza che pareva immenso, fatto di luce sporca; ai miei sforzi di evitarle inciampi, ostacoli, alla mia idea di raccontarle i quadri (così avevo immaginato) e invece fu lei, davanti a Cielo e acqua, a descrivere quei pesci e uccelli nel loro moto a forma di rombo, nella loro trasmutazione nera e bianca, perché lei le conosceva bene le opere di Escher, le ricordava anche senza vederle – lei riderà, maestro, ma io volevo visitare la mostra dei Brueghel e invece ora capisco che è con lei che vorrei andarci, stare al cospetto di quelle nevi, quei canali, quelle folle minute e inesauribili. Ma lei è dall’altra parte del mondo, maestro, e allora torno indietro nella neve, nei portici, che mancano tre giorni a Natale ed è già notte.

Non so dir quasi niente, di me – solo che un tempo anch’io scrivevo e ora ho smesso, se scrivere vuol dire inventare mondi, persone, o metter giù delle parole astratte. E dico che si dovrebbe tenere non dico un diario, ma un taccuino sì, e ogni giorno scriverci su due righe, tre – scriverle oppure dettarle e mica chissà cosa, giusto per dire eccomi, ecco, per non sparire almeno da noi stessi. E così quando ho tempo mi siedo e scrivo queste righe, oppure vado su all’Archiginnasio, che poi è dove stavo un tempo, prima di sparire – mi siedo a quei tavoli lunghi, di legno, e scrivo due righe sul taccuino. Ed è così che si siamo incontrati, lei e io – qualcuno della biblioteca che ci conosceva entrambi, lei un maestro anziano e celebre e io nessuno, e quel giorno lei scelse me per accompagnarla a una mostra, Maurits Cornelis Escher, per labirinti e scale che non poteva vedere.

E ora come descriverla per lei, la città, l’odore del gelo, le torri di Bologna e la sua storia impietrata. Già, come. Mettila su un foglio bianco ed è una mappa, pieni e vuoti, strade e case, il ricoprimento periodico del piano direbbe Escher, ma non tasselli in ordine e simmetrici, non il tessuto delle variazioni Goldberg che accompagna l’insonnia; piuttosto un telo sghembo, pieno di buchi, di nodi, ricorda?, appena fuori dalla mostra, davanti al palazzo Albergati in un vecchio caffè, ricordo che lei aveva un bastone con il pomo d’ambra, d’argento e mi chiedeva di me e io le dicevo di mappe, di stradine nascoste e lì a due passi, appena alzi lo sguardo, su un colle, la parodia di un tempio greco – una villa neoclassica – la paura che provo a guardarla, quella villa, quelle vie – che non l’avevo mai detto a nessuno, mai. E lei mescolava il caffè molto adagio e questo mi disse, maestro: che tutto accade sempre e non cessa di accadere e allora la paura che cos’è, mi disse. E’ come una città che si ricorda, remota, forse sparita forse immaginaria. Una città con il suo odore, le torri, cresciuta male attorno a un cuore forte.

Noi andavamo adagio per le sale, tra gente con cuffie e guide audio. E io che le chiedevo scusa per aver usato la parola vedere, guardare, senza farci caso; fu davanti a quella xilografia con tre serpenti, un nodo e un labirinto circolare, infinito. Ma non è una questione di guardare, mi ha detto, di vedere: quanto stare al cospetto di una cosa bella, del suo odore, della sua presenza. Star lì davanti con la schiena dritta, coi nostri sensi, quelli che abbiamo, con i doni che abbiamo – a joy forever, mi ha detto sorridendo un poco.

C’era un gran caldo e ora c’è la neve, e tutto accade e continua ad accadere, sempre – luminarie tristissime e lo shopping, il Natale (nasce un dio, altri muoiono), il mondo assurdo o iniquo e le stagioni e non c’è niente di semplice, maestro. Questo almeno lo so, lo so dire, lo so come l’insonnia, come la pioggia, che nulla è semplice e ogni parola postula intero l’universo, la sua tassellatura inesauribile, specchi ed errori e labirinti. Questo, come ciò che inventiamo per celebrare la vita, per onorare l’esserci, non cedere all’iniquo e al terrore; come le liste che scrivo, che scriviamo su un foglio o nella mente, per non sparire almeno da noi stessi. Le sale della biblioteca, piene di stemmi e il gocciolio periodico di una fontana là fuori, nel secondo cortile; e disegni, e maioliche, e labirinti e specchi; e alcuni esametri che col tempo, nel buio, tornano utili; e la pioggia e l’insonnia, e quel silenzio che l’arte scava attorno alle sue opere (o sono loro, le opere, che stanno come attorno, come ai bordi di un vuoto) così prossimo al ricordo dell’acqua, questo silenzio che ci attende tutti. E suoni sotto le dita, variazioni e gocce, il gocciolio periodico del piano.

E ora come chiuderla questa lettera, dove spedirla così che possa raggiungerla, dove lei è, dall’altra parte del mondo. Ora so dirle solo questo rumore di pioggia, che ha smesso di nevicare e adesso piove – un suono così prossimo al sonno, maestro, o al semplice esser qui. Un rumore che forse è inutile chiamare ritmico, ticchettio, gocciolio, cadenzato o sincopato (tutte parole astratte, ecco);  questo rumore tattile, tutte le figure dell’acqua, il ricoprimento periodico del tempo – che le ho ascoltate e le conosco tutte, in anni e anni d’insonnia, le variazioni Goldberg della pioggia.

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